Alessio Piccinelli
Assurdo
NUMERO 30 | APR 2025
Oltreché malato, malattia anzi d’abito prima ch’effettiva, poiché determinatamente bugiardo, benché non patologicamente sicché naturalmente ingenuo;
anche egoista, com’è tipico dei malati, sbraitando aizzava addormentamenti in effetti resi poi obbligati dal personale, rabbioso di loro natura e ora in aggiunta di man crudele;
con gusto e lenta masticazione, non badando che l’ago in effetti potessi dolergli “ben venga ch’io sbagli, cane!” dicevano, lo addormentavano;
allorquando crollava senza scampo dentro chissà che abisso, noi si guadagnava un sottil lembo di tempo per arieggiare la mente;
al manicomio, o detta alla cristiana comunità di recupero, vi rimase, quell’essere umano, tanto da smarrire quell’innata umanità che l’aveva là rinchiuso;
v’usciva e rientrava com’al cimitero il figlio devoto va a raccattare illusioni d’espiazione dei suoi piagnistei, ossia penosamente di continuo;
quell’essere umano, detto tombolo, d’impronta anarchica e di famiglia, come si diceva, assente, tondo ed basso, gracchiava ogni dì d’esser solo, e piangeva;
s’avesse in effetti smarrito qualcuno alla maniera naturale, alcuno n’era a conoscenza, bensì si diceva ch’alla sua stretta famiglia testa e collo avesse rotti;
quell’ultima sua volta al manicomio, quand’anch’io venni un dì rinchiuso per ammattimento e rischio d’abuso ideologico a fine golpista, era invece la mia prima volta;
aria fetida pareva sciamasse d’una stanza all’altra, dalla prima del pian terreno a quell’ultima del piano proibito, saliva accumulando man mano putredine ch’al mio naso da piano intermedio sbatteva com’è della fatiscenza l’ispido impatto;
l’odore allucinante ch’abitava con noi, i respiri costringeva a trapelar per strettoie e cunicoli;
com’in silenzio l’angoscia quatta quatta macera l’orrore, l’odore di quei matti m’aveva vestito da matto, sicché odorando di matto, da matto venivo trattato, benché matto non fossi né l’ero mai stato;
s’a tombolo si diceva di tacere, quello tìcchete tacchete t’organizzava una rappresaglia ch’avresti subìto in là nei giorni, ch’avresti rimangiato ogni desiderio di vita, se t’avesse evitato di trovarti ora qui ora là a fare i conti con lui;
ad ogni risveglio dall’indottrinamento barbiturico, tombolo fissava a lungo un qualunque punto dello stanzone, e vi rimaneva appeso ore intere com’il condannato alla botte arriva con un dito, mentre la corda lo stritola adagio;
d’orrida impressione ognun che lo conoscesse là dov’era lo mollava, senza pietà la malattia non attecchisce alla pena dell’altrui malattia, in sé sola è assunta la sua unica e vera verità;
di famiglie n’aveva perse allor due: l’una l’aveva pianta sino alla follia, l’altra pareva, e così si diceva, che l’avesse anzi creata a farne un dì strage;
com’uccise in effetti non si venne a scoprire, la stampa s’occupò invece di riportare ch’aveva idee comunitarie e socialiste, che i medici assursero ad origine dei mali di cervello che l’affliggevano, a tombolo;
a tombolo lo conobbi quell’anno, primo, trascorso al manicomio, poi a gennaio s’uccise affogandosi d’urla nel cuscino: furono grida tanto grezze, le portò avanti per un’ora, e noi dello stanzone lo lasciammo fare, e ci girammo tutti;
quand’in effetti di tosse e sangue sentimmo ch’era strozzato, chi con mani chi con il cuscino, io personalmente usai le dita delle mani, ci tappammo, e in un due tre tombolo non gridava più, e noi pacifici, benché infinitamente più infelici, come si dice, tornammo com’estranei alla stanza;
com’ho detto la malattia non vede che sé, e per sé questa avanza d’ogni passo sebben cieca e d’ogni parte, a sua volta, mutilata;
noi del cervello ammaccato, villici da stanzone, ucciderci non si può, per ora, perciò ben è noto che quelli preferiscano che il tombolo di turno s’uccida, ma qualora non lo volesse, com’è nel caso mio, lo s’abitua frattempo al tremendo odore di morto.
Aprile 2025
