Federico Piacentini
Vermi
NUMERO 29 | MAR 2025
Sono vermi, dice. Non vedi che non sono altro che graffi, rispondo. Sono vermi, cerchi di fregarmi. Non cerco di fregarla. Li guardo: sono graffi. Dei piccoli, insignificanti e stupidi graffi sulla mano che mi sono rimediata cadendo. Perché non mi lasci in pace? Lo faccio per il nostro bene. Me lo diceva sempre, anche quando sentivo il suono delle sue mani sul corpo mentre mi coprivo il viso. Li guardo: i graffi non si muovono. Non so neanche perché davvero stia pensando alla possibilità che lei abbia ragione. Dalla finestra la studio. Sembra avere sempre la stessa età indefinita. E comunque basta a farmi capire che derivo direttamente da lei. Come una cellula che si sdoppia, tranciata in due dagli enzimi di un meccanismo replicativo. Gratto la superficie dei graffi che di colpo si mettono a lacrimare sangue. Vedi, sono solo dei graffi! I vermi stanno vomitando perché li hai stuzzicati. Ma come fanno a essere vermi e a non cadere dalle braccia? Hanno delle ventose. Ventose? Sì, ventose. La odio. Sempre insieme e non ci sopportiamo. Le due cellule, tonde come gli occhi che vedo al di là della finestra, che si stanno vicine ancora una volta. Perché sei dietro a una finestra? Perché devo controllare che non ti mangino i vermi, risponde. Hai sempre avuto idee strambe, soprattutto quando eri ubriaca, dico. E quindi sempre, aggiungo. Se non ci credi allora dimostrami che sono graffi. Prendo l’acqua ossigenata e la spruzzo sulle ferite. Brucia. Le vene del collo si gonfiano mentre i suoi occhi al di là della finestra rimangono silenziosi e statici come dei boia. Perossido di idrogeno che incendia le cellule. Vedi che non sono maledetti vermi! Come no? I vermi ti hanno morso, dice, devi insistere, sennò ci ritroveremo sommersi dai vermi, la camera ne è già piena, ci mangeranno come fanno con i cadaveri nella terra scura e fredda, non ti ricordi la terra che cadeva intorno, non ti ricordi la terra, eh, non te la ricordi? Sempre la stessa storia vuole la ragione che gli nego perché due cellule possono anche essere uguali ma quando si staccano una è piena di residui di materia schifosa e amorfa e l’altra è al colmo della virtù biologica. Si chiama differenziazione. Per questo ho preso una laurea in biologia mentre lei scolava le bottiglie e fumava sigarette. Un parassita. Sempre stata. Prima dipendente da lui che ha visto bene di scomparire, poi da me che ho visto bene di subire, fino a che il diavolo non l’ha…Sono vermi perché scappi? Torna qua! Vado a prendere il coltello. Ha sempre detto che ero pazza. La biologia, lo studio, un lavoro. Una vita normale. Da quando sono uscita dal suo ripugnante canale vaginale mi ha portato con sé verso l’abisso. Non posso dargliela vinta. Devo ricondurmi alla ragione. Sollevo la lama e nel riflesso vedo di nuovo i suoi tondi occhi che mi scrutano senza sentire la sua voce. Mi spia sempre lei. Come quando la sua mano aperta lasciava cadere le sigarette sulla moquette e il velo scuro del suo alito alcolico uccideva tutto l’ossigeno. Osservo il polso. Si capisce che sono graffi, non può volere la prova. Tagliali via, sono sicura che sono vermi, dice, uccidili! Aspetta, non puoi volere questo, non puoi volere che mi ferisca per una tua dannata ingenuità. Uccidili! Uccidili con il coltello ti ho detto! La vita è strana, due cellule uguali, tonde di membrana lipidica molle che si domandano perché si ritrovino l’una accanto all’altra nel mezzo del milione di altre cellule che compone il corpo. È stato così per me e lei. Poi è arrivato il momento in cui la cassa è stata calata nella terra scura e la vertigine della libertà mi ha strappato dalla realtà facendomi quasi cadere. Uccidili, urla, sono tutti intorno! Ci stanno mangiando! Ma poi è tornata, quasi subito. Anche dopo morta è con me. Mi affondo il coltello nel palmo della mano fino a trapassarla. Urlo. Il coltello cade sulle piastrelle laccate di bianco disegnando uno sgorbio cremisi. Come dicevo, non erano vermi, ma solo graffi. No no no. Una cantilena macabra parte al di là della finestra. No no no, non avevi ragione, guarda bene. Cosa dovrei vedere? È forse perché quel giorno non sono venuta a vederti calare nel fango? Non ti è bastato avermi rovinato la vita? Avermi picchiato? Aver scopato tutti i derelitti della città mentre piangevo chiusa in camera mia? Sei folle come io ho sempre detto, dice. Come fai a essere sempre qua se sei sottoterra? Penso mentre la ferita pulsa. Lei dalla finestra mi osserva, gli occhi due tizzoni che bruciano la carta bianca dell’anima. Ride. E quei vermi bianchi retrattili sotto la pelle allora? Osservo la ferita che rigurgita un sangue pastoso che cola ad allargare la macchia sulle piastrelle fredde. Vermi biancastri spuntano dalla pelle, ne conto uno, due, tre, quattro. Si muovono nel tentativo di piegare le dita che invece rimangono ferme. Sento qualcuno che mi afferra da dietro. Parole, urla, scatti che la fanno scomparire, che portano via i suoi vaneggiamenti. È tornata là, nei meandri della terra, in mezzo ai vermi. Aveva ragione. Due braccia come una morsa mi immobilizzano. L’uomo in bianco mi viene davanti, la faccia spigolosa come fosse scolpita nel legno. E io penso a una cellula che è obbligata a nascere dal corpo di un’altra cellula e a vivere accanto a lei anche se non vorrebbe. Anche se le piacerebbe starsene nel brodo colturale informe per sempre. Sola, lontano da altre cellule reiette. Mentre sollevano la lama qualcuno urla, come ha fatto un coltello a entrare in questo reparto. Lo chiama così: reparto. È stata lei a forzarmi, credeva fossero vermi, dico. L’uomo vestito di bianco si avvicina alla finestra e i suoi occhi ora sembrano provenire da fuori. Sono dentro la stanza ma vengono proiettati come ceri incandescenti anche dall’altra parte del vetro. Stai dicendo questo? Porta la finestra davanti a me e allora vedo gli stessi occhi malinconici di lei che sono globi scavati nella mia faccia scarna. Cos’è successo? Dove hai trovato il coltello? Un ago mi buca il braccio. È stata lei. Ma ora è tornata nella terra, urlo. Due cellule identiche di cui una necrotica si è dissolta ma rimane accanto all’altra. Sempre. Lo chiamano reparto ma si sa tutti cos’è. L’uomo in bianco si passa le mani tra i capelli e resta a squadrare lo specchio impietoso che continua a mostrami i suoi occhi ma adesso li vedo in mezzo al mio volto, lo è sempre stato. Lei mi diceva che ero folle. Per questo nello specchio vedo la sua faccia e non la mia. Per questo sono qua. Alla fine aveva ragione. Su tutto tranne sul versante dei vermi. Quelli sono tendini flessori delle dita, non vermi. Su quello avevo ragione io.
Marzo 2025
