Simone Tedeschi

Doggy style

NUMERO 28 | FEB 2025

Franco “Burt” Marchetti parcheggiò il furgone sotto il viadotto della tangenziale.

Era proprio il punto adatto: anonimo fra le altre macchine e lontano dal passaggio dei pedoni.

Tirò fuori dallo zaino un panino con la mortadella e sintonizzò la radio sui 98 e 100. Poggiò il quotidiano sportivo sul sedile del passeggero e scosse la testa con disappunto. Anche lo speaker stava paragonando l’episodio della domenica precedente al gol annullato a Cannavaro qualche anno prima. Più lo ascoltava, più sentiva di dover intervenire per dire la sua. Era ovvio: gli arbitri venivano comprati continuamente per ostacolare la corsa della Lazio, lui lo sapeva bene.

Afferrò il cellulare e compose il numero velocemente, appena il conduttore aprì lo spazio alle telefonate. Desiderava tanto essere invitato come opinionista in trasmissione e questo intervento sarebbe stato il primo passo. Nonostante il tema rovente, la linea era miracolosamente libera.

Dopo essersi presentato, si impegnò per camuffare il pesante accento romano e cercò di parlare nel migliore italiano possibile, ma lo sforzo lo faceva parlare più lento del solito e l’intervento suonava evidentemente affettato e innaturale. 

«Innanzitutto vorrei complimentarmi con il mitico conduttore per le sue analisi preziose…» iniziò con voce ruffiana e strascicata, ma all’improvviso fu interrotto da un mugolio prolungato che proveniva da un angolo buio nel retro del furgone.

«Aho, te voi sta’ zitto che sto al telefono?» urlò voltandosi. «Scusami, c’ho er cane bisognoso de coccole.» 

Continuò, ma era troppo tardi: un clic aveva segnato la fine della telefonata.

«Pronto? PRONTO?” provò inutilmente. Prese una lattina di birra dal sedile a fianco e la scagliò con tutta la forza contro la sagoma nera alle sue spalle. Stavolta un gemito più forte. 

«Mortacci tua» gli disse Franco «avevo pure preso la linea e potevo fare ‘na bella figura cogli amici der bar. Mo me prenderanno tutti per culo perché n’ho finito de parla’…»

Nel retro del furgone, nascosto da una logora coperta scozzese, giaceva Leopoldo Adelasio, che indossava ancora un completo grigio fumo di Londra, una camicia bianca macchiata di sangue e un pesante cappuccio nero sulla testa.

Si contorceva in posizione fetale sul pavimento del furgone. Le mani bloccate dietro alla schiena, le ginocchia piegate, le caviglie ancorate alle mani.

Franco mostrò un espressione di disgusto, poi si affrettò ad abbassare i finestrini. Quando si girò, una macchia scura che proveniva dai pantaloni del prigioniero gli tolse ogni dubbio.

 

«A dotto’, che schifo. Te devi fa’ vede’ da un urologo bravo, mica è normale ’sta puzza…

Le hai fatte l’analisi? La zootermia, la cretinina?

Uno come te, coi sordi che c’ha, se dovrebbe fa’ controlla’…

Lo sai che mi’ cugino Alfredo, pace all’anima sua, c’aveva i reni che non filtravano bene e se ne è andato a 49 anni, porello…»

Si tolse i Rayban e ripensando al parente defunto mordicchiò la stecca con un’espressione nostalgica e assorta. I lamenti pian piano si placarono e divennero una protesta sommessa.

«Lo so che non poi risponne, io te lo toglierei pure il bavaglio pe’ fa due chiacchere mentre aspettamo, ma poi tu te metti a strilla’… »

 

Guardò l’orologio. Non mancava molto alle 11.00 quando “Ratatui” l’avrebbe chiamato per confermargli la ricezione del riscatto e allora lo avrebbe potuto liberare.

Sorrise al pensiero di come il collega credesse che il soprannome fosse dovuto alle proprie doti culinarie.

Faceva l’aiuto cuoco, era vero, ma nessuno si azzardava ad assaggiare quella che lui considerava la sua rinomata carbonara.

Se tutti lo chiamavano così, era solo perché era basso, obeso e aveva grandi orecchie a sventola. Quando indossava l’uniforme, con quei baffi ispidi e gli incisivi sporgenti, somigliava proprio al topo della Pixar.

