Paolo Ippedico
Il complotto
NUMERO 27 | GEN 2025
A quell’ora del mattino Viale di Porta Ardeatina era deserto e silenzioso.
Morrison era ancora frastornato. Troppo presto per sperare che il suo cervello si fosse attivato per funzioni più elaborate di quelle basilari, figuriamoci elaborare un discorso sensato. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte, turbato dal pensiero di quello che doveva fare. A dimostrazione di ciò, cullato da quella quiete irreale da museo vuoto, si era fatto ipnotizzare da una delle feritoie che puntellavano le maestose mura. Scrutava l’oscurità al suo interno, convincendosi dell’eventualità che quello fosse lo stesso terribile sogno che lo aveva inquietato la notte precedente.
Furono gli sbuffi di un corridore stremato e l’odore acido del suo sudore a destarlo dallo stato di trance in cui era piombato. Ruotò la testa in cerca di Lennon, come si fosse improvvisamente ricordato che era lì con lui. Quello era di spalle, lontano qualche metro, immobile al centro del prato incolto. La luce cadeva pallida sulla città eterna, ancora tramortita dai bagordi del sabato sera. Morrison fissava Lennon, senza vederlo realmente. Era una figura appannata, che ogni tanto muoveva la testa al ritmo di una musica che sentiva solo lui. Morrison non volle distrarlo. Si crogiolò ancora un po’ nella sonnolenza. E pensare che se avesse continuato a farsi i fatti suoi sarebbe partito per la ricognizione all’orario solito, come tutte le mattine dal giorno del suo primo volo. In fondo era un tipo ordinario, con bisogni ordinari. Allora perché aveva sentito l’urgenza di ficcare il becco in questioni che esulavano dalla sua sfera di competenza? Era una qualche forma di protesta del suo io interiore, in opposizione alla mediocrità in cui sguazzava? Possibile che non avesse nessun controllo su quella parte di sé? Un cerchio invisibile di metallo prese a premergli sul cranio e pensò di piantarla con i turbinii introspettivi di primo mattino.
‘Tu ti fai troppe domande!’ gli aveva confidato una volta Capitano, il leader del suo distaccamento ‘quelli come te campano poco. Vuoi un consiglio: stai nel tuo e vedi de vola basso!’.
«Allora, che me dovevi dì co tutta st’urgenza?» fece Lennon, dopo aver beccato qualcosa nell’erba.
Morrison lo fissò a lungo, prima che si rendesse conto di essere stato interpellato.
«Ancora un secondo» gli rispose, scorgendo una macchina in avvicinamento.
Si stupì che la sua lingua si fosse mossa, e ne approfittò per pungolare un lombrico che tentava di sfuggirgli nell’erba.
«Allora? Guarda che se n’è andato» fece impaziente Lennon, con gli occhi rossi e gonfi.
«Hai fatto serata ieri? C’hai du palle de natale!»
«Che me devi fa la ramanzina, mo?»
Nella testa di Morrison sonno e irritazione si stavano mischiando in un cocktail esplosivo.
«Senti… io me ne vado» fece Lennon, saltellando via.
«Dove vai? Aspetta.»
Morrison stava per dire qualcosa, quando un gabbiano sghignazzò sulle loro teste. Morrison lo scrutò torvo e lo seguì con lo sguardo finché non scomparve oltre il cordolo delle mura.
«Vieni appartiamoci» disse a bassa voce.
«Guarda che a me me piacciono le colombelle»
Morrison si voltò a guardarlo confuso. Poi capì.
«Certo che tu e tuo fratello non c’entrate proprio un cazzo» rispose scrollando la testa avvilito
«Nel senso che so più figo io, vé? Eh? Eh? Eh?» domandò Lennon, con voce stridula.
«Muoviti! Fa un freddo boia. Andiamo là che c’è un po’ de sole» disse, indicando una chiazza pallida, ben più confortante dell’arietta gelida del primo mattino.
«Se vuoi posso scaldirti io, tesoruccio!» ironizzò Lennon, ridacchiando e sbavando come un cerebroleso.
