Tarek Komin

La fotografia

ANNO 02 | NUMERO 26 | DIC 2024

La busta bianca era sola nella cassetta delle lettere. La prese incuriosito e in ascensore la fece danzare tra le dita della mano libera. Non c’era il mittente, solo un timbro postale che indicava fosse stata spedita da Milano, otto giorni prima. 

Infilò le chiavi nella serratura, ruotò un paio di volte ed entrò in casa. Ezio era proprio dietro la porta, si strusciò alla caviglia alzando la coda rigida e facendo le fusa. 

«Ciao, sì sono a casa», lasciò scivolare la borsa con gli ordini sul pavimento e carezzò il gatto, piegandosi sulle ginocchia. La cartilagine del destro schioccò indolore, come al solito. 

«La mamma non è rientrata, vero?».

Lo vide sgattaiolare in corridoio mentre lui tornava in piedi. Accese la luce, fece tre passi verso il tavolo e aprì la busta.

Una fotografia, nient’altro.

Quando la girò tra il pollice e l’indice e l’avvicinò agli occhi sussultò. Non poteva essere. 

Aveva riconosciuto quello scatto in bianco e nero. Cercò di ricordarsi se quattro anni prima, quando lo aveva ricevuto sul cellullare, avesse provato una sensazione simile. Il cuore che si immobilizza, il respiro che muore in gola. E poi la testa che si fa leggera e gli avambracci percorsi dall’adrenalina, il sangue che torna a correre violento.

Alice. Si era scattata quella foto per gioco, per provocarlo, il giorno dopo che avevano fatto l’amore per la prima volta. Era una promessa, un’allusione atroce. Quando si erano lasciati lui l’aveva cancellata, come ogni cosa di lei.

Ora poi c’era Francesca, doveva dimenticare. Ma quello scatto era troppo potente. 

Alice distesa sul letto, non si vedeva il volto, si era inquadrata dall’ombelico in giù. Indossava solo gli slip. Una gamba arcuata e l’altra allungata, lontana dall’obiettivo. La mano che non teneva il cellulare era nell’atto di scivolare dentro le mutandine, leggermente sollevate da far intravedere il pube liscio. 

Quella foto era un invito, un messaggio. 

Ti sto pensando, è stato indimenticabile ieri sera, oppure: lo faremo ancora.

Il bianco e nero vestiva di pudore il contesto ma non depotenziava il senso. 

Alice era stupenda. Giocava leggera e ipnotica. Si nascondeva. 

Lo aveva fatto impazzire in quel periodo, lui era certo di averla amata. Si erano rivisti la sera stessa del giorno in cui lei gli aveva mandato quella foto. Si erano saltati addosso, durante l’orgasmo lei si era messa a piangere e poi lui le aveva domandato, mascherando la curiosità con un tono canzonatorio, se lei si fosse masturbata pensando a lui, dopo quella foto. Alice aveva sorriso, senza rispondere.

Sarebbe rimasto un mistero, più innocuo ma oscuro quanto le ragioni mai spiegate che l’avevano indotta ad abbandonarlo. 

Era svanita lasciandolo solo a bruciare i ricordi, a cancellare la memoria, immerso in un dolore mai provato prima. 

Ezio miagolò. Era tornato tra le sue gambe, aveva fame. Poco dopo la fine con Alice era arrivato il gatto. E quindi Francesca, entrambi a vivere con lui, in quella casa asettica da cui stava lontano molte ore, abbandonandosi ai ritmi quotidiani del lavoro come le alghe nella corrente.

