Francesca Turchet
Ti fidi di me?
ANNO 02 | NUMERO 25 | NOV 2024
Sofia si svegliò all’improvviso, le mani molli di sudore. Allungò un braccio sotto il cuscino per controllare. Era ancora lì, al sicuro: il suo primo vero cellulare. La luce dell’alba filtrava tra le tapparelle e si sentiva già stridere gli uccelli. Lo fece scivolare sotto le coperte, vicino al petto. Era proprio quello che voleva, anche se era costato tanto. All’inizio sua madre aveva provato a dire che era troppo presto per avere un cellulare come quello, ma poi aveva ceduto. Cedeva sempre quando capiva che c’era qualcosa di importante per lei. Bastava parlarci e ci si capiva sempre.
Tutta un’altra storia da sua nonna: questa era de coccio e manco con le bombe capiva qualcosa!
Aveva promesso che non lo avrebbe perso e non lo avrebbe acceso in classe. Beh! Aveva aspettato tanto per averlo che ora, piuttosto che lasciarlo in giro, si faceva investire da un camion. Quanto ad accenderlo in classe, non era scema: quando Rebecca c’aveva provato, la prof. aveva fatto capire a tutti che era meglio farsi tagliare un braccio, visto che il cellulare le era sparito per due giorni.
Su tiktok sua madre era stata irremovibile: niente da fare fino alle superiori, ma poteva continuare ad andarci insieme a Sabrina e comunque aveva il permesso di usare instagram, e già pensava di farsi un secondo profilo, come facevano tutti. L’importante era stare attenta quando sua madre era a casa, il giovedì e la domenica.
E, comunque, su whatsapp si poteva chattare alla grande: la sorella di Sabrina aveva iniziato a chattare con il suo ragazzo proprio su whatsapp, vedi un po’.
Lei, però, non sapeva cosa farci con un ragazzo, anzi avrebbe avuto paura a uscirci perché non aveva ancora baciato nessuno. Per Sabrina, invece, era tutto diverso: lei ne aveva già baciati due e adesso stava con il terzo, guarda caso un compagno di classe della sorella che voleva fare il cuoco e andare a MasterChef e magari ci riusciva.
Lei, invece, se fosse uscita con qualcuno, si sarebbe visto subito che non aveva esperienza e sarebbe di sicuro morta dalla vergogna se poi quello andava a raccontarlo in giro perché, se era vero che Sabrina le raccontava tutto quel che faceva, fin nei minimi particolari, non si poteva dire che questo valesse come vedersi con qualcuno. Quindi lei, da questo punto di vista, era meno di zero.
Ti fidi di me?
sì
Allora non ci vuol niente.
Quando si sente che uno è la persona giusta, si fa. No?
sì lo so c’ho pensato però non so se posso
Se non te la senti non importa
(…)
Non te la senti?
no’ posso
È un gioco, resta una cosa qui, come parlarci ora, tra me e te.
Sembra chissà che, ma non è niente
è una cosa strana
Allora prometti che ci pensi. Ci pensi e basta
okok
Sono sicuro che le tue amiche lo fanno e non te lo dicono.
Vogliono tenersi il segreto… Tu li sai tenere i segreti?
x questo non c’hai d’avé paura. i segreti li so’ tené ma è mi’ nonna che me s’accolla. non me lascia un attimo anche quando vado in bagno
Va bene, non importa, dai
«Che stai facendo?», chiese Nella affacciandosi alla camera della nipote.
«Uff! Sto studiando nonna! Domani ho compito».
«Ah! Brava».
Nella tornò ai piatti, contenta che Sofia, per una volta, non stesse attaccata al cellulare.
Guardò l’ora. Quasi le nove: appena finito poteva andare in camera a vedere C’è posta per te. Poi si ricordò che l’indomani sarebbe andata a pulire a casa di Giancarlo ed Helena non sarebbe tornata. Di spostare le pulizie non se ne parlava: lui era il suo migliore cliente. Tirò un sospiro e aprì il frigorifero per ricominciare daccapo: avrebbe preparato il sugo per la pasta di Sofia. L’ultima volta che le aveva chiesto di prepararsi qualcosa da sola aveva mangiato una fetta di panettone.
