Luca Murano

La cuspide scarlatta

ANNO 02 | NUMERO 21 | LUG 2024

Quando mi sveglio, nel buio e nel torpore della notte, è mia abitudine allungare la mano in cerca della mia compagna. Come se quel tocco bastasse a definire il perimetro turbolento dei sogni da quello rassicurante della realtà. Talvolta, però, dopo aver dischiuso gli occhi sembra quasi che il mio assonnato sguardo sul mondo conservi un taglio onirico, una prospettiva rovesciata. Ogni volta che succede, sento che è meglio non opporre resistenza e lasciare che le illusioni gonfino le mie vele ancora per un po’. Concedere a questa brezza di levigarmi a fondo, viso e pensieri. 

E dire che da bambino svegliarmi circondato dal buio mi annichiliva. Ma più dell’oscurità, a farmi paura erano i silenzi. Silenzi che non facevano altro che ricordarmi che fossi l’unico passeggero a bordo del mio letto. 

Crescendo queste paure ataviche mollarono un poco la presa. Avvenne in concomitanza con la mia autodeterminazione, quando cioè, fuori di casa, divenni un ragazzino rispettato, da taluni coetanei addirittura temuto. Nessun dramma familiare ad interferire con la mia routine. Undici anni e il mondo come creta nelle mani. E, sebbene dovessi scendere spesso a compromessi con la cerchia degli adulti, dandomi un tono e sforzandomi di essere educato e gentile, in mezzo ai miei simili mi riconoscevo (e mi riconoscevano) una certa dote di leadership nutrita, coltivata a suon di cartoni animati e forgiata dalle estati trascorse nella casa di campagna dei nonni dove, alle prese con un cugino più grande che mi bullizzava con malcelato affetto, il mio carattere imparava a piegarsi senza lasciarsi spezzare dalle ingiustizie. Si poteva dire che avessi trovato un dignitoso equilibrio tra i due pianeti: quello autoritario e marziale degli adulti e la chiassosa terra di nessuno che è il mondo dei bambini, il mio porto sicuro, un luogo in cui la mia voce contava qualcosa. 

Ma non filava tutto liscio. Persisteva un elemento di disturbo, come un errore sullo spartito che indispone il musicista. La mia autorità vacillava e con essa la tanto agognata tranquillità di undicenne. Chi l’avrebbe mai detto che la nota stonata in quella melodia magnifica potesse provenire da una bambina di nove anni. Questa adorabile creatura viveva nella mia casa. Mangiava le mie merendine. Dormiva nella mia camera. Portava perfino il mio cognome. Io la chiamavo Daniela, gli altri, invece, tua sorella.

Si sa, quello tra fratelli e sorelle è un rapporto meraviglioso ma complesso: si litiga, si è gelosi ma quando i genitori rimproverano ci si spalleggia e si crea una forte alleanza. Avere uno o più fratelli e sorelle insomma dovrebbe essere un valore aggiunto alla propria esistenza. Dovrebbe anche aiutare nello sviluppo di competenze emotive che i figli unici non sempre possiedono. Da qualche parte ho letto che avere fratelli sviluppi e affini questa capacità, con un ovvio riscontro positivo nei rapporti sociali e umani.

Ma a undici anni, la presunta empatia era ancora acerba, del tutto inservibile. Piuttosto, parentela e consanguineità si portavano dietro un grosso problema: lei sapeva tutto. Era stata testimone dei miei sforzi per emanciparmi dal ruolo di bimbo introverso e crescere fino ad abbracciare un compito ben più importante. Solo lei intuiva quanto mi fosse costato lavorare sui miei punti deboli, per migliorare laddove potessi e dissimulare, invece, nelle prossimità dei miei punti deboli. Lei sola mi vedeva per quello che ero; non potevo fingere. Riusciva a decodificare ogni mio gesto, ogni parola, senza fatica alcuna. Era in grado di stanarmi quando recitavo con gli adulti, o se, atteggiandomi un poco, provavo a esercitare il mio ascendente con gli amici e i compagni di scuola. Per lei ero un libro aperto anche quando, dietro una frase d’insulto verso una sua amica, celavo un interesse, qualcosa di embrionale rispetto ad una ‘cotta’ ma che lei, per sensibilità diversa o per intuito fraterno già riusciva a fiutare. Le sarebbe bastato incrociare lo sguardo col mio ed in quel momento era come se, lei meglio di me, potesse sempre vedere le carte che avevo in mano. Daniela era sempre una mossa avanti. Non potevo competere. Il re era nudo.