Spostò lo specchietto per vedere meglio il retro del furgone.

«Non devi ave’ paura!» disse cercando di essere rassicurante, mentre, con un riflesso automatico, volgeva lo sguardo verso il revolver calibro 45 sul sedile del passeggero, nascosto sotto il quotidiano. «Se tutto va bene, stasera sarai a cena con tua moglie e i tuoi bambini.»

 Si rimise gli occhiali da sole e si lisciò i baffi, guardandosi compiaciuto nello specchietto retrovisore. Poi abbassò il parasole per guardare la foto di Pamela, che gli sorrideva ammiccante.

 Si portò due dita alla bocca, schiocco un bacio e toccò la foto.

 «È pe’ te, amore mio. È tutto pe’ te.»

 

Franco l’aveva conosciuta sei mesi prima, quando ancora viveva con quella stronza della moglie.

Era entrato nel negozio di animali per comprare le scatolette per il gatto e aveva trovato una giovane commessa, vestita più di tatuaggi che di stoffa. Morissima e con le lenti a contatto azzurre, continuava a lanciargli occhiate perplesse mentre ciancicava una gomma.

Alla fine, mentre digitava l’importo sul registratore di cassa, si era fatta coraggio, aveva preso la rincorsa e glielo aveva chiesto:

 «Scusi, se me permetto… Je posso di’ ‘na cosa? Ma lo sa che è ugualuguale a quell’attore americano de’na vorta? Mo me sfugge er nome…»

Lui, compiaciuto, aveva riposto i Ray-Ban nel taschino con un gesto collaudato, aveva poggiato le mani sul bancone e sporgendosi in avanti per apprezzare meglio la scollatura, le aveva sfoderato un sorriso sornione.

«Reynolds, Burt Reynolds » le aveva risposto come se si stesse presentando.

Pensò che la ragazza fosse un’osservatrice attenta: erano pochissimi sulla faccia della terra a cogliere quella somiglianza che sembrava evidente solo per lui.

E fu proprio allora che per Franco scattò una connessione immediata (o forse fu per la scollatura). La ragazza si era proprio meritata che lui le raccontasse la storia di sua madre Anna, costumista a Cinecittà negli anni d’oro, che tanto aveva lottato inutilmente per affermarsi come attrice. E tanto aveva sofferto, ma si sa come funziona il mondo dello spettacolo: non vai da nessuna parte, se non hai le conoscenze giuste.

Sul set di un film aveva conosciuto proprio lui, Burt Reynolds, che l’aveva sedotta facilmente e le aveva fatto credere che l’avrebbe portata a Hollywood. Una settimana dopo, invece, era partito senza guardarsi indietro. Da solo.

 Un anno dopo, nonostante il talento, Anna aveva abbandonato i propri sogni e viveva con il piccolo in casa dei nonni, al Quadraro.

Franco, da grande, aveva provato a scrivergli per incontrarlo, ma non aveva mai ricevuto risposta.

Dopo un po’ di chiacchiere ben organizzate, alla fine, Pamela aveva accettato un passaggio per tornare a casa ed era rimasta colpita dai suoi modi sicuri, galanti e da come lui le avesse aperto la portiera della Golf rosso fiammante chiamandola “Principessa” mentre le porgeva un mezzo inchino. Lei, imbarazzata, aveva accennato una riverenza sollevando la mini nera in pelle.

La tensione erotica era palpabile. Una cosa tira l’altra e alla fine si erano fermati in un angolo isolato per scopare in macchina come due adolescenti arrapati. 

Inaspettatamente per entrambi, avevano continuato a vedersi e a Franco non sembrava vero di avere una relazione extraconiugale con una donna vent’anni più giovane di quella culona della moglie.

Per lui, Pamela era una ragazzina, gli ispirava un senso di protezione e anche a lei piaceva quando la chiamava “piccola”.

A un certo punto gli aveva confidato i propri sogni. Non voleva lavorare tutta la vita come commessa. Aveva un’idea imprenditoriale tutta sua e Franco quasi si commuoveva ogni volta che lei, come un uragano, gliela esponeva con foga e passione. Forte della sua esperienza nel negozio, avrebbe aperto una elegante SPA di lusso per cani, con piccole piscine per Labrador, piene di gommose papere colorate.