Mentre tagliuzzava la cipolla e lavava qualche foglia di basilico, si sentì stanca. Pensò che stava diventando troppa la responsabilità di tirar sù la ragazzina, che poi era entrata in quell’età ingrata per cui non la stava più a sentire. Chi era lei? Non le era né madre, né padre. Anzi, portava pure la colpa di aver dato la vita a quel disgraziato che se l’era data a gambe quando lei si era ritrovata per casa madre e figlia, come due bambine. Cosa avrebbe dovuto fare?
Di Helena non poteva dir nulla, lavorava dalla mattina alla sera e quando non lavorava era sempre lì, con loro. Non era stato facile trovarle lavoro all’inizio, ma poi lei aveva fatto il resto: sempre in ordine, premurosa, dolce, come si faceva a non aiutarla, a non volerle bene.
Però non erano mai lavori sicuri, sempre a combattere con quei quattro vecchi e lei non poteva aiutarla perché faceva solo pulizie per qualche ora e avevano dovuto pensare anche a Sofia. Eppure se l’erano cavata e insieme se la sarebbero cavata ancora.
Prese la salsa dalla credenza e la versò nella padella a sfrigolare e aspirò, a piene narici, quell’odore buono di cipolla che si levava attorno.
«Ah nonnaaa! Ancora con ‘sto tanfo de cipolla qua? Ma proprio nun ce la fai a non cucinà in continuazione?».
«Ah Sofi’! E prova a indovinà perché me metto a cuoce’ a ‘sta ora precisa, invece che annammè a corcà!».
L’altra aveva sbattuto la porta del bagno e aperto i rubinetti. Lei si raddrizzò sulla schiena, si allungò e, mentre con il mestolo girava la salsa per distribuire l’olio, pensò che Sofia era diventata intrattabile. Sempre insofferente, lei che era così dolce.
Quel pensiero le increspò la fronte e le stirò le labbra, serrandole l’una sull’altra in una piega sottile: doveva parlare a Helena. Ma anche quella settimana non avrebbe potuto e dirglielo per telefono non era il caso: perché farlo se poi non aveva la possibilità di vedere la figlia?
Ma lei è solo la nonna, non è mica la mamma, no?
mi’ madre n’ce stà, già te l’ho detto. stà a lavorà
Certo! Lavora. Ma tu sei grande ormai…
e la nonna si è dimenticata com’era lei da ragazza
eh sì
Sei grande. E anche se non ti ho ancora vista,
è una cosa che si capisce
cosa si capisce
Si capisce come sei.
Però ti vorrei vedere
okok
Dopo la scuola ti passo a prendere e ti accompagno a casa. Ti va?
sì
Ho una bella macchina.
Bella grossa, tutta rossae con i sedili bianchi
davero
Te le immagini, le tue amiche, se ti vedono?
mica ce credono che so’ io eh
Ma noi non gliela facciamo mica vedere.
Che ci importa
sì va ke è mejo se non ce vedono
Ma intanto ci facciamo un giro.
Dove ti piacerebbe andare che ti ci porto
Helena aveva trovato posto in un vagone semivuoto del trenino per Acilia. Diede un’occhiata all’orologino che le aveva regalato Sofia per Natale. Erano già le nove, ma sperò di trovarla sveglia: sennò per loro sarebbe stata una serata sprecata. Il treno però non si decideva a partire, erano casini continui in quel periodo ed era un miracolo se, una volta partito, arrivava senza rompersi lungo la strada, di fianco a gruppi di macchine ammassate, baracche allineante e case sparse. Si rilassò sul sedile pensando che avrebbe comunque avuto tutto l’indomani per stare con Sofia e non era il caso di agitarsi dopo i dieci giorni allucinanti che aveva passato. La settimana prima aveva veramente temuto che il povero Anchise morisse e invece si era ripreso. Ed era stata una fortuna che, morto lui, era di nuovo per strada.
Intanto, però, in casa c’era stato un andirivieni continuo, con il medico, Anita, i vicini. E purtroppo anche il genero, l’uomo perfetto sempre a disposizione… e con le mani sempre pronte a infilarsi dappertutto. E, oltre a questo, il fastidio di dover sopportare quel vantarsi di Anita, il sentire che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna e quanto lei fosse fortunata… e possibile che non immaginasse lì, a due passi, quello che lui faceva.