«Perché ti sei comportato così?» mi disse quella volta mentre risalivamo le scale del condominio in cui abitavamo. Faceva un gran caldo e gli zii se n’erano appena andati. Eravamo reduci da una partita di pallone. La sfida, svoltasi nel cortile dietro il nostro palazzo, ci aveva visto compagni di squadra, opposti a Vittorio e Giuseppe, i nostri cugini. La prima coppia a segnare dieci reti avrebbe vinto la partita. Andò che, sul nove pari, esagerai un po’ con una messinscena per un fallo che millantavo di aver subito da Giuseppe, il più piccolo fra tutti, ben cinque anni meno del sottoscritto (oltre che svariati chili e centimetri di differenza). Il fallo che mi ero platealmente auto-fischiato ci aveva fruttato un rigore che poi avevo trasformato nel goal vittoria, evitandomi così l’onta di un’umiliazione inaccettabile.

«Hai fatto piangere Giuseppe. Sei contento?» mi incalzò Daniela.

«Abbiamo vinto o no? Il resto non conta» risposi io piccato.

«Ma hai imbrogliato!»

«Non è vero. E poi l’ho fatto solo perché tu volevi vincere.»

«Bugiardo. Lo hai fatto per te… non sai perdere!» aveva tuonato lei.

Al solito, colpì nel segno. Come spesso succedeva, la consapevolezza di essere visto per quello che ero mi fece ribollire il sangue. Per questo motivo, una volta rientrati in casa, il mio spirito inquieto prese a rimbalzare da una parete all’altra senza trovare sfogo. Come aveva osato lamentarsi della mia condotta? Come si permetteva di sottolineare la mia incapacità nel gestire la sconfitta. Solo agli adulti era concesso rimproverarmi, non certo lei, una bambina che aveva da poco compiuto nove anni.

E fu così che quell’afoso pomeriggio di luglio si trascinò dietro una lunga scia di battibecchi a cui mia madre non ebbe la voglia e la forza di opporsi. Almeno fino a quando non avvenne il fattaccio.

In uno di questi scontri, infatti, scimmiottai uno dei combattimenti che avevo visto in tv fra Scorpio e Cristal, personaggi de i Cavalieri dello Zodiaco, l’anime giapponese creato nel 1986 dall’immaginazione di Masami Kurumada. Io impersonavo il cavaliere d’oro mentre mia sorella, controvoglia, vestiva i panni di Cristal il Cigno. Menando fendenti per l’aria ero arrivato a quattordici colpi, uno per ogni astro che costituisce la costellazione dello Scorpione. Ne mancava solo uno, il più importante, la quindicesima puntura della Cuspide Scarlatta. L’ultimo pugno, insomma, stava per suggellare la mia vittoria. Preso dalla foga, però, calcolai male le distanze e, complice una fatale distrazione di Daniela, che con la coda dell’occhio sembrava più interessata a guardare in tv i discinti balletti di Non è la Rai, il colpo finì con lo stamparsi preciso sulla sua bocca. Ancora oggi, sforzandomi, posso sentire il dolore acuto percepito nel punto preciso in cui le mie nocche battezzarono i denti da latte di Daniela, quasi che la mano fosse stata investita dall’Aurora del Nord, il mortale colpo di Cristal il Cigno. La mia incredulità nell’aver portato a termine quella mossa fu seconda solo al senso di alto tradimento nascosto dietro gli occhioni sgomenti di mia sorella che, dopo lunghi attimi di smarrimento, si riempirono di lacrime.

