Elisabetta Macrì

Recensione di
"Masen'ka”
(V. Nabokov)

NUMERO 30 | APR 2025

Dimenticate per un attimo la scandalosa Lolita. Prima di quella vertigine proibita, c’era un sussurro, un ricordo fragile eppure incancellabile: il primo amore. È questo il cuore pulsante di Mašen’ka, il romanzo d’esordio scritto nel 1926 da Vladimir Nabokov e ora riproposto in tutta la sua malinconia da Adelphi. Non a caso, il 1926 vide il diciottenne Nabokov fuggire con la famiglia dalla rivoluzione bolscevica, un trauma che segnò profondamente la sua esistenza. Questa ambivalenza di nostalgia, lontananza, strappo e struggimento divenne un tema ricorrente nella sua opera.

Mašen’ka è intrisa proprio di questa sofferta dicotomia. Scritto originariamente in russo, il romanzo vide poi Nabokov impegnato in un singolare esercizio di traduzione verso l’inglese, lingua in cui avrebbe poi composto i suoi successivi lavori, talvolta ritraducendoli in russo. Un ponte linguistico che colmava, almeno sulla carta, il vuoto incolmabile tra la sua perduta Russia e l’Occidente guadagnato.

Questo primo romanzo, nella traduzione italiana di Adelphi, rivela tratti profondamente autobiografici. Il giovane Nabokov, strