Silvia Penso

Buffalo sick

NUMERO 27 | GEN 2025

Il locale è in penombra. Fuori da lì, dal rovinio dei bicchieri abbandonati sul bancone, del pavimento costellato di macchie umide, impiastrato dei cocktail versati, dei pezzi di vetro che stazionano sotto gli sgabelli di finta pelle rossa, il sole s’affaccia sulla città dei monaci, sulla città del fiume, sul paese dei templi ingoiati dalla jungla poi risputati per l’uso e consumo e la vista e tutti gli Ohhh turistici, Siem Reap. Siem Reap pian piano si sveglia, i tuc tuc smarmittano lungo le vie e i soi laterali, urla gutturali s’introducono nell’aria molesta già densa di smog e vapori che s’innestano nel disperdersi della notte che si fa giorno. Il buio si divincola riscattando la forma delle cose, cambiando densità ai suoni, qualità ai rumori. La nebbia che s’alza dalla foresta si sfilaccia, si confonde col fumo che esala dalle pentole fuori dalle case, donne buttate a terra, nella terra rossa e sottile, s’avvolgono i figli al corpo come una prolunga, un’appendice delle scapole, vanno alla questua.

Lance di luce passano attraverso le vetrate e trovano all’interno del gogo bar le ragazze addormentate, le minigonne di plastica bianca tirate fin quasi alla vita, sulla poltrona, sui divanetti colorati di velluto, l’una sull’altra o solitarie nei loro sogni, nel tirare in su col naso, nascoste alla vita ancora per poco. Uno scarafaggio fa i cento metri sul pavimento a scacchi.

Anche Amareza si sta svegliando, ma le piace tenere ancora gli occhi chiusi, prolungare la sensazione di torpore, di annullamento, essere deresponsabilizzata dalla propria esistenza. Amareza sbadiglia, si solleva, nella nebbia degli occhi incollati dal sonno attraversa il locale, le altre ragazze, il palo della lap dance, le scie di bagliori polverosi che significano giorno, raccoglie da terra i sandali argentati e segue impronte infangate di scarpe che s’allungano come un sentiero sulle mattonelle dalle linee di fuga annerite. È al porto che sta andando, Amareza. Amareza parte. Amareza non è il vero nome di Amareza. Sono io a chiamarla così, Amareza, per un cipiglio arrotolato sulla fronte, per i suoi occhi neri, densi di una malinconia stratificata, antica come le rovine sbeccate dentro la foresta, ereditata o connaturata al suo essere, Amareza, la chiamo, per quel suo modo di essere qui e allo stesso tempo altrove, persa chissà dove, forse tra le sue campagne, nelle verdi distese delle risaie in cui per l’intero giorno i fratelli e il padre s’inchinano a raccogliere o seminare lunghi steli nel pantano dell’acqua, con la pelle ammollata nell’umido, nel villaggio che contiene la sua vecchia vita e sua madre che si fa vecchia e il nonno già vecchio anche da giovane. «Amarezza» l’ho chiamata, «Amareza» ha ripetuto Amareza e per un attimo ha sorriso, mentre prona, in ginocchio, abbassava la lampo dei miei pantaloni per dieci dolla, «Solo dieci dolla perché tu piace me » e con le mani piccole e ossute cercava sapiente il mio cazzo, già dritto per lei, per il suo corpo da ballerina soffuso d’ombre notturne, ambrato come la pietra che insieme avevamo contemplato al mercato durante la mattina, scrigno per un minuscolo rinsecchito insetto corredato di ali ormai inservibili «Io» aveva allora detto lei, guardandomi per un tempo lunghissimo e poi abbassando il petrolio delle pupille, tornate alla mestizia del giorno.

È quasi un anno dalla mattina del mercato, un anno di Amareza, tra le mie braccia e sul mio letto, un anno di me dentro Amareza, un anno delle mani di Amareza a cercarmi la pelle, a succhiarmi le labbra. Sarebbe stata qui, Amareza, come ogni mattina di questa nostra inconsueta, insensata routine, sarebbe tornata dal gogo bar dove lavora, dove «Solo ballare adesso», avrebbe attraversato la porta d’ingresso vergognandosi del portiere, sarebbe entrata nella mia camera, della quale possedeva la chiave, avrebbe fatto la doccia neniando quella sua filastrocca dai suoni gutturali, un mantra cantilenante che parlava di buoi e raccolti e uomini mai più tornati, si sarebbe sdraiata accanto a me. «Dormire» avrebbe detto e io l’avrei presa in giro, le avrei posato una mano tra le gambe avvertendo l’urgenza del suo calore, della sua strettezza vellutata e rosea, lei che esclamava «Quanto bello tu» e rideva afferrandomi, dicendo «Grande» come forse le avevano insegnato a dire mentendo. Al di là dei vetri socchiusi giungevano a tratti i rumori attutiti dei tuc tuc, le voci di bemolle, l’odore dei frangipane immolati alla strada, l’effluvio dolce, pungente, morente nelle narici, gli umori della foresta, delle cortecce di cannella e sentori di pepe, la singolarità degli odori che s’accumulava nell’aria e incontrandosi sulle vie aeree penetrava la casa, la stanza, sconvolgeva le tende di cotone che intanto s’avvolgevano in danze ritmate alla pioggia sovente dei tropici, puntuale alle sei del pomeriggio o alla morte della notte tramutata in nuvoloso ventoso chiarore, e noi lì a far l’amore, e il tek, la vaniglia, i mobili di sandalo, le urla delle scimmie impegnate a rubare frutta e noci di cocco impilate sui carretti, gli oggetti dalle mani dei turisti. Era scambio, carezza, ebbrezza, finestra, foresta. Amareza.

