Giacomo Canton

Asfalto caldo

ANNO 02 | NUMERO 19 | MAG 2024

I giorni di questa nostra estate sono giorni lunghi. 
E caldi. 
E lunghi. 
E giriamo sempre per le strade della città in bici. Strade larghe, vuote, deserte. Nessuno d’estate rimane in quest’inferno, sembra che l’asfalto delle strade spruzzi calore che si inietta direttamente nei nostri corpi. Si muore dal caldo, le bici non bastano a far passare tutta la giornata, e la birra che ci compra il cugino grande di Alex – birra che ci portiamo legata sulle canne delle bici con dei fili di nylon – diventa subito rovente e amara come minestrone. Corriamo a più non posso, pedaliamo come dannati, ma il vento non asciuga neanche un po’ del sudore che si accumula sulle nostre fronti. 
Ci annoiamo, e le giornate sono lunghe.


Una mattina decidiamo di provare una cosa nuova: poco fuori città c’è una strada in discesa, la usiamo per fare le gare in skate. Oggi fa caldo, oggi è appena cominciato e noi siamo già annoiati e la birra sa di piscio più del solito.
Dall’altro capo del rione vive Fabio, un ragazzino della nostra compagnia. A dire il vero non saprei dire perché giri con noi, nessuno lo sopporta. S’interroga sulla correttezza di qualsiasi cosa facciamo e ci rovina un sacco di avventure, toglie il gusto ad ogni cosa. Siamo lì per fare qualcosa ed ecco Fabio che spunta dal nulla e ci chiede se vada davvero bene rompere quella finestra, rubare quella rivista, suonare quel campanello per poi scappare ridendo. Non so se possiamo, dice sempre. E non capisce che tutti lo sappiamo che non possiamo, ma spiegargli che è proprio quello il punto sarebbe una perdita di tempo. Ora che ci penso, spesso lo usiamo come bersaglio, o come capro espiatorio. Ci fa comodo, dopotutto. Si è preso un sacco di botte che non gli sarebbero spettate, eppure gira ancora con noi. Ecco perché forse gli permettiamo ancora di stare con noi. D’altronde a lui non dà fastidio, o almeno non ce lo ha mai fatto presente. Anche perché per lui sarebbero botte.
Oggi lui non è ancora arrivato. Abita dall’altra parte del quartiere. Scende sempre per quella strada verso le dieci di mattina, la strada in discesa che collega i due blocchi, sempre. Anche questa mattina lo farà, ne siamo sicuri.


Pensiamo a qualcosa da fare con quello che abbiamo, con i fili che legano le birre alle bici. Li sciogliamo tutti e li leghiamo insieme e poi ci guardiamo negli occhi, senza dire una parola. Ci nascondiamo tutti dietro gli alberi ai lati della strada, dividendoci in due gruppi ognuno col suo capo del filo. Siamo ansiosi di vedere cosa succederà. Fa caldo e sudiamo. Aspettiamo dietro gli alberi. I nostri respiri si fanno sempre più veloci. Passano i minuti. Aspettiamo.


Eccolo.
La nostra bocca che prende la forma di un sorriso. Sì, sì, eccolo che scende. Gli occhi che luccicano, per un istante. Eccolo che scende. Veloce, come sempre. Il cuore che martella sempre più forte, le mani che si strofinano. 
C’è quasi, c’è quasi.
Ed ecco che tutto che si ferma. Tutto che muore. È fatta. È fatta.
Fabio non vede il filo che gli abbiamo teso. Non lo può vedere, a quella velocità. Il filo di nylon impatta sopra il suo mento. Lo piega, entra nella carne. Cade. Viene disarcionato dalla sua bicicletta. Il filo si rompe. Cade. È a terra, pancia in giù.
Scoppiamo in un grido generale. Usciamo da dietro gli alberi e ci avviciniamo a Fabio, steso per terra. La bici intanto va da sola, si sbilancia, traballa, cade al lato della strada, ruzzola giù per il prato e si schianta contro un alberello più in là.
Siamo tutti intorno a Fabio e ridiamo. Gli diamo dei colpetti. Gli parliamo. Siamo tutti intorno a Fabio.
Poi facciamo tutti un passo indietro. Del sangue sta coprendo l’asfalto sotto la sua faccia. Siamo euforici. Qualcuno lo gira. Il sangue si espande denso su tutto il suo viso. Il taglio parte dal mento e va quasi fino al naso. Le labbra sono gonfie e viola.
Fabio è svenuto. Il sangue continua ad uscire e noi ridiamo.


È un’estate calda e noi siamo tutti annoiati, ma troviamo sempre il modo per spassarcela.

Maggio 2024

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