Francesco Nicolli

Il Rosso

ANNO 02 | NUMERO 26 | DIC 2024

«Ti va di tornare in grande squadra?» Così – di botto – esordì Ale.

E fu una telefonata inattesa, una telefonata che mi scombussolò come un fritto di pesce a mezzanotte e mi lasciò la sensazione che lasciano, superati i quaranta, gli sgarri notturni: effimera gioia, pesantezza di stomaco, e la consapevolezza di una notte insonne.

Le tentai tutte, pur di declinare: «La spalla, sai, dopo l’intervento…» Ma lui era pronto, come sempre: «Ci giriamo attorno, alla tua spalla: te le tiro sempre io. E te le metto in tasca, le bandiere, se voglio – lo sai. Nemmeno dovrai alzare le braccia.»

Alle sue parole, rispose solo il mio silenzio.

Ma lui aggiunse: «Saresti il sedicesimo, dopo non so quanti anni.»

«L’ultima volta che abbiamo sbandierato a sedici ero in squadra con il tuo babbo, e tu eri solo capace di far fuoco e venire da me a giocare alla Play.»

«Non che tu andassi a lezione ogni giorno, mi pare…»

Quello scemo era stato capace di farmi sorridere; farmi sorridere e ricordare le mattine in cui invece di frequentare analisi mi svegliavo all’alba, compravo due cornetti, e non appena Ale entrava a casa mia – invece che a scuola – passavamo ore a parlare di bandiere, di lanci e di tamburi. E tentavamo di capire come essere competitivi con un gruppo limitato di atleti – un handicap che ci costava un paio di punti di penalità – sognando un futuro in cui anche noi saremmo riusciti a tornare a sedici.

In quel momento, però, soppressi i ricordi e risposi: «Ho quarant’anni, cosa vuoi che faccia.»

«Sedici, vecchio mio, ho detto sedici.»

Mi ero ripromesso di smettere con le bandiere ancora prima dell’intervento, ancora prima delle terapie – figurarsi ora – ma sedici, il numero, mi martellava in testa; un numero che sapeva di sogni giovanili, di occasioni perse, di un passato che, forse, poteva ancora tornare. «Magari vengo al primo allenamento,» disse allora la mia voce, da sempre più veloce dei pensieri, «Poi vediamo…».

«Grande!» Mi interruppe lui, «Ci si vede martedì in campino, e…» La vocale rimase sospesa in aria per qualche istante, durante il quale non dissi nulla. Poi Ale aggiunse: «…E in squadra ci sarà anche il Rosso,» e dopo quelle parole, inattese, riattaccò.

 

Non vedevo il Rosso da un anno e mezzo, e l’ultima volta che l’avevo visto era insieme a Marta, la mia ex-ragazza, ora sua moglie, e mi stavano raccontando – corretti, impeccabili – due veri amici – che si amavano, e che dato il legame che ci univa e bla e bla e bla, e… E non li ero stati ad ascoltare, quel giorno. Eravamo a casa nostra – pardon, mia – e io gli avevo tirato addosso una cornice da tavolo contenente un ritratto mio e di Marta, e se non fossi stato costretto a lanciare con la sinistra – l’altra spalla già fuori uso – l’avrei preso in fronte, al Rosso, invece che sul petto. Poi ricordo di aver urlato finché la gola non ha iniziato a bruciare, che con una tracheotomia chiusa di fresco non deve essere stato nemmeno troppo forte. E infine, li ho spinti fuori casa.

La mattina dopo ho iniziato chemioterapia.

Ma loro, erano stati corretti.

 

Nonostante il lungo periodo di fermo, tornare a sbandierare si rivelò un processo armonico e naturale, e superato l’impaccio delle prime due settimane, la bandiera iniziò a muoversi fluida attorno al mio corpo – un corpo impegnato in lanci, prese e inchini – e per l’intera durata dell’allenamento le tac di controllo, le cicatrici e la paura di rimanere solo e malato, non mi sfiorarono nemmeno per un istante; per l’intera durata dell’allenamento il mondo si ridusse a un paio di metri quadri attorno a me e ai miei compagni.