No, non era possibile. Helena non poteva crederlo, anche perché con la moglie era gentile sì, ma freddo e scostante. Forse quei discorsi servivano a convincersi che quell’uomo, sposato contro il volere del padre, fosse speciale e bastasse quell’avversione, come nelle prove a contrario, a renderlo tale.
Quel meccanismo lei lo conosceva bene perché c’era cascata anche lei con Claudio. Anche lei, allora, si era sentita una gran donna, una con un destino segnato.
Si ricordava perfettamente ogni cosa: aveva affrontato il lungo viaggio dalla Romania all’Italia, aveva rinunciato agli studi fatti con sacrifici e a un lavoro da infermiera per raggiungere quell’uomo a Roma che le parlava di questo grande Paese. Aveva lasciato tutto contro il volere di suo padre e questo ancora le pesava. Dio se le pesava, al punto che non le riusciva di tornare.
Eppure, in confronto ad Anita, si sentiva più fortunata, che almeno Claudio si era tolto da davanti appena era nata Sofia, senza vendersi per quello che non era. E poi a lei era rimasto un tesoro e un angelo per accudirlo. Invece Anita era sterile, glielo aveva confidato Anchise, e forse era la gratitudine per non averla lasciata, quella che la legava a quell’uomo.
Ma basta, non ci voleva pensare, erano fatti loro.
Si allungò sul sedile, mentre svuotava la mente della vita che si lasciava alle spalle. Era il suo momento, prima che tutto iniziasse.
Quando arrivò a casa Sofia si era appena addormentata e Nella le riferì che era andata a parlare con gli insegnanti e quelli le avevano chiesto se a casa fosse successo qualcosa.
«Che cosa?», chiese Helena.
«Un litigio o una disgrazia».
«Una disgrazia?», si sbigottì.
«Nessuna disgrazia, gli ho detto», e ridacchiò guardando la nuora: «almeno non di recente, grazie!».
L’altra si mise a ridere e pensò che senza la forza di quella donna non ce l’avrebbe fatta mai a mandar giù quella vita e che, finché c’era Nella, anche per lei e Sofia c’era speranza.
«Però dicono che si distrae, è agitata e dimentica di fare i compiti. A me risponde sempre male, ma quello è normale a quest’età».
«Che sia innamorata?», la interrogò Helena.
«Macché. Ho provato anche ad andarle dietro per vedere se c’è di mezzo un ragazzino, ma vede quelli del paese, sempre i soliti: Sabrina, sua sorella e i loro ragazzetti. Niente».
«Il cellulare l’hai guardato?».
«No. Non lo molla mai».
«Proverò a indagare domattina, quando l’accompagno a scuola».
Senti, ti ricordi quello che ti ho chiesto ieri?
ke
Dai… Proprio non ti ricordi?
m’hai detto se te inviavo ‘na foto con Sabrina,
ma che lei non se ne doveva accorgé
Sì. Sei stata bravissima.
Siete bellissime, però tu di più…
ma io volevo dire un’altra cosa
cioè
Ti sei toccata la notte scorsa?
(…)
Non me lo dici perché non l’hai fatto o perché ti vergogni?
mi vergogno
Dimmi solo sì o no
sì
Sei meravigliosa
😊
Però non ti devi vergognare con me.
Io una figlia come te volevo, se Iddio me la mandava.
Ma ora ci sei tu… a ripagarmi di tutto
Antonio era appollaiato su una seggiola di plastica incastrata in un angolo. Quella stanza era ormai diventata un insieme affastellato di mobili e dispositivi sanitari che aumentavano via via che peggioravano le condizioni di salute del vecchio.
Guardava Helena mentre cambiava le lenzuola: era efficiente, ma allo stesso tempo delicata. Anchise sotto le sue mani pareva fatto di una sostanza morbida, cedevole al tocco.
«Dovremmo sostituirla con qualcuno di più solido. Hai visto com’è magra?», gli aveva chiesto Anita solo quella mattina.
«A me pare che ce la faccia. E tuo padre ci va d’accordo».
«Mio padre si è rincoglionito dietro a lei. Lo dici anche tu».
«Finora non abbiamo avuto ragione di lamentarcene».
«No? Io non la sopporto, invece, con quel viso da Madonna addolorata. Ma l’hai assunta tu! Potresti mai ammettere di aver fatto una scelta men che appropriata?».
«Quel giorno non si presentò nessuno. Te l’ho detto cento volte. È arrivata la bomba d’acqua».
«Eppure lei ce l’ha fatta», replicò con malanimo sua moglie.
«Lei arrivò appena prima!».
Lui ricordava tutto nei minimi dettagli. Sua moglie all’ultimo l’aveva chiamato per dirgli che non ce l’avrebbe fatta ad arrivare in tempo e chiedendogli di andare a ricevere le ragazze. Erano solo tre, gli aveva garantito.
Era arrivato a casa del suocero quando già cominciava a tuonare e un pelo prima che la cappa che ammorbava la città da giorni si schiantasse al suolo con un frastuono tremendo. Talmente forte che non aveva neanche sentito il campanello.
Quando poi le aveva aperto, se l’era trovata davanti fradicia che si scusava. L’aveva fatta entrare gocciolante nel corridoio buio perché, nell’imbarazzo del momento, aveva persino dimenticato di accenderle la luce mentre andava a cercare degli asciugamani. Poi aveva preparato il caffè, ascoltato diligente il discorsetto preparato, vagliato il fascio di carte delle referenze tutto pregno d’acqua e aveva deciso: se la sarebbe portata a letto.
Ci aveva provato per un anno, ci si era incaponito al punto che se l’era sognata di giorno e di notte, gli aveva smosso il sangue dentro soltanto a vederla, lo aveva fatto ammattire. Aveva anche sbirciato nello smartphone per controllare se vedesse qualcuno, ma non aveva scoperto nulla se non che in rubrica, registrata con amore mio, teneva la foto di una ragazzina bionda con i suoi occhi. Allora gli era venuta l’idea di trascriversi il numero per farsela amica, perché si sa come sono le donne quando si tratta dei figli. L’aveva cercata perché voleva che fosse uno scherzo con cui ridere con Helena.
Ma ora non c’era più niente da ridere.
Non sapeva più neanche lui come uscirne, perché quella ragazzina l’aveva invischiato. E non era neanche certo che fosse del tutto colpa sua: perché era vero che lui aveva sottratto il suo numero, ma lei gli faceva provare cose da cui lui non sapeva come difendersi.
È un sacco di tempo che ci conosciamo ormai
2 mesi e 16 giorni
Soltanto? Mi sembra di conoscerti da tanto
è stato quanno ho fatto 13 anni che mi hai fatto gli auguri.
Te sei dimenticato
Ma no. Come potrei…
Ti ho anche fatto un regalo!
davero
Aspetta. Ecco, ti mando la foto
oooh un pin up rosaaa
Ti piace?
sìììì! Mi’ nonna non vuole anche se ce l’hanno tutte
E tu, che sei l’unica che dovrebbe averlo
con quelle belle zinnine che hai, tu no!
Proprio non è giusto
e quanno me lo dai
Te lo porto domani, se vuoi.
sì
Allora ti aspetto al campetto dietro la chiesa.
Cinque minuti dopo che è suonata la campanella
sì
A che ora suona la campanella?
alle due
Alle due precise?
precise
Però mi devi promettere una cosa
dimme’ dai
Che prima di uscire vai in bagno e ti metti le mutandine in tasca
e vengo senza
Senza.
Ti voglio guardare mentre arrivi e sapere che sei senza…
Lo fai per me?
sì Antò
«Buongiorno Signora. Sono il Commissario Capo Ferlito. C’è suo marito in casa?».
«No. È in studio. Cosa c’è?».
«Abbiamo un ordine del magistrato per ritirare il suo computer». Il poliziotto è in borghese e la guarda cortese, mentre le esibisce un foglio. «Mi può indicare dove lo tiene?».
«Sta scherzando? Ora lo chiamo subito».
«Non è necessario, Signora. Dei colleghi in questo momento sono nel suo studio e gli staranno già spiegando ogni cosa. Aspetti… Sovrintendente Causio, per favore, faccia accomodare la signora e le faccia portare un bicchiere d’acqua. Grazie».
Novembre 2024
