Cristi Marcì
Una domenica qualsiasi
NUMERO 30 | APR 2025
Quella domenica mattina il tempo non era dei migliori. Anzi a dirla tutta faceva proprio schifo.
Era sveglio dalle sette e con una rigidità in corpo che solo il battito di un cuore mezzo scassato sembrava capace di sciogliere.
Con tutta la cautela possibile afferrò il cellulare scagliato la sera prima contro il muro e finito per miracolo sul comodino accanto al letto, dove la paura e il dispiacere si alternavano al ritmo di una macabra danza che ad ogni passo lo condannavano all’immobilità.
Una volta sbloccato lo schermo dal vetro spaccato ripescò quell’ultimo messaggio: “senti è meglio se non ci sentiamo per una settimana, ho bisogno di riflettere su alcune cose prima che questo rapporto degeneri in qualcos’altro”.
Era passata già una settimana da quel verdetto e da sette giorni continuava a sostare in quella chat che proprio non riusciva a cancellare e che per inerzia era diventata l’ultimo appiglio al quale futili speranze avevano iniziato ad erompere come un cancro impazzito.
Rileggendola per l’ennesima volta si rese conto per assurdo di avere iniziato a familiarizzare, fra le tante, proprio con quella possibilità; una dichiarazione di cui aveva avuto perfino bisogno perché ormai per come la vedeva lui, era arrivato allo stremo delle forze.
Erano diventati due magneti della stessa carica pronti a respingersi l’un l’altro ogni volta che si muovevano nella stessa scacchiera ma che il tempo si era divertito ad allontanare imponendo le sue leggi e direzionando le loro vite e le loro illusioni: lei a Roma lui prigioniero ancora una volta Palermo.
Cliccando sull’icona di Facebook decise spulciare la bacheca alla frenetica ricerca di un suo indizio finché i suoi occhi non urtarono contro un’immagine che gli serrò la bocca dello stomaco, così indecifrabile da bloccare il respiro e innescare un cortocircuito pronto a trasformarsi in una nuova merdosa consapevolezza.
“Tutto bene Carlo?” chiese una voce familiare.
“Sì Luca tranquillo”.
Con lui si erano conosciuti all’università, dove tra una sessione e l’altra si era instaurata un’alchimia in grado di superare qualsiasi ostacolo, da un esame non passato a un litigio con le rispettive ragazze.
Erano sempre insieme e adoravano guardare alle difficoltà della vita come alle giostre di un fottuto luna park dove era ancora possibile scendere quando se ne sentiva il bisogno, perché tanto il divertimento era sempre assicurato; quella mattina però si sentì sopra una montagna russa che ancora doveva partire e che per nulla al mondo sapeva quali giri gli avrebbe fatto compiere.
“Certo che poteva evitare di dirti tutto questo prima della consegna della tesi. L’hai domani giusto”?
“Sì e la relatrice deve darmi la conferma se va bene o se è da rifare. E in tutto questo ad ottobre dovrei finire questa cazzo di magistrale. Ti rendi conto che situazione?”.
“Lo so Carlo, mi dispiace davvero tanto, dopo tutto quello che hai fatto per lei poi!”
“Tanto a lei che gliene importa, lei è partita a Roma e io qui a Palermo con venticinque anni e un biglietto di sola andata per il panico e l’incertezza”.
“Ascolta Carlo, lo so che ti fa impazzire tutta questa storia però se ti posso dare un consiglio è meglio andarci a fare due passi, anche se il tempo è quello che è”.
“Si forse hai ragione, inizio a vestirmi e facciamo colazione fuori”.
Per ironia della sorte la tesi di laurea l’aveva fatta sul tempo, su quelle lancette invisibili che scorrono a nostra insaputa e che spesso vorremmo bloccare per sempre, come in un fotogramma.
Ma quella domenica mattina del dieci settembre, nel mentre che stava per indossare il giubbotto, il tempo aveva deciso che ancora non era arrivato il momento di uscire, perché il telefono prese a squillare.
“È lei disse con un filo di voce a Luca”
“Ok, tranquillo io sono nell’altra stanza. Qualunque cosa succeda l’affronteremo insieme…”
“P-pronto…”
“Ciao Carlo…”
“C-ciao…Elena”
“….”
“…..”
“Come stai E-le…”
“Ascolta Carlo, ti ho voluto un gran bene ma questa storia deve finire qui, non riesco più ad andare avanti”.
“Quindi mi stai lasciando così al telefono e con la consegna della tesi che avrò domani”? le disse con tutto l’ossigeno possibile che affluiva dai miei polmoni.
“Si mi dispiace…io…”
“Coma cazzo fai a dire che ti dispiace, sei una vigliacca a chiudere in questa maniera dopo tutto quello che ho fatto per te in questi anni” gridò sputandole addosso tutta la una furia accumulata nei giorni trascorsi.
“Senti non è colpa mia, non posso farci niente. Tu non sei stato più presente questa estate, io…”
“Io-io-io ma ti senti, esisti solo tu e a me non ci pensi brutta ingrata del cazzo che non sei altro” gridò piangendo e furente di una rabbia sconosciuta e della quale aveva perso ormai il minimo controllo.
“Non parlarmi in ques…”
“Io ti parlo come cazzo mi pare, dopo tutto il sostegno che ti ho dato sei capace di farmi anche questo? Ma ti rendi conto della porcata che stai combinando, mi fai male. Lo capisci questo mi fai M-A-L-E e non te ne sbatte N-I-E-N-T-E”.
Le lacrime gli offuscarono la vista e il senso di tradimento e sconfitta pestarono quel cuore impazzito come un futile tappeto su cui camminare
“Addio Carlo…”
“…Ad…” provò a pronunciare sopraffatto dal pianto e da una rabbia che senza che se ne rendesse conto lo spinsero a scagliare sul muro un Nokia che stavolta andò letteralmente in frantumi.
In preda a strani sussulti tutto divenne improvvisamente scuro mentre un buio fitto si impossessò di lui.
Si sentivo tradito
Solo
Svuotato di un qualcosa che solo il tempo gli avrebbe restituito.
Aprile 2025