Solo dopo sarei andato al consolato, a timbrare e accumulare fogli e richieste e burocrazie da un mare all’altro, dopo aver preso la mia dose di Amareza e lei, rimasta nella morbidezza del cuscino, avrebbe avvolto il corpo magro nelle lenzuola. 

Amareza l’ho vista la prima volta tra le rovine del Bayon. Tra le multiformi misteriose facce grige di pietra, inserite come diademi tra i gradoni piramidali, si sventolava il viso con un ventaglio, come le dame d’altri tempi o certe donne del sud Italia, sedeva e rideva con la sua compagna. Elegante nelle movenze, così piccola. Così asciutta sotto il sole inclemente, sotto la calotta azzurra di un cielo senza nuvole, immersa nei suoni canicolari di cicale che immaginavo ciclopiche, impegnate in polistrumentali frinire. Avvicinandomi le avevo chiesto di farmi da guida tra le macerie e le ballerine scolpite, velate, dei bassorilievi precipitati sul fondo marcio della foresta, e le avevo domandato «Sai ballare anche tu così?», con quella stessa precisione geometrica e sensuale, di veli e anelli e bracciali e mani unite alle punte. Lei aveva riso abbassando la testa, conquistando qualche parte di me che non sapevo esistesse. Non io, figlio cresciuto tra i doveri e i premi e i divieti. Dietro i templi pietrosi svettava la jungla col suo verde intenso, e sopra le punte degli alberi altre guglie di altri templi, e sfuse sul terreno le enormi buche che erano state boato e arti spazzati e vite spezzate, il risultato delle mine, di quel cammino mortifero cominciato in un punto all’opposto del mondo, con ingegneri appositi, e grandi cervelli con grandi sogni, di carriera e case e famiglia e viaggi e riconoscimenti, costruite e imbarcate per arrivare sotto questa terra rossa umida e brillare come brillano stelle. Sulle rovine era poi calata la sera e sulla sera le luci della strip, del locale dove avevamo mangiato l’Amok, sapore intenso di spezie e del pesce chiusi in foglie di banano, chiuso nella mia bocca, nella sua bocca. E per la prima volta, lei, aveva bevuto il vino divenendo rossa e appuntando sul visino una smorfietta che significava aspro. «Non andare» le avevo detto poi «resta con me, niente gogo bar stasera». «Dovere andare buffalo sick» aveva risposto e spiegato con gesti e corna sulla testa, in una mimica da teatro indiano, che il suo bufalo, là a casa sua, nel nord, stava male e che questo per una famiglia di campagna è una rovina che «Dovere comprare altro bufalo o guarire bufalo Chi arare chi portare cose familia?». 

E ogni volta, anche dopo, quando già le avevo leccato la pelle e le ascelle e il pube e conosciuto il sapore della sua lingua, della sua saliva mischiata alla mia, il mio biancore alla sua ambra, quando porgeva la mano a chiedere qualcosa in più era «Per buffalo sick», «Amareza, è sempre malato questo bufalo?», e lei rideva tenendosi la pancia incavata, e poi ancora il mantra esclamato «Buffalo sick!» e alzava le braccia come a dire che lei non c’entrava, forse il karma forse lui, «Il karma del bufalo malato? E il nostro di karma, Amareza?» e lei non rideva più. «Andare» diceva. Poi, invece, restava.

Quella specie d’entusiasmo che molti chiamerebbero amore ci aveva portati in viaggio a Ko Tao, bastava poco per essere felici sulla sabbia bianca, unita in pacifico confine con l’azzurro del mare e dietro ancora, e sempre, la jungla intricata e la capanna con cucina che lei aveva tanto voluto e poco usato perché Amareza sapeva andare a caccia di grilli e li schiacciava con peperoncini e altre spezie e li friggeva, e luce entrava allora negli occhi se anch’io ne assaggiavo e mi imboccava e sminuzzava per me per «mio cuore biondo». 