E poi, una reception con un’hostess in divisa per ricevere i ricchi proprietari. Tornelli automatizzati per l’ingresso, come in una palestra moderna. Una sala massaggi, dove operatori altamente qualificati avrebbero offerto trattamenti Reiki rigeneranti ai cani più anziani.

E una sala per il té dove le clienti eleganti avrebbero potuto conversare sorseggiando tisane pregiate, mentre i loro cucciolotti avrebbero gustato esclusivi pasticcini per cani.

Aveva pronto anche il nome, che avrebbe esposto con grandi lettere rosa come insegna del negozio:

“DOGGY STYLE”. L’impronta stilizzata di una zampa sulla lettera O le avrebbe conferito un tocco di classe.

Aveva già pensato perfino alla campagna pubblicitaria: una foto in cui lei stessa avrebbe guardato intensamente in macchina e un fumetto rosa avrebbe recitato:

 Mi prenderò cura del tuo pelosetto con amore. DOGGY STYLE…e non te ne pentirai!

(Si effettua anche servizio tosatura su richiesta)

A Franco il nome suonava familiare, anche se proprio non riusciva a ricordarsi dove l’avesse già sentito. Forse in un film. Per qualche motivo non era sicuro che fosse appropriato. Le aveva detto che preferiva i nomi chiari e italiani e lei gli aveva dato del “provinciale senza nessuna visione di business”.

Quello che mancava era la cifra salata per l’apertura, ma Pamela ci teneva così tanto che Franco si sentiva obbligato ad accontentarla.

«I soldi li troveremo, piccola. Tranquilla, li troveremo!» 

Leopoldo Adelasio dopo un attimo di tranquillità ricominciò a frignare nel retro del furgone.

«E nooo…» fece Franco «Non puoi fracassarmi le palle così… Devi capirlo che non c’è niente di personale e non sei stato catturato da Annibal Lette. Sono un professionista. È pure offensivo nei miei confronti, ti rendi conto?

Io sto a fa’ il lavoro mio, come tu fai il tuo, lo devi capi’: ci sono i corrieri di Amazon, quelli che trasportano le cene di Deliveru e io… consegno te!»

I figli costavano soldi, riempivano di gioie e di preoccupazioni, lui lo sapeva bene.

Cercò sul cellulare la foto della figlia Martina, 8 anni, vestita come una delle Winx per la festa in maschera della scuola.

Si era voltato verso Adelasio per mostrargliela, ma poi si era ricordato che incappucciato così non avrebbe mai potuto vederla e quindi aveva deciso di raccontargliela:

«È dolcissima, ma un po’ in carne» gli aveva detto dopo essersi incupito «Quegli stronzi di compagnetti l’hanno scambiata per un calabrone.»

 Alla festa, Marcolino, un compagnetto, le aveva chiesto se sapesse volare e poi ridendo l’aveva spinta a terra. 

Franco era convinto che non fosse colpa del ragazzino, ma dei genitori che non seguivano più i bambini e non li educavano come avrebbero dovuto.

Rispetto. Il problema in quella città -che Franco tanto amava e detestava- era la dilagante mancanza di rispetto. Un valore che ormai sembrava non conoscere più nessuno. 

Proprio per questo era orgoglioso di averlo spiegato in modo così efficace ad Alvaro, il padre di Marcolino. 

Gli aveva citofonato a casa e lo aveva aspettato per confrontarsi sull’episodio con equilibrio e pacatezza, nonostante l’incazzatura lo spingesse a comportarsi in modo diverso.

L’altro era sceso in canottiera e gli aveva risposto in modo arrogante. Non capiva ed era avanzato rabbioso fino ad arrivargli faccia a faccia, sfidandolo.

Franco, deluso, aveva indietreggiato, aveva cercato una risposta gentile senza trovarla. 

Ma poi, visto il sorriso soddisfatto di Alvaro, che credeva di averlo intimidito, aveva avuto come un’improvvisa illuminazione e felice era ricorso a uno dei suoi argomenti più convincenti.

Una mazzetta da carpentiere da 5 chilogrammi. Sul ginocchio destro di Alvaro.

E come al solito aveva funzionato anche questa volta: l’altro, una volta a terra gli aveva risposto con chiarezza, implorandolo con il braccio teso di fermarsi, che sì, anche lui aveva finalmente capito e si scusava senza riserve.

