Sofia Rigoli
La città di Tranione
ANNO 02 | NUMERO 25 | NOV 2024
“Se ti dico che la città a cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.” Italo Calvino, Le città invisibili
Ero nato e cresciuto nella città di Tranione, tra le sue case colorate e le sue strade ciottolate, tra i negozi di alimentari agli angoli delle vie e i bar di quartiere, tra i bambini che giocavano a pallone e i genitori che li controllavano distrattamente dalla finestra. A Tranione non c’era tutto: mancavano i cinema ed alcuni negozi, i grandi campi sportivi e le biblioteche, ma a noi andava bene così e non ci sentivamo come se ci mancasse niente. I film si guardavano in piazza, le partite di calcio si svolgevano tranquillamente per strada, i libri si passavano di mano in mano, a volte non ritornando mai al proprietario. Avevo sempre amato la mia città imperfetta, e non avevo mai considerato la possibilità di andare via. Anche quando i visitatori ci raccontavano delle grandi metropoli là fuori, dei treni adesso veloci come la luce e dei palazzi così alti da non poterne vedere la fine. Era un mondo che mi incuriosiva, ma non abbastanza da darmi il coraggio di lasciare casa. Vivevo in una piccola casa di campagna in periferia, che condividevo con tutta la mia famiglia: le mie due sorelle, mia madre, sua sorella, le mie due nonne e mio nonno. Eravamo tanti in poco spazio, ma era l’unica realtà che avessimo mai conosciuto e perciò casa nostra non ci sembrò mai troppo piccola, ma giusta appena per tutti noi.
Non ero molto grande quando la mia casa e la mia città cominciarono a starmi strette, ma non ero nemmeno più un ragazzino. Non fu una sorpresa, era stato un processo graduale ed in un certo senso sapevo sarebbe arrivato il momento di andare via. Ad un certo punto, a Tranione nessuno aveva quel libro di cui avevo sentito parlare e che volevo leggere, non importava a quante persone chiedessi. Il film che volevo vedere non sarebbe arrivato per mesi, mi era capitato per caso in mano il volantino della pubblicità di un bellissimo orologio che non avrei mai potuto comprare. Non fu facile decidere di partire, ma non fu nemmeno difficile. Dicono che quando senti che qualcosa è giusto, lo sai e basta, ed io lo sapevo. Mi sentivo pronto, sapevo che era arrivato il mio momento di scoprire cosa c’era oltre la frontiera della mia città, scoprire se c’erano dei limiti che pensavo di non poter attraversare e che invece erano alla distanza di un passo in avanti. Non era solo la voglia di viaggiare, era la necessità di sapermi diverso dalla mia famiglia e dalla mia casa, la speranza di scoprirmi indipendente e tridimensionale.
Partii una domenica qualunque, dopo aver programmato il mio viaggio con un itinerario accurato e dettagliato, fatto le valigie con poche cose essenziali, ed aver salutato parenti, vicini di casa e amici. Così mi incamminai verso fuori, oltre la città, oltre le campagne che la circondavano. Pur avendo vissuto lì tutta la mia vita, alcuni paesaggi non li avevo mai visti prima. Scoprii campagne più belle di quelle che avevo immaginato, cieli più blu di quelli che mi avevano raccontato. Nei giorni seguenti camminai per ore, sostai all’ombra degli alberi diverse volte, fui ospitato sul carretto di un contadino, mi fu anche offerto un pasto generoso. Scegliere di compiere il viaggio a piedi non era stato un caso: era importante attraversare tutta la città per uscirne. Secondo i miei calcoli e secondo quello che avevo sentito dire dai miei concittadini, per raggiungere le porte della città ci sarebbero voluti tre giorni. Dopo quasi tre giorni e tre notti di cammino, mi dissi che dovevo essere quasi lì. Presto avrei visto le mura di Tranione scagliarsi contro il cielo, le sue porte schiudersi solo per me. E poi, sarei stato libero. Il sole tramontò sul terzo giorno di viaggio, ma ancora l’orizzonte sembrava vuoto. Quando finalmente avvistai le mura, mi sembrò quasi un miraggio e mi chiesi se non le stessi immaginando. E invece eccole lì, distinguersi tra il blu della notte e il verde spento delle praterie. Volevo poter guardare con attenzione quello che mi circondava, volevo che la luce splendesse sul momento in cui avrei varcato la soglia della città, ed ero stanco dopo tutte quelle ore per strada. Decisi di fermarmi a riposare lì dove ero, e mi addormentai appena toccai terra. Il giorno dopo cominciai a camminare all’alba, gli occhi fissi sul mio obiettivo, ma non raggiunsi le mura entro quanto mi aspettavo. Avevo camminato diverse ore, e mi erano sembrate così vicine la sera prima, che non capii come mai non fossi già arrivato. Mi dissi che era piena notte quando le avevo viste, che probabilmente la visibilità non era delle migliori, andai avanti. Incontrai un passante che sembrava venire dalla direzione opposta alla mia, lo fermai per chiedergli quanto ci avrei messo per raggiungere le porte della città.
“Vengo proprio da lì,” mi informò. “Sono lontane non più di uno o due giorni di cammino.”
Lo ringraziai e lui mi augurò buona fortuna, poi ognuno di noi proseguì per la sua strada. Passarono le ore, poi i giorni, ma l’orizzonte rimaneva uguale a sé stesso. Sembrava allontanarsi ogni passo di più, come se ogni volta che il mio piede si poggiasse a terra alla fine di un nuovo passo in avanti, il muro camminasse in avanti con me. Ero scoraggiato e stanco, ma più di tutto confuso. Era possibile che non fossi ancora arrivato? Quanto ancora mi avrebbe trattenuto questa città? Quanto avrei dovuto ancora aspettare prima di trovare la sua fine, prima di poter cominciare una vita nuova in un posto nuovo? Mi sentivo prigioniero di una realtà che non avevo scelto, e quella città che era un tempo stata la mia casa, adesso era solo la mia gabbia. Diventai nervoso ed impaziente, poi triste ed arrabbiato. Non importava quanto ci avrei provato, non sarei mai riuscito ad andare via.
Le mura sembravano rimanere immobili, eppure eravamo sempre separati dalla stessa identica distanza. Mi guardai attorno, osservai le campagne e le piccole case ormai lontanissime da me. Quella era Tranione, come sempre era stata: una città bugiarda ed ingannevole che ti costringeva dentro le sue frontiere. Cammini e sei convinto di andare da qualche parte, e invece non fai che allargarne i confini senza mai uscirne. O forse Tranione era stata sin dall’inizio nient’altro che sincera, e noi la avevamo solo accettata per come era senza preoccuparci di cambiarla, cercando solo di fuggirle. Un giorno anche io mi sarei arreso ai suoi capricci e alle sue barriere e sarei tornato a casa, ma per adesso avrei continuato a camminare, passo dopo passo, spostando mattone dopo mattone.
Novembre 2024