E quando la sera, insieme al buio, calava anche una calotta d’aria umida, ci addentravamo nella foresta attraverso sentieri scavati a forza di machete per raggiungere un luogo che lei conosceva «Chi te lo ha detto Amareza, come lo conosci?» Non c’era mai una risposta ma io la seguivo, snella nei pantaloncini bianchi maglietta annodata sull’ombelico, dietro i suoi passi, dietro le foglie delle felci che scansate piantavano graffi sulle braccia, immersi in uno sbattere d’ali, e stridii d’animali e movimenti di fronde nella notte nera nerissima e intorno cupola di stelle che ora sì avevano senso la forma del cielo e il globo e i mappamondi della mia infanzia. Arrivati all’albero centenario, l’albero piattaforma, salivamo una piccola, lunga, traballante scala e agli occhi allora si presentava il panorama pece senza fine della giungla, declinata sotto di noi, e intorno le amache attaccate ai rami, e il cinese pazzo occhi spiritati e sonnambuli ci veniva incontro con la sua scimmia al guinzaglio, pazza anche lei come lui; a un suo cenno d’assenso sceglievamo anche noi un’amaca dondolante nel caldo, nella placidità ferma della sera, suoni bassi profusi nelle orecchie di invisibili altri, abbracciati in altri oscillii di altre amache, e un rumore di rami e gorgoglii, fruscii, uggiolii che circondavano l’albero e noi dentro l’albero, e il cinese e la scimmia pazza, e scie di fumo s’inalberavano come comignoli «Sì Amareza, gira tu, fuma tu per prima, tu che sei il mio oppio, il mio svago, la mia notte» abbandonati ebbri sudati, a parlare, parole sciocche, cose da innamorati senza amore «Cos’è amore per te Amareza?» «Cura» rispondeva.

«Sono bella?» domandava Amareza quando si spogliava offrendomi il corpo, «Sono brava così?» Sì, Amareza, sei brava così, brava a inanellare la lingua sul mio glande, piccola e delicata Amareza, e le labbra e la bocca e «girati Amareza» e Amareza la schiena e dentro un calore che avvolge e si confonde con l’altro calore che permea la stanza e si mischia all’odore di gelsomino bagnato o marcio sulla strada, e il sudore sull’incavo delle reni, lì, dove incontra la rotondità del sedere, Amareza, ah Amareza dai fianchi stretti di bambina, Amareza che si muove a incontrarmi dentro di lei e gode o fa finta di godere? Chi sei Amareza bimba khmer, sfuggita al massacro, che nel suo villaggio mischia le cavallette al peperoncino e le cuoce nel wok con l’olio di cocco. Amareza e il nonno con l’oblio negli occhi, Amareza buffalo sick, dai più soldi diceva lei, buffalo casa, buffalo sick.

Amareza, scalza, sandali d’argento in mano, Amareza dal gogo bar, l’ultima volta ti vedo sul pontile. Vai di nuovo verso le isole ma stavolta non con me. Pioggia puntuale, rarefatto silenzio, scoscio di prue contro onde. Il vento spazzola i capelli lunghi neri lisci, via lontana da me Amareza, perché io no «no sposa te Amareza, non posso sposare una prostituta, che direbbero gli altri» «Chi sono altri?» viso chinato su spalla «tu ama me?» «No Amareza, no che non amo te, mi piaci sì ma l’amore è un’altra cosa», «Cosa è amore per te?» «Non lo so, Amareza, è quando ti fa male qui» mano su cuore, mano su simbolo universale delle frottole «A te no fa male qui?» «No Amareza».

E mentre me ne andavo, ricomponendo la mia vita dentro una valigia, interrogavo tutti quei mesi, che a guardarli ora sembravano anni, ere impresse nel dna, compresse nei globuli, accumulate in strati in quel posto misterioso che definiamo anima, io, coscienza. E pensavo a Amareza, al suo modo di stupirsi delle cose, di ridere con scintille subitanee degli occhi e poi di questo riso, stupirsi, come di qualcosa che non fosse permesso. Mi mancava quel suo Mmmm se assaggiava qualcosa di buono, qualcosa di nuovo. E i nostri giochi e carezze dopo l’amore e le ruote sul letto e cantare e la pelle il sudore il gelsomino le cicale, le reni, la pioggia violenta sulla terra rossa, la dolcezza, le spinte, gli occhi le mani, la mano stesa verso di me, il silenzio rilassato senza bisogno di dire, Amareza, Amareza buffalo sick. E allora una fitta, un dolore, un buco dove prima era pieno, un sentore, una lontananza, un deserto, una sete, arsura-dolore pur nell’acquosità della bruma. Amareza, hai ragione, buffalo sick.

Gennaio 2025

© 2025 "Buffalo sick" è una pubblicazione digitale della rivista letteraria Nido di Gazza.
Tutti i diritti correlati alla presente rivista sono riservati agli autori e collaboratori di Nido di Gazza.

Nido di Gazza | Rivista Letteraria - Nido di Gazza © Copyright 2025