«Ma vai a cacare!»
Morrison spiccò un volo deciso che lo fece planare subito dopo la curva.
Gli capitava spesso di passarci durante le ricognizioni e sapeva perfettamente in che modo la luce si muoveva. Sperò vivamente che Lennon la smettesse di blaterare e lo seguisse.
«Mamma che puzza!» esclamò, allo sue spalle.
«Merda di cane»
«No, è proprio la città che puzza!»
In un’altra occasione Morrison avrebbe contestato quell’affermazione, ma c’era una questione più importante da snocciolare.
«Comunque te devi da na mossa che a na certe te saluto. Devo passà da Campo dei Fiori che Michelino oggi non c’è. E lo sai com’è, no? Quelli der Prenestino se pappano tutta l’insalata del pakistano. Chi gliel’avrà detto secondo te che quell’infame se la mette da parte per darla ai maiali di sua sorella?»
«E tu che ne sai, scusa?»
«Na volta l’ho seguito. C’hanno na fattoria con le vacche, i maiali e conigli. Na roba enorme. Me voleva fregare a me, me voleva»
«Guarda che devi stare attento a quelli der Prenestino. So parecchio territoriali»
«E che vor dì?»
Morrison alzò gli occhi al cielo sconfortato, domandandosi come avesse fatto la madre a covare un deficiente come lui.
« Vor di che fanno come i cani. Pisciano per farte capì che non ce devi annà dove stanno loro. Na volta hanno fatto il culo a Silvestino»
«Ma chi, la cornacchia de Villa Pamphili?»
Morrison annuì.
«Non ho capito. È un sì?»
«Ho fatto sì con la testa, no»
«Ma che ne so, magari ti era partita l’antenna»
Era così che si diceva nel loro gergo: ti è partita l’antenna. Era una cosa che i piccioni come loro facevano con una certa naturalezza. Da piccolo Morrison non capiva perché dicessero ‘partita l’antenna’ quando avrebbero potuto dire ‘ t’è partito il ritmo, o la musica’. Era una questione di sincrono, mica di ricezione. Poi Vispo, un pappagallo di Villa Borghese, aveva ipotizzato che forse volevano intendere che l’antenna nella testa captava la musica che il corpo esprimeva con l’ondeggiare della testa. Morrison si fidava molto di Vispo, perché viveva con un professore universitario abbastanza famoso che teneva congressi in tutto il mondo. Ogni volta che a Morrison però ‘partiva’ quella benedetta antenna, era costretto a convivere con un dolore al collo per almeno mezza giornata.
Forse aveva ragione suo padre quando diceva che passava troppo tempo a osservare gli umani.
Morrison era consapevole delle verità di quelle parole, eppure quegli esseri così diversi da lui lo attraevano terribilmente, sin dal giorno in cui suo padre lo portò per la prima volta in ricognizione sulla città.
Il volo fu lungo e estenuante. L’area da coprire era piuttosto ampia, ma col tempo si era ridotta a causa del generarsi di nuovi stormi e della conseguente riorganizzazione delle zone.
In quel momento, con il sole sparato in faccia, Morrison riascoltò la fila di avvertimenti utilissimi che suo padre puntualmente aveva sciorinato:
«Ricordati di non avvicinarti troppo ai tavolini. Aspetta che si liberino prima e poi becca solo le briciole più grosse. Alcuni sono audaci e se ne fregano, ma gli umani sono stronzi. Gli basta un calcio per assestato per farti secco; stai lontano dalle auto, ma questo non serve che te lo ripeta. Hai visto che fine ha fatto Cesarino? Schiacciato come un hamburger sull’asfalto. Per quanto riguarda i balconi… tenteranno di scoraggiarti con spuntoni, dischi e spaventapasseri di tutti i tipi. Puoi spazzolare tutto quello che trovi nei vasi, ma occhio alle molliche. Potrebbero essere impregnate di grappa ad alto tasso alcolico. Se le ingerissi… è inutile che ti dica che sei spacciato. Infine: se incroci aquile, gufi e girandole, rifugiati sul primo albero nelle vicinanze e restaci finché non se ne sono andati. Quelli si sento i padroni del cielo e non c’è niente e nessuno che gli farà cambiare idea.»
