Simona Visciglia

Come un’alba

ANNO 02 | NUMERO 26 | DIC 2024

Il giorno sbiadisce, in una metamorfosi colorata, da un azzurro opaco, aranciato a un blu che è simile al nero.

Trenta minuti di attesa, sono sempre in attesa di qualcosa.

Sembra inverno, penso.

Non so perché mi venga questa idea, forse perché non c’è quasi nessuno in stazione a quest’ora. Eppure non è tardi e non è neanche autunno, figuriamoci inverno.

Scatto foto a caso col cellulare, perché la luce è bellissima, sì, persino quando la luce sfuma. Il bianco dei neon scalfisce le superfici così come i miei tratti spigolosi – fotografo anche me, per ingannare il tempo. Stupide foto in questa atmosfera da film thriller, di quelli in cui all’improvviso compare un’ombra minacciosa e succede qualcosa.

E qualcosa succede: una virgola luminosa, quasi irreale, fugace, meravigliosa in un pezzetto di cielo sopra il mio sguardo annoiato.

Una stella cadente come non ne vedevo da un po’.

Una pausa, una virgola appunto: dopo può accadere di tutto, persino che si realizzi un desiderio, che non ho, non ho lì pronto. Come faccio a non averne subito uno da esprimere? 

«L’hai vista anche tu?» una voce alle mie spalle mi riporta con i piedi per terra.

Mi volto quasi di soprassalto, ché credevo di essere sola, di essere chiusa in una bolla silenziosa, io e il mio pezzo di cielo con scia sfavillante annessa.

«Eh?» dico schiarendomi la voce.

«La stella. Cadente», lo dice proprio così, con una pausa tra stella e cadente.

È un giovane uomo, beh, non proprio, perché in realtà indossa abiti femminili: una minigonna zebrata, di un rosa sbiadito, e una t-shirt bianca annodata su un fianco, molto anni ottanta, molto Barbie. 

«Grandiosa, vero? Cioè, bella e non me l’aspettavo!» rispondo, alzandomi dalla panchina.

Infilo le mani nelle tasche del giubbotto di jeans, con un leggero imbarazzo: «Ma sei…?» rimango sospesa sul punto interrogativo, vittima della mia solita timidezza immotivata.

E lui/lei mi risponde senza tanti tentennamenti: «Vuoi sapere se sono una puttana, ciccina?»

«Uh! No, no… No, davvero! Volevo solo sapere se sei qui da tanto, cioè credevo di essere da sola e mi stavo facendo selfie ignobili come se non ci fosse un domani. Che figura di merda!»

Sorride, sui lati della bocca gli compaiono due solchi scolpiti nella pelle e nel fondotinta che si è dato con troppa generosità. Due linee curve e malinconiche.

«Ero laggiù», mi indica il binario 1, «quindi, no, non ho assistito al tuo servizio fotografico. Volevo una sigaretta e ci sei solo tu. Tu e la stella cometa. Ce l’hai una cicca da offrirmi? E comunque sono una puttana, così, tanto per essere precisi».

Non so se accennare anche io un sorriso, nel dubbio porgo solo il mio pacchetto di Winston Blu, battendolo sul fondo per far venire fuori qualche sigaretta e offrigliele senza toccarle tutte, ché ho un po’ la fissa dei microbi sulle superfici delle cose. E delle mani altrui.

«Wow» esclama con la voce un po’ roca «Sei proprio caruccia… Fai bene, sai. Cioè, poi uno il filtro se lo mette in bocca e non sai cosa tocca la gente con quelle manacce».

Evidentemente tradisco una leggera sorpresa perché aggiunge, stavolta proprio ridendo: «Ah, non te lo aspettavi che notassi ‘sta cosa, ciccina? Lavoro per strada ma non ti credere…» 

Lasciamo cadere l’argomento, piuttosto spinoso almeno per me, e ci accendiamo una sigaretta, riempiendo di fumo quei pochi centimetri che ci separano.

«Hai espresso un desiderio?», indicando il cielo con la mano.

Faccio spallucce, non saprei cosa rispondere. 

«Non vuoi dirmelo, eh? E c’hai ragione, i desideri non bisogna andarli a raccontare in giro, sennò non si avverano. È così, no? Il mio è lo stesso da anni, ma niente, non funziona. Mi sa che ‘sta cosa delle stelle cadenti è solo una boiata pazzesca, come tutto il resto. È un po’ che ho in mente di cambiare vita, ma come si fa? Eh, tu lo sai come si fa? Boh! E dimmi un po’, ciccina, tu lavori? Sicuramente lavori, buon per te. Io non è che non ci abbia provato, ma c’ho una sfiga grande come il lato B di Jennifer Lopez! Poi sai, conciata così, mica facile» dice tutto d’un fiato, dimenticando di aspirare la sigaretta che gli si sta consumando tra le dita.

Magari ha solo voglia di parlare, penso, e rispondo all’unica domanda che riesco a estrapolare dal suo mezzo monologo: «Sì, lavoro. E stavo giusto tornando a casa, ho finito adesso, ma il treno è in ritardo, tanto per cambiare».

«Io inizio ora a “lavorare”», sottolinea le virgolette con le dita portate a mezz’aria, «e vorrei tornare a casa anche io. Sarebbe questo il mio desiderio… Uh, merda, te l’ho detto!  Cioè, tornare proprio a casa-casa, dove sono cresciuta. Non sono di qua, si sente, no? E neanche tu, mi sembra. ‘Sta città mi fa cagare, ma sai, alla fine un posto vale l’altro per fare quello che faccio. E giù da me non è che ci stessi un granché bene, sennò non me ne sarei andata. Diciamo che il desiderio sarebbe di tornare a casa e starci bene. Abbiamo bisogno di un posto dove tornare, no?»

Le sue parole mi mettono addosso una tale malinconia, che non riesco a dirgli niente. Penso anche io ai luoghi che ho lasciato, perché sono emigrata come lui a un certo punto, ma non sono scappata. Sono solo partita. Ma capisco, sì, capisco la lacerazione, capisco la nostalgia, capisco cosa significhi conservare il ricordo di un posto in cui vorremmo tornare, se non avessimo ormai la nostra vita altrove. È che non posso capire tutto il resto, quello che sente. In ogni caso non accenno a nulla di tutto quello che mi è passato per la testa in un nanosecondo.

Il treno regionale veloce 3988 proveniente da Bologna e diretto a Padova delle 19.03 arriverà con 40 minuti di ritardo, diversamente da quanto annunciato, per guasto a un treno precedente

L’annuncio emesso dagli altoparlanti rompe il ghiaccio, stempera l’atmosfera un po’ cupa che la nostra conversazione sta prendendo. 

«Che palle! Sempre così. Aggiungono minuti man mano, come se non lo sapessero già, loro. E noi qui ad aspettare».

Allarga le braccia, come per dirmi “e che ci vuoi fare?”. Spegne la sigaretta nel posacenere sgangherato: «A me non mi dispiace, facciamo ancora quattro chiacchiere, eh?». E non ha bisogno di ascoltare la mia risposta, perché, tutto sommato, non mi dispiace la sua compagnia, vorrei fargli un sacco di domande, ma mi trattengo. Non mi dispiace questa specie di confidenza che si sta prendendo con garbo, con leggerezza.

«Adoravo i treni da ragazzina, anzi, da ragazzin-O, ché ero ancora un maschietto, più o meno», questa volta mi regala un occhiolino, mi piace la sua scanzonata autoironia.

«Lavoravo in campagna, avrò avuto 11 o 12 anni. Non è che non volessi studiare, eh, ma a casa c’era bisogno di questo – strofina il pollice contro l’indice e il medio – e quindi a me toccava farmi il culo. E la ferrovia passava di là, vicino ai campi. E li vedevo i treni e mi immaginavo di andarmene. Poi alla fine sono partita davvero e non è che sia andata come mi aspettavo. Sognavo perché ero sempre ‘nciucchito dalla mattina».

Strabuzzo gli occhi: «Cioè bevevi?!»

«Pensa che adesso sono astemia, ma all’epoca… Roba da pazzi! C’era ‘sto tipo, quello che ci dava da faticare, che ci portava col furgoncino, un rottame che puzzava di piscio di gatto. Vabbè… Partivamo alle cinque, che era ancora notte praticamente. Ci scaricava nei campi, ma ci preparava le merende e il pranzo, insomma, a modo suo era un buon datore di lavoro – ridacchia – panini con la mortadella, a volte pure qualche foglia di lattuga moscia e il vino. Sì, sì, non mi credi? Bottiglie di vino, come si dice?, a chilometro zero, direttamente dalle sue vigne dove sgobbavamo pure noialtri. La mattina verso le 8.30, il sole già picchiava, facevamo una pausa e giù a tracannare, “Che poi mi lavorate meglio, siete più allegri”, ci diceva. E a pranzo stessa roba, anzi, di più… cristo santo che fame che tenevamo! Ti rendi conto? A dei ragazzini, che ora sarebbe da galera».

Incredula gli chiedo se i suoi non se ne accorgessero, domanda ingenua e lontana anni luce dal suo mondo, da quel mondo.

«E secondo te? Ai miei gli importava solo che portassi a casa la pagnotta. Ho fatto bene a partire, no? Adesso se assaggio anche solo un goccio, mi viene da vomitare. Pensa te come si cambia, crescendo». 

Rimane un attimo senza parole, le labbra dischiuse come se volesse aggiungerne altre che gli sono rimaste incastrate da qualche parte, forse tra il cuore e la gola o più giù, nello stomaco. Nell’anima. 

«Come si cambia!» riparte così, ripetendo questo piccolo assioma universale e mi fa cenno di guardarlo tutto, da capo a piedi. 

E io, che ancora non ho capito se posso sorridere o se devo restare distaccata o commuovermi per la sua storia, lo guardo ed esclamo, come una cretina: «Beh, hai le gambe più belle delle mie!»

Se le guarda, flettendo un po’ le ginocchia, poi guarda le mie, nascoste nei pantaloni larghi a zampa, e quasi serio mi fa: «Può essere. Tutto può essere. Ma com’è che ti chiami? Io sono Alba, che è meglio di Ernesto, il nome di quando mi ubriacavo abbestia raccogliendo i pomodori», si porta una mano alla fronte come in segno di deplorazione, «ti sembra nome da dare a un bambino? Lo fai sembrare già vecchio, no?» E aggiunge: «Mi piaceva la canzone di Vasco… Sei chiara come un’albaaa…», canticchiando a voce bassa il pezzettino di strofa.

Gli porgo la mano: «Stefania. Solo Stefania, dalla nascita». Mi mordo la lingua dalla vergogna, perché ho fatto una battuta idiota, ma lui ride e mi dà una pacca sulle spalle, con un gesto che annulla ogni mia remora e definitivamente ci avvicina.

Ed ecco il treno: arriva, sovrastandoci con il suo rumore di freni tirati. Arriva come un’intrusione. 

«Ti lascio il pacchetto di sigarette, tanto io poi arrivo a casa» gli faccio, salendo a bordo. Lo prende, mi ringrazia, sfiorandomi le mani come una carezza.

Indietreggia, mi guarda con un sorriso senza rughe, solleva un braccio per un saluto in grande stile e quasi urla: «Bye-bye, stellina!» 

Un ciao o un arrivederci, non so. 

Pochi attimi, le porte si chiudono, prendo posto e dal finestrino osservo Alba, che resta ancora un po’ lì, sulle sue belle gambe sottili, ad aspettare la mia partenza. 

Quasi mi sembra che abbia gli occhi lucidi o lo sono i miei. 

O forse è solo lo sporco dei finestrini che rende tutto sfocato.

Dicembre 2024

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