Silvia Roncucci
Lo stupore
ANNO 02 | NUMERO 26 | DIC 2024
La tenda non attutisce il vociare dei curiosi. Del resto Costanza è convinta che una cortina di stoffa, per quanto spessa, non possa attenuare alcun rumore, anzi. Se capita che i nemici accerchino il campo proprio quando sei rintanata dentro, ad esempio, i richiami dei soldati e gli schianti del metallo si distinguono con maggiore chiarezza. Forse proprio perché gli occhi non hanno immagini su cui posarsi e il cervello è compresso nella paura. Costanza lo sa bene: le è successo anni prima, quando sono andati a prelevarla a Palermo. L’hanno sballottata per giorni su una nave scricchiolante, costretta per ore in groppa a un cavallo, a piedi attraverso montagne ripide e fiumi da guadare, con la notte gelata, il giorno asfissiante, e infine la battaglia. Di cui non si è persa neanche un colpo, se pur al riparo nell’accampamento.
Sono trascorse chissà quante lune, ma Costanza è di nuovo nascosta dietro a dei tendaggi. Solo che ad aspettarla ora c’è una sfida più gravosa del combattimento che le è appena tornato in mente.
A trovare una posizione se non comoda, almeno tollerabile, proprio non ci riesce. Eleonora si avvicina, le porge un altro cuscino grande, rivestito di porpora di Damasco, chiede se vuole che glielo accomodi dietro la schiena e, per la seconda volta, se ha capito bene quello che la sua signora ha intenzione di fare tra poco.
“Credi che non sia in grado di prendere delle decisioni da sola?” chiede Costanza.
Eleonora si ritrae. Rovista tra i pensieri alla ricerca di qualcosa da dire quando il soldato fuori chiede se può affacciarsi. Costanza grugnisce una risposta che suona come un sì.
“A che punto siamo?” domanda l’uomo rivolto a Eleonora. Biascica le parole insieme a un pezzo di mela. Costanza però ci sente ancora bene, nonostante il dolore cominci ad assediare la ragione. Una folata di erba e sterco animale invade la tenda.
“Mi faresti la cortesia di ricordare a quest’uomo che, casomai, lo dobbiamo chiedere noi a lui, a che punto siamo. Ha notizie? Quando arriva?” domanda Costanza mentre si sposta su di un fianco.
Il soldato si gratta la lunga barba, ingoia il boccone e balbetta che pare sia per strada, il pantano non aiuta, certo, ma dovrebbe essere questione di poco.
“Speriamo di pochissimo!” sbotta lei. Tutto questa delicatezza, poi, questi tentativi di non toccare i suoi nervi sensibili la irritano ancora di più.
Eleonora si fa coraggio e la tranquillizza: deve pensare ad altro, non focalizzarsi sul dolore. Lei poi un po’ di esperienza ce l’ha, le è capitato di assistere i fratelli gravemente feriti. Tanto che temeva morissero, sottolinea.
Costanza la trapassa con lo sguardo: la morte non è l’argomento migliore da trattare in questo momento. Soprattutto considerato che c’è qualcuno in procinto di affacciarsi alla vita. Poco importa che sia attraverso il suo ventre, che cominci a premere forte, e che, viste le fitte, crepare potrebbe essere un’ipotesi probabile per madre e figlio. O figlia, ma Costanza spera che sia un maschio. In caso contrario meglio morire entrambe, che altrimenti le tocca ricominciare tutto da capo: le visite di Enrico quando lui è in comodo, se non si trova in battaglia, o in viaggio. Oppure andargli incontro ad Augusta, a Milano, a Rieti se ha fortuna. Lasciare che la prenda per i capelli e li tiri a sé come fossero delle briglie di crine, tanto forte che ci rimette sempre almeno una ciocca prima che lui gema di piacere e molli la presa. Già portarsi appresso questa prima creatura le sembra un miracolo, figuriamoci farsene innestare un’altra. A distrarre i pensieri proprio non ci riesce. Sì, forse impegnandosi le tornerebbero in mente gli sprazzi luminosi della vita nel chiostro: il silenzio, la preghiera. E soprattutto la lettura: tutti i volumi della biblioteca a sua disposizione, ché tanto quelle asine delle compagne dei libri non s’interessavano. O almeno non quanto sgattaiolare fuori dalle mura appena sentivano puzza di maschio. Un bambino: le facciano almeno quello, di miracolo! Se poi lei dovesse morire durante il parto poco male, avrà finito di soffrire.
Il soldato torna ad affacciarsi. “È arrivata” dice.
Scosta la tenda facendo spazio a una donna minuta, un enorme sorriso stampato sul volto neanche si trovasse lì per sfornare una focaccia. Costanza non fa commenti, per lei c’è poco da ridere. Del resto da questa donnetta dall’espressione sciocca dipende la sua vita, quella di suo figlio e il destino di due casate. Insomma, non poca roba per delle spalle minuscole come quelle della levatrice.
“Vediamo come va” dice la donna. Si accovaccia, spalanca le gambe di Costanza, le ficca un dito dentro e comincia a muoverlo come per testare la cottura di una salsa. Costanza si fa scappare un grido, la donna ride. Sembra quasi che lo faccia con soddisfazione. Eleonora non si stupisce: le erano giunte voci sul suo conto – niente marito, vita in solitudine ma senza prendere i voti –, però si è ben guardata dal riferire qualcosa alla sua signora. Del resto anche su quest’ultima – nubile fino a che ha potuto, anni trascorsi in monastero – ne ha sentite parecchie.
“Ha finito?” chiede la regina. Sembra meno dolorante, Eleonora deduce che la levatrice sappia il fatto suo.
La donna si tira su a fatica e immerge le mani nella bacinella che le porge Eleonora.
“Ci siamo” risponde. “Non sarà facile. È ancora sicura di volerlo fare?”
“Devono vedere tutti, che non ci siano dubbi sul fatto che il bambino è mio!”
“Non sarà come andare a messa la domenica, si ricordi che è una gravida anziana…”
“Molte donne hanno figli a quarant’anni” risponde Costanza. Cerca di non tradire lo sforzo che le costa parlare e fa segno alla serva di chiamare il soldato.
“Sì, però dopo averne messi al mondo una decina. Questo per lei è il primo. Non ci credevo quando me lo hanno detto, ma da quello che ho visto è così” insiste la levatrice.
“E sarà l’ultimo, spero. Forza, cominciamo!”
Con l’aiuto del soldato Eleonora apre le cortine. Le donne assiepate nella piazza di Jesi bisbigliano il loro stupore. Costanza cerca di assumere una posizione che assomigli a quella di una nobildonna composta e saluta con un sorriso forzato la folla che applaude. La levatrice manda Eleonora a scaldare dell’acqua, si tira su le maniche e si rivolge alla regina.
“Ora fai quello che ti dico se vuoi che questo figlio nasca come si deve.”
Costanza accenna di sì con la testa.
“Vuoi altri bambini?”
Il collo della regina si torce a destra e a sinistra con fare netto.
“Ti ‘incontri’ volentieri con tuo marito?”
Il collo della regina si torce a destra e a sinistra con fare ancora più netto.
“Bene” commenta la levatrice.
Costanza cerca di seguire le indicazioni. Il rosso sul suo viso cresce a ogni spasmo, così come gli applausi delle donne che assistono al parto. Ogni tanto guarda la serva, come per scusarsi: il dolore cancella le buone maniere persino dalla memoria di una dama. Anche lei la incoraggia. Al soldato ormai non fa più caso.
Intanto la testa della creatura fa capolino. Il lasciapassare di Costanza per un futuro senza nuovi, bruschi cambiamenti, ha deciso di farsi strada nel mondo.
“Come lo chiama, regina?” le chiede la levatrice poco prima che dia l’ultima spinta.
Lei butta fuori tutto il fiato rimasto in un lungo gemito e appena sente che quel pesce miracoloso è sgusciato via e che è maschio risponde che si chiamerà come suo nonno paterno, Federico. E che non c’è tanto da stupirsi. Del resto, neanche una donna del suo rango, ha poi molta scelta.
Dicembre 2024