Quei voli si fecero sempre più frequenti e, man mano che Morrison cresceva, solitari.
Gli capitava di fermarsi sui davanzali degli edifici di Via Carlo Felice e spiare attraverso i vetri delle finestre. L’appartamento di Luigi era il suo preferito. Era al quinto piano di un antico palazzo di fronte alla fermata del tram che portava all’università. Luigi aveva dieci anni ed era appassionato di cinema. Non aveva amici, almeno così gli era parso di capire quando suo nonno l’aveva rimproverato perché se ne stava sempre in camera a guardare film. Era un bambino dolcissimo, ma molto timido e insicuro, e Morrison trascorreva molto tempo sul suo davanzale, senza mai defecare, nella speranza che si sentisse meno solo. Luigi pareva apprezzare la sua compagnia, tanto che spesso gli dava delle briciole di pane avanzato il giorno prima.
Oltre a Luigi c’era la cara vecchia Ofelia, con i suo persiani; Vincenzino che aveva quarant’anni e viveva ancora con sua nonna e guardava delle donne nude alla tv il tardo pomeriggio; Saverio il giornalaio; la Tedeschi, la capo scala di un palazzo in Via Collazia, che gli lasciava del mangime buonissimo sulla terrazza.
Non c’era giorno che Morrison deviasse il suo volo per salutarli. Erano soste obbligate che nutrivano la sua curiosità, che ampliavano la sua tavolozza di colori in quel grande dipinto che ere il mondo. E lui intendeva esplorarlo tutto, quando avesse avuto ali abbastanza forti per lunghe transvolate.
«Allora?» chiese Lennon, ingoiando altra erba.
Il cervello di Morrison lasciò drenare via tutto. La cosa che doveva dire meritava tutta la sua concentrazione.
« Ho sentito una cosa che forse non avrei dovuto sentire» cominciò, con poca convinzione.
Lennon rizzò il collo, di nuovo, la coda di un lombrico che sbucava dal suo becco.
Si sentì lo sguardo giudicante di Morrison addosso.
«Mi stai innervosendo»
Morrison sospirò, già pentito di ciò che stava per fare, e si svuotò:
«Credo che stiano organizzando un attacco contro gli umani»
Lennon a momenti si strozzava. Sputò il lombrico e domandò:
« Ma chi? Che stai a dì?»
«Quelli di Tor Pignattara, dell’Eur e di San Lorenzo»
«Ma scusa, che c’azzeccano mo questi insieme che se so sempre evitati come la peste?»
«Non lo so, ma ho sentito Cicerino e Er Bussola gozzovigliare sulla Colombo»
«Gozzo che? Ma come parli, cì?»
«Concentrati sulla sostanza»
«Ma se non la capisco nemmeno sta sostanza»
«Vabbè. Ciao, eh!»
Morrison gli diede le spalle e piegò leggermente le zampe per spiccare il salto.
« Oh, aspetta! N’do cazzo vai?»
«Fai finta che non ti ho detto niente»
Si alzò in volo, ma fece appena una decina di metri che Lennon gli fu subito affiancò.
«Oh, dai, m’interessa. Atterrà lì n’attimo»
Indicò una rientranza delle mura e Morrison ci s’infilò dentro.
Spirava una corrente fredda, come un alito di morte che gli drizzare le piume.
«Ma sei sicuro?» domandò cupo Lennon.
«So sicuro, ma se non mi vuoi credere…»
«Mamma quanto sei permaloso forte»
Lennon si acchiocciolò e riprese.
«Che dicevano di preciso?»
«Dice che vogliono attaccare all’Angelus»
Lennon sgranò gli occhi e rizzò le piume.
«Ma ce sarà n’ sacco de gente»
«Un botto. E secondo me è solo l’inizio»
«Che vor dì?»