Riuscì a scuotersi, posò la foto sul tavolo e versò dei croccantini nella ciotola. Perché gli aveva spedito quella fotografia? E cosa ci faceva Alice a oltre quattrocentocinquanta chilometri da lì? Non aveva senso. Riprese la foto in mano, la osservò ancora senza soffermarsi sui dettagli. Ezio sgranocchiava, un suono distante e regolare. Lui sentì la gola chiudersi e le palpebre vibrare. Le labbra si rilassarono in un sorriso commosso. Respirò e chiuse gli occhi. Si immaginò Francesca rincasare. Diede un ultimo sguardo alla fotografia e la nascose tra le carte del portafoglio. Dopo poco entrò sotto la doccia chiudendo fuori il gatto che stanco di mangiare aveva provato a seguirlo in bagno.

 

***

 

«Sei stato silenzioso per tutta la cena», Francesca accennò ad alzarsi per sparecchiare.

«Lascia, faccio io», prese i piatti e le diede le spalle per sciacquarli nel lavello. Si sentì sollevato, lo sguardo della compagna, seppure inconsapevole, lo faceva sentire in colpa. 

«Stai bene?», incalzò lei.

«Sì. Ma quando mi annullano gli appuntamenti è snervante. A te come è andata?».

«Male. Sembrano tutte impazzite. Iniziamo con le dichiarazioni e mi sta tornando il ciclo».

«Una combo perfetta» le rispose, voltandosi verso la tavola per prendere i bicchieri.

«Stupido. Lasciamelo, voglio finire il vino».

«Non lo finisci mai». Era vero, era sempre controllata, non si lasciava andare, non straviziava. Lui ogni tanto la prendeva in giro. Altre volte era infastidito dalle menzogne che probabilmente lei raccontava a se stessa, ma chi ammetterebbe di essere noioso, monotono? O forse era un’attrice migliore di lui. Le voleva bene. E si rimproverava per quei pensieri che gli volteggiavano in testa. Interiormente se lo confessava, anche lui non era quello di una volta. Quattro anni fa, al tempo della fotografia, era più leggero e brillante.

Più felice.

Anche Francesca, prima di entrare in quell’ufficio di streghe, doveva essere stata spensierata e allegra.

Lui tornò a dedicarsi alle stoviglie che mise nella lavapiatti, afferrò una pastiglia di detersivo dalla scatola sotto l’acquaio e la liberò dall’involucro bianco. Gli scivolò a terra, la raccolse prima che attirasse l’attenzione di Ezio. Toccare la pastiglia ruvida con le dita gli provocava sempre un prurito fastidioso ai polpastrelli, forse aveva una lieve allergia a qualche sostanza chimica

Non parlava di simili particolari con Francesca, li avrebbe definiti troppo intimi o di scarsa rilevanza, non aveva senso dirsi tutto. Con Alice, invece, non c’erano stati filtri. Qualunque pensiero, anche quello nato per caso senza peso, poteva esserle rivelato e per lei aveva la stessa dignità di un altro, solo perché proveniva da lui. Era stata una cosa reciproca, almeno finché non se n’era andata.

Ora sembravano esistere solo i soldi, il lavoro e le amiche che restavano incinta. 

La lavastoviglie, avviata, gorgogliò cupa, quasi fosse asfissiata dall’acqua e chiedesse aiuto.

«Giovedì dormo fuori. Faccio Firenze nord».

«Hai appuntamenti importanti?».

«Sì».

«Mi saranno di sicuro tornate e sarò sola» Francesca sorrideva. Lui si voltò per capire fino a che punto scherzasse.

«Ti lascio in buone mani» rispose. Quindi prese in braccio Ezio che gironzolava sulle mattonelle quadrate della cucina, saltando le fughe, come in un gioco da bambini. Lei scostò la sedia dal tavolo e lui le mise il gatto sulle ginocchia.

Francesca lo accarezzava ma non stava fermo. Era evidente che non avesse voglia di sentire quelle dita sul suo pelo. 

 

***

 

Rientrò a destra dopo aver sorpassato un tir con targa ceca per lasciar passare uno stronzo che gli stava appiccato dietro. Cercò di guardare in volto il conducente ma l’auto scorse via veloce alla sua sinistra. Erano passati pochi minuti da quando aveva scritto a Francesca di essere arrivato. Le 8.32, il traffico era abbastanza intenso intorno a Barberino, ma ancora scorrevole. Milano da lì era ancora a più di tre ore di viaggio. Gli occhi si spostarono dallo schermo del navigatore di nuovo sulla strada. La vescica iniziava a reclamare una sosta. Rallentò un po’. Lasciando la sinistra sul volante prese il portafoglio dal portaoggetti ed estrasse la fotografia. La osservò per un secondo e poi la lasciò cadere sul sedile passeggero, vicino alla borsa. Non voleva ancora fermarsi. Premette il piede sull’acceleratore.

Perché gliel’aveva mandata?

Le gambe nude, la mano nelle mutande. 

«Cazzo» mormorò tra i denti. La voce riecheggiò nel silenzio dell’abitacolo e si rese conto che l’autoradio era sul muto da quando era partito. Guardò ancora la foto e la voltò sulla pelle scura del sedile. Come per depotenziarne la forza. Alzò il volume della radio, il tormentone estivo che piaceva a Francesca e parlava di Mykonos stava sopravvivendo a quel settembre ventoso.

«Che sto facendo?». Scosse il capo. Nessuno poteva vederlo, né sentirlo. Non aveva senso quella recita, non poteva mentire a se stesso. 

Era sull’autostrada e il giorno prima aveva anche coinvolto quell’idiota di Bonetti, ma era l’unico del paese che abitava a Milano, l’unico che poteva dargli qualche informazione su Alice. 

Perché me lo chiedi? Del resto faceva l’avvocato, domandava, col suo tono mellifluo che era rimasto identico dai tempi del liceo.

Alla fine aveva spuntato un indirizzo. Conclusa la telefonata, si era ripetuto il recapito nella mente tre o quattro volte, per non dimenticarlo, aveva preso la foto ed era andato in bagno.

Pensa l’ho incontrata per caso in Galleria, saranno stati due anni fa, e le ho chiesto dove alloggiasse. Forse un po’ meno di due anni fa, perché cercavamo un buon posto in affitto per trasferire lo studio. Ma dove stava lei non era il caso, era un blocco residenziale, palazzoni gialli un po’ troppo lontani per noi. Perché me lo chiedi?

La voce di Bonetti gli era rimasta in testa. Davanti allo specchio, con la foto in mano, se lo era tirato fuori. Un’erezione timida, distratta. Non riusciva a concentrarsi e in realtà non ne aveva voglia. Quella foto era erotica. Ma rappresentava altro, qualcosa di più profondo. In quella gamba piegata, nella posa e nel piede disteso, nel bianco e nero c’era la promessa del viaggio che avrebbe fatto l’indomani. Verso la verità.

Mise di nuovo il muto alla radio, guardò nel retrovisore e tornò in corsia di sorpasso.

 

***

 

Come gli avevano detto al bar dove si era fermato per chiedere informazioni e andare in bagno, quei palazzoni erano tutti uguali; dieci, dodici piani di giallo scrostato si proiettavano in alto nel cielo ferrigno e opprimente. Posteggiò in un ampio spiazzo esagonale, gli edifici a semicerchio occludevano l’orizzonte. Si figurò di essere un’ape in una cella. Un cartello sul marciapiede che abbracciava il piazzale indicava gli stabili: i civici andavano a coppie, 84/a, 84/b. Maledetto Bonetti, gli aveva dato solo il numero e ora avrebbe dovuto esaminare due lunghe file di campanelli. 

Spense il motore. Prese la foto e la infilò nel portafoglio. Due ragazzini che sarebbero dovuti probabilmente essere a scuola, gironzolavano nel parcheggio, impennando di tanto in tanto con le loro bmx. Aprì lo sportello, guardò l’ora e il cielo. 

Che sto facendo?

Si avviò verso l’edificio 84/a, tastandosi la tasca posteriore. Portafoglio e foto erano al sicuro. 