 

«Guarda quella, per esempio!» proseguì Franco, come se avesse fatto il ragionamento ad alta voce.

 Una ragazzetta si avvicinava, con un neonato infagottato.

«‘Sta scrocchiazeppi avrà 17 anni. Che se cresce così ‘na creatura? Prima se fa mette ‘ncinta e poi la usa pe’chiede l’elemosina?

So io che fine je farei fa’ a ‘sti zingari…»

 

E proprio mentre la frase è ancora sospesa nell’aria, lei arriva a ridosso del furgone e con una pezzetta sporca e consumata inizia a lucidare i fanali.

Franco si attacca al clacson e attraverso il parabrezza le fa cenno di andarsene, ma lei non ha nessuna intenzione di smettere.

Quando ha finito si avvicina al finestrino della posizione di guida e piagnucolando gli chiede monete per mangiare e per il piccolo, ma lui ne fa un punto di onore e non è disposto a cedere.

Per un po’ fa finta di non vederla: guarda fisso davanti a sé e tamburella nervoso sul volante. Ogni tanto sibila una bestemmia, impreca, ma la ragazza non molla.

Per un attimo pensa perfino di mostrarle il revolver: quella se la squaglierebbe in un lampo, ma è un professionista e non può rischiare di compromettere l’operazione a pochi minuti dal termine.

Allora si abbassa gli occhiali da sole sul naso, la fissa con l’espressione più minacciosa di cui sia capace e poggia l’avambraccio sul finestrino abbassato, mettendo in evidenza un tatuaggio che non lascia dubbi su quale sia la sua visione del mondo.

«A regazzi’, ma l’hai capito bene a chi stai a chiede’ i sordi?»

Lei esita un attimo, lo guarda dritto negli occhi e gli sputa in faccia . 

Franco decide che è troppo. Una provocazione così non può restare impunita.

Mentre si pulisce, apre lo sportello e poggia a terra un piede.

La ragazza ha i riflessi pronti e fa un balzo indietro. Si guarda intorno in cerca di aiuto o di una via di fuga, ma il parcheggio è deserto e i pochi passanti sui marciapiedi sono distanti.

Franco scende e la guarda imbufalito, poi le dice con una calma apparente, pronto a darle una lezione:

«Ora poggia quel cazzo di regazzino pe’ tera, che sinnò pijo a carci pure a lui!»

La ragazza, appare terrorizzata, fa uno, due, tre passi indietro.

Lui la segue, con calma, senza modificare la distanza: uno, due, tre passi avanti.

Se fossero su un ring, sembrerebbero due pugili che si studiano prima del match.

Se ci fossero degli spettatori, si rannicchierebbero sulle sedie e si preparerebbero a un massacro annunciato.

Nell’angolo destro, signori, Franco “Burt” Marchetti, un metro e novanta, novantacinque chili e una furia repressa pronta a scattare come una molla. Inutile ricordare i precedenti.

Nel sinistro, una diciassettenne minuta che forse sta già rimpiangendo l’impulsivo gesto di orgoglio di qualche attimo prima. All’attivo qualche furtarello con destrezza.

Almeno così la vede Burt, che non si rende conto di come le cose possano apparire molto diverse da come sono in realtà.

All’improvviso, mentre indietreggia, il vice-ispettore Lavinia Corsetti lascia cadere a terra il bambolotto e gli punta la Beretta dritto al torace:

«Polizia! Alza le mani e mettiti in ginocchio!»

In un attimo è circondato da altri agenti che spuntano fuori dal nulla.

Franco lancia un’ultima occhiata allo sportello aperto alle proprie spalle: il revolver è ancora sul sedile, ma troppo lontano perché possa raggiungerlo.

Deve obbedire, alza le mani e si inginocchia. Mentre lo ammanettano, gira la testa verso il furgone.

«Hai visto dotto’? Non serviva de pisciasse sotto…»

Febbraio 2025

© 2025 "Doggy style" è una pubblicazione digitale della rivista letteraria Nido di Gazza.
Tutti i diritti correlati alla presente rivista sono riservati agli autori e collaboratori di Nido di Gazza.

Nido di Gazza | Rivista Letteraria - Nido di Gazza © Copyright 2025