Fiorella Malchiodi Albedi
Una giornata come oggi
NUMERO 28 | FEB 2025
Tra le stecche delle persiane filtrano oblique lame di luce.
Il primo dice:
«Se aprissimo la finestra? Appena uno spiraglio, sembra sia una bella giornata».
«Dobbiamo aspettare l’orario previsto, lo sai. È una questione di sicurezza», risponde il secondo, allarmato.
Il primo fa spallucce.
«Ti fidi di quello che dicono? Quante volte ci hanno detto che era arrivata l’ora e poi non è successo nulla?»
Il terzo controlla l’orologio:
«È un rischio inutile da correre, ormai manca poco».
Il primo guarda sconsolato gli altri e annuisce.
«Come volete. Oggi è una brutta giornata per me. Questa mattina, al risveglio, per un attimo avevo dimenticato tutto. Ogni tanto mi succede. Apro gli occhi e mi sembra che sia la vita di prima e guardo al giorno che sta arrivando fiducioso, come ho sempre fatto prima che tutto accadesse. Una sensazione così dolce, dura un attimo, poi il ricordo torna ed è ancora più doloroso. Spero di non avere più risvegli come questo».
«Io invece», dice il secondo, «mi sono svegliato a notte fonda per un rumore fortissimo; ho pensato che le nuvole si lacerassero, è questa l’immagine che ho avuto: uno strappo che squarciava il cielo. Comincia, mi sono detto. Avevo paura certo, ma anche sollievo: finiva l’attesa che ci ha avvelenato le giornate. E proprio per questo, un senso di spreco! La sofferenza che avevamo provato fino a quel momento era stata inutile. Ora il peggio arrivava ed era questo il momento di soffrire. Tutto il dolore passato che senso aveva avuto? Avevamo sperperato il nostro tempo, le ultime occasioni di felicità. E mentre questi sentimenti si alternavano nell’arco di pochi secondi, il suono ha cominciato ad allontanarsi, e di nuovo una strana immagine mi ha raggiunto, come di una grossa pietra che rotola rumorosa nel cielo, scendendo verso un punto lontano. E allora ho capito che era solo un tuono».
Il terzo li guarda sconsolato.
«Beati voi che riuscite a dormire. Per me è sempre più difficile. Me ne sto lì ad ascoltare il silenzio, con la paura che prima o poi arrivi qualcosa a turbarlo, e non trovo pace. È come se dovessi sorvegliarlo, quel silenzio, come dipendesse dalla mia veglia. Poi, alla fine cedo al sonno, e quando mi sveglio mi sento in colpa, mi sembra di aver mancato a un dovere. Perché quando attaccheranno sarà di notte, non pensate anche voi?»
«Certo!»
«Non c’è dubbio!»
«Questa attesa ci sta uccidendo».
Gli altri annuiscono.
Il terzo guarda di nuovo l’orologio.
«Dai, possiamo aprire».
Il primo si alza, si avvicina alla finestra, sgancia il fermo delle persiane e poi le apre con cautela. I tre si affacciano e guardano fuori. Nella strada, con movimenti lenti e precisi, ogni finestra si apre nello stesso istante, rivelando visi di uomini, donne e bambini dallo sguardo spento, appena animato da una sottile diffidenza.
I tre tornano a sedersi.
«Vi ricordate quando è cominciato?», dice il primo. «Era una giornata un po’ velata ma tiepida, proprio come oggi, con un’idea di estate nell’aria. C’era già chi pensava alle vacanze, chi a organizzare cene sul terrazzo. Anch’io facevo progetti, quel giorno ero andato al vivaio e avevo comprato piantine fiorite. Ce lo saremmo mai aspettato?»
Il secondo sospira.
«Come avremmo potuto? Però è strano», aggiunge, «perché io invece ricordo che quel giorno faceva ancora freddo. Ero uscito nel parco con il cane, la mattina, e l’erba scricchiolava sotto i piedi per la brina. E il cielo non era velato, ma d’un triste grigio compatto. Mi ero detto che la bella stagione era in ritardo, quell’anno. Dopo avrei pensato che quell’aria così cupa era stata un presagio. Quanto siamo sciocchi a rileggere gli avvenimenti con il senno di poi».
«È vero, un’abitudine che non riusciamo a perdere», osserva il terzo. «Temo però vi sbagliate entrambi. Aveva piovuto a lungo durante la notte, è vero, ma la mattina, quando abbiamo saputo, il cielo si era aperto ed era uscito un sole splendente. E dopo la notizia, quella luce così intensa e allegra mi era sembrata un controsenso, come se la natura si ostinasse a mandarci un messaggio di normalità».
Il primo scuote la testa.
«Mattina? Ma no, avvenne di pomeriggio, non di mattina. Ne sono sicuro, perché ero appena tornato dal pranzo della domenica dai miei. Mia madre aveva preparato la lasagna, il pollo con le patate e la crostata di mele. Come potrei dimenticarlo? È stata l’ultima volta. Ed è trascorso come un giorno qualunque, senza nessun evento che potesse trasformarlo in un ricordo speciale. Proprio la sensazione di quotidianità me l’ha reso indimenticabile. Non ho mai più provato quell’ordinaria spensieratezza».
«Domenica, dici?», chiede il secondo, perplesso. «Strano, ero sicuro fosse un sabato, non una domenica. Perché c’era il mercato in piazza, quando hanno dato il primo avviso. Non lo dimenticherò mai: l’altoparlante parlò all’improvviso e non era mai successo prima, neanche sapevo ci fosse un altoparlante. Ho ancora nelle orecchie quel gracchiare metallico che spaventò tutti e spense il brusio. Ascoltammo attenti, e via via gli sguardi si fecero perplessi e le espressioni incredule. Nessuno aveva una risposta. Qualcuno pensò a una burla, ma la maggior parte rimase scossa. Poi le voci ripresero; tentammo di trovare una spiegazione consolatoria, pensammo a un errore. Per quel giorno le cose andarono avanti come se nulla fosse. Penso spesso a quella pausa di incredulità. Quanto vorrei che fosse durata più a lungo!»
«L’altoparlante? Al mercato? Non l’avevo mai sentito», dice il terzo. «Ho sempre creduto che fosse stata la radio la prima a dare l’annuncio. Stavo ascoltando un concerto, ero in cucina, e a un tratto lo sospesero. Che grande spavento! Mi prese un’ansia profonda e pensai a qualcosa di tremendo, a un attentato, forse. Certo neanche il più pessimista di noi poteva immaginare la realtà».
«La nostra memoria si confonde, dopo tutti questi anni».
«Non così tanti, direi, non più di quattro o cinque. Abitavo già nella casa nuova».
«Sei matto? Almeno sei. Sono sicuro, ero appena tornato dalla Francia».
Guardano il terzo, aspettando che si pronunci. Ma lui scuote la testa.
«Non so, a me sembra un tempo che non ha inizio».
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«Però sul fatto che sia avvenuto, siamo tutti d’accordo», dice il primo.
«Che diamine, potremmo negare l’evidenza?», risponde il secondo.
Si girano verso il terzo, stupiti dal suo silenzio».
«Cos’hai?»
«A volte ho un dubbio…»
«Quale?»
«Mi chiedo…»
«Avanti, parla!»
«È accaduto… ma cosa?»
Febbraio 2025