Gli slip appena sollevati, una promessa.

Chiuse gli occhi e si fermò per un istante. Cosa le avrebbe detto? E lei come avrebbe reagito? Non poteva coglierla di sorpresa, gli aveva inviato quella fotografia.

Ai lati del portone di vetro stavano due vasi, con piante morenti e irriconoscibili. L’odore che emanavano era putrescente e si mischiava con quello dell’asfalto umido, doveva aver piovuto fino a qualche ora prima. L’androne all’interno era buio, ma gli parve di scorgere un bancone e due scalini, poteva essere una guardiola. La luce plumbea del cielo riflessa nelle lastre dell’ingresso era fastidiosa. Sulla parete a destra stavano i campanelli, un rosario infinito di metallo e cognomi. Lesse solo i primi due, da lontano, perché il portone si aprì. Una donna, in ciabatte e camicione scuro che le fasciava i fianchi larghi, gli venne incontro. 

«Cosa desidera?», doveva essere la portinaia. Lo guardava dal basso verso l’alto, con sospetto. La tinta dei capelli che portava corti stava sbiadendo, sfumature di grigio e nero contrastavano con le sopracciglia folte e corvine. 

La salutò e le disse il cognome della ragazza.

Lei piegò il collo, come fosse un pappagallo curioso e lo squadrò. 

«Siete parenti?».

«Sì, sono suo cugino», dal tono inquisitorio della donna gli venne naturale mentire.

«In effetti vi somigliate. Ha fatto bene a venire».

Ci fu un attimo di silenzio imbarazzato, come se la portinaia stesse elaborando un’informazione, poi il suo volto mutò. Accennò un sorriso e gli sfiorò il braccio con le dita.

«Oh, mi dispiace tanto. Anche per la signorina, sa? Ma lui, era così bello, un viso perfetto».

«Cosa?» non capiva.

«Pensavo avessero avvisato la famiglia» la voce della portinaia si incrinò, «Lui lo hanno sepolto al cimitero di Greco giusto ieri. Non aveva nessuno in città, come lei, credo».

Sentì la gola chiudersi. Non riusciva a parlare.

«Era così bello. Anche lei, eh. Se penso a quel balùrt, a quel…».

Lo stomaco si contrasse. 

«Cosa è successo di preciso? Lei dov’è?» cercava di calmarsi, di respirare piano. Si tastò la tasca con il portafoglio, senza quasi rendersene conto.

Le gambe nude, il ventre in bianco e nero.

«Gli è andato addosso con la macchina quel balordo, e non si è fermato. Era lunedì. La loro moto è volata via. Lui è morto subito, lei è più di là che di qua, poverina».

«Dov’è?» era come se gli avessero dato un pugno. Si mise una mano sulla pancia.

«Al San Carlo, in coma. Il Pedretti, dell’interno 5 che ci lavora, dice che ha sentito che non si risveglierà. Erano una bella coppia. Venga dentro che fa freddo».

Non riusciva a rispondere, era immobilizzato. Alice aveva avuto un incidente il giorno in cui gli era arrivata la foto. Perché gliel’aveva spedita? Stava con un uomo, eppure aveva pensato a lui. 

Deglutì, la portinaia aveva una mano sulla maniglia, mezza voltata non gli staccava gli occhi di dosso. Alice era in coma, forse non ce l’avrebbe fatta. Il cellulare vibrò nella tasca della giacca. Lo estrasse in modo meccanico. Francesca lo chiamava. Riagganciò.

«Entra o no?».

Il cellulare riprese a vibrare. Da lontano vide i due ragazzini girare intorno alla sua auto nel parcheggio.

La mano nelle mutande, il pube liscio, invitante.

Riagganciò ancora senza rispondere alla chiamata e per un attimo pensò che se Francesca fosse stata al posto di Alice quel cielo livido gli sarebbe apparso più luminoso.

Dicembre 2024

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