 

«Che è successo?» gridò mia madre che, intanto, ci aveva raggiunti in fretta intuendo che qualcosa fosse andato storto.

Fu a quel punto che Daniela sputò sul palmo della mano un grumo bianchiccio e striato di sangue.

«Oddio, ma è un dentino» farfugliò incredula mamma.

Quell’oscura e sanguinolenta visione fece deragliare il treno della disperazione su cui era da poco salita mia sorella. Le sue urla arrivarono alle mie orecchie mortificandomi e avvilendomi oltre ogni misura. 

Anni dopo, all’università, preparando un esame di filosofia mi sarei trovato a rileggere una frase di Simon Wei, eccellente sintesi di quell’episodio: Il male immaginario è romantico, variato; il male reale tetro, inopportuno, desertico.

Qualche ora dopo, durante la notte, mi alzai per andare in bagno. Non capitava spesso, a quell’età, e quando succedeva era perché dormivo male, ero irrequieto oppure perché ne avevo combinata una delle mie. Mi ricordo che lanciai un’occhiata distratta alla silhouette di mia sorella sotto le coperte nel letto accanto al mio. Dormiva profondamente. La testa, compreso il labbro ancora gonfio, era nascosta. Solo una ciocca di capelli spuntava fuori dal lenzuolo. Mi avvicinai e li carezzai con le dita facendo attenzione a non svegliarla. Ricordo che provai tristezza per l’accaduto ma pure un misto di affetto e incredulità per la nostra vita in comune: due bambini tanto diversi anche se poi, a conti fatti, magari non lo eravamo del tutto. Ecco, mi sembrò che la stessa forza di questa incredulità, sempre ammesso che fosse possibile misurarla, fosse la stessa identica cosa dell’essere fratello e sorella. 

Ancora oggi, che ho passato i quaranta da un pezzo, quando m’infilo a letto dopo una pisciata insonnolita e piombo nell’ultimo tratto breve della notte, c’è una serie di stradine in cui continuo a tornare, una nebbia indistinta fatta da tutte le stanze delle case in cui ho abitato. Qualunque sia la stanza, poi, tutte sembrano aprirsi su un corridoio lungo e stretto, e ricompaiono figure a me care. E anche qualche dettaglio dell’arredo che chissà perché, allora, non avevo mai preso in considerazione. Ora, ad esempio, disteso nel letto nella semioscurità della camera mi torna alla mente che proprio di Scorpio possedevo pure un giocattolo. Un arnese raccatta polvere e plasticoso dall’armatura sgangherata, che i nerd ora chiamerebbero ‘action figure’, e che, a quei tempi, se ne stava in bella mostra su di una mensola al centro della libreria nella nostra cameretta. Accanto al cavaliere d’oro, c’era anche una foto incorniciata. In quell’immagine, Daniela, appena nata, dormiva nel lettone dei miei ed io, due anni e poco più, sdraiato al suo fianco la guardavo con occhi colmi di meraviglia e la vegliavo tenendole una manina. Nonostante la foto, scattata e sviluppata da mio padre, fosse in bianco e nero, era come se i colori saltassero fuori. Potevo distinguere con precisione il rosa della tutina di Daniela e i riflessi della salopette color senape che all’epoca indossavo con la tipica disinvoltura dell’infanzia. A distanza di anni, quei due elementi così agli antipodi fra loro, la foto incorniciata e Scorpio, uno accanto all’altra, mi sembrano ancora oggi la cosa più bella del mondo.

Fuori, intanto, anche questa notte comincia a sfaldarsi: un raggio di sole striscia all’interno della camera da letto. Sembra quasi indugiare, come se non volesse interferire con lo scorrere dei miei ultimi pensieri, prima che mi alzi e cominci un altro giorno.

Oggi fra me e mia sorella ci sono circa trecento chilometri di distanza. Non viviamo più assieme. O forse no. Forse lei è ancora qui.

E ci teniamo ancora per mano. 

Come in quella vecchia foto in bianco e nero.

Luglio 2024

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