I primi mesi furono mesi di idillio; mesi in cui non parlai mai col Rosso, volutamente dalla parte opposta della coreografia. A un certo punto, però, evitarlo divenne impossibile, e la nostra prima interazione fu un lancio complesso, un lancio che nasceva alle mie spalle – dalle sue mani – e che, se posizionato male, comprometteva la riuscita dell’intera coreografia. E fu un lancio che a me riuscì subito e a lui no: continuava a tirarlo appena troppo lungo, o troppo corto – mai errori gravi – ma piccoli sbagli capaci di mettermi in difficoltà, di impicciarmi. Sulle prime mi trattenni, ma al quarto errore consecutivo non riuscii più a resistere: «Cazzo, lo fai apposta!» Dissi. «La voglio qui,» e indicai con un gesto della mano un’area di trenta centimetri davanti alla spalla destra.

Fu la prima volta che gli parlai dopo più di un anno. E lui non rispose.

Avrei rincarato volentieri la dose, in cerca di una reazione, ma Ale ci interruppe cambiando figura e facendoci provare altre coreografie.

Dopo mezz’ora, però, tornammo al lancio critico, e il Rosso – visibilmente teso, a un occhio attento, quale non era il mio – sbagliò clamorosamente, lanciando la bandiera in avanti di tre metri, ben al fuori dal mio raggio d’azione. Io guizzai in avanti, agile, tentando di prenderla, ma il drappo ruzzolò in terra.

Attendevo questo momento; attendevo un pretesto per gridargli in faccia tutto il mio odio, tutto il mio rancore. E così feci, continuando finché non mi mandò affanculo e si allontanò dal campo.

 

Venti minuti dopo eravamo tutti seduti su una panchina con gli occhi tra le punte delle scarpe. E ci rimanemmo finché Dede, di ritorno dal bar – e forte di un’adolescenza fatta di giri di perle, capelli arruffati e pantaloni corti anche in autunno – si sedette tra me e il Rosso. «Goleador?» Chiese dopo aver rovistato nella tasca della felpa.

«No,» rispondemmo insieme.

Dede scrollò le spalle, estrasse una birra, la aprì, ne bevve un sorso e mi passò la bottiglia – la rifiutai. Lui scosse la testa e la porse al Rosso, che allungò la mano ma la ritirò dopo un istante.

«Si può sapere che avete voi due? Sembrate mia sorella quando si accorge che le leggo i WhatsApp.»

Ma noi due, non rispondemmo.

«Vieni qua Dede, lasciali in pace.» Ale si alzò in piedi e prese tre bandiere.

Il ragazzino ubbidì, fece due passi, ma, ripensandoci, disse: «Tutta sta scena per un lancio sbagliato? Ale non mi dovrebbe più rivolgere la parola…»

E noi, di nuovo, non rispondemmo.

Ma lui non si arrese, curioso, e continuò a insistere, chiedendo spiegazioni – prima a me, poi al Rosso, poi di nuovo a me – senza mai ottenere risposte. E continuò finché il mio vecchio amico non cedette e disse: «Abbiamo litigato per una donna!».

Dede scoppiò a ridere. Rise e, dopo aver rimestato nella tasca della felpa, ci lanciò una birra e un paio di liquirizie. «Per una donna,» continuava a dire, «Un’amicizia per una donna…» Poi scosse il capo, prese due bandiere e si allontanò.

Il Rosso, che aveva afferrato le caramelle al volo, le aprì e se ne cacciò una in bocca. Poi si voltò verso di me: «Goleador?».

«C’ho quarant’anni, cosa vuoi…» Ma tendendo il palmo verso di lui, con l’intento di rifiutare, vidi il suo sorriso, il ghigno spensierato – quasi una linguaccia – con cui da sempre il Rosso si è interfacciato con il mondo, o almeno sin da quando, alle elementari, dopo aver rotto un Cristo in ceramica durante la recita di Natale, ci coprimmo le spalle a vicenda sancendo l’inizio di una lunga amicizia.

Gli strappai l’altro pacchetto dalle mani e, apertolo, gliene lanciai metà. In bocca, sapeva di adolescenza e partite a carte fino a tardi. 

E fu un gusto che adorai.

Dicembre 2024

© 2024 "Il Rosso" è una pubblicazione digitale della rivista letteraria Nido di Gazza.
Tutti i diritti correlati alla presente rivista sono riservati agli autori e collaboratori di Nido di Gazza.

Nido di Gazza | Rivista Letteraria - Nido di Gazza © Copyright 2023