«Che stanno progettando di attaccare da altre parti»
«Guarda che è na cosa greve questa che stai dicendo, cì. Devi essere proprio sicuro sicuro. Al 2000%, tipo!»
«Così dicevano»
Si squadrarono come Van Cleef e Eastwood nel finale de Il Buono, il Brutto e il Cattivo.
« Io non voglio dubita de te però… me sembra na cosa da pazzi! Ma poi… perché?»
«Hanno detto ‘ Piamose Roma’!»
Lennon si perse a formulare il ragionamento più razionale possibile. Morrison fece altrettanto e per qualche secondo non dissero nulla.
«E perché l’hai detto a me?» domandò Lennon, con un velo di terrore negli occhi.
La risposta era banale, ma il povero Lennon proprio non ce la faceva. Ad Approdo del Re sarebbe durate un paio d’ore, a voler essere ottimisti.
«Perché tuo fratello è un dei leader, no? E forse riesce a convincerli a cambiare idea»
«Sei impazzito? Così rischiamo de mandà all’aria anni di accordi. Non se ne parla. Me dispiace»
«E quindi li lasciamo morire così?»
Lennon lo squadrò per un lungo minuto.
«Proviamoci almeno» insistette Morrison «Io cercherò di comunicare con uno degli umani che conosco. Magari…»
«…che conosci?»
Morrison provò un forte imbarazzo. Quello era un suo segreto, qualcosa che nessuno avrebbe mai dovuto sapere.
«Non dirlo a nessuno»
«Tu sei un piccione, fratè. Te lo ricordi, sì?»
«Lo so… ho sbagliato, ma dovresti passare qualche ora sul loro davanzale per capire che non sono tutti pericolosi. Gli umani non sono come noi. Non pensano solo al cibo o a tubare. Sono esseri più complessi»
Lennon aveva una strana luce negli occhi. Morrison la scorse solo in quel momento. Sentì un formicolio lungo il dorso e iniziò a indietreggiare verso l’uscita della feritoia, con cautela.
«Allora… parlerai con tuo fratello?»
Lennon lo guardò con occhi appuntiti come aghi di pino.
«Va bene allora…» fece per dire Morrison, ma qualcosa di acuminato gli si piantò tra le ali.
Non riuscì neppure a urlare per quanto era bruciante il dolore. Lanciò il capo all’indietro e cadde verso il basso. Nell’istante prima di schiantarsi aprì le ali e sfiorò appena l’erba.
Volteggiò a fatica.
Due corvi erano aggrappati a due sporgenze delle mura. Le pupille lucide e penetranti lo puntavano. Il vento scuoteva le loro piume. Bandiere di morte.
« Che stai facen…do Lè?» chiese, cercando di soffocare il bruciore.
«Tu e i tuoi umani» rispose Lennon, facendo capolino dalla feritoia.
«Che vuoi fare?»
«Io? Niente. Ci penseranno Crick e Crock a punirti»
«Punirmi? Per cosa? Io non ho fatto niente!»
«Mio fratello me l’ha sempre detto: stai attento a Morrison. Prima o poi vedrai che ci tradirà tutti»
«Io non ho tradito proprio nessuno»
Crick e Crock si scagliarono contro di lui, come lance velenose. Morrison sbatté le ali con una violenza inaudita. Scansò la chioma di un grande lacero appena prima di fracassarsi contro il suo grosso ramo. Puntò più in alto che poteva, ma i suoi polmoni si restrinsero per la pressione. Allora precipitò intenzionalmente verso il basso, tenendo le ali incollate al corpo e poi le riaprì, sfruttando una corrente intensa che lo sospinse da dietro.
I Corvi però furono più veloci di lui e lo beccarono con ferocia e su tutto il corpo.
Morrison precipitò al suolo, le ali strappate dai morsi, la pancia aperta.
Mentre si spegneva, con il cielo limpido riflesso negli occhi, pensò a Luigi e agli altri umani a cui si era legato e al resto del mondo che non avrebbe mai visto.
Gennaio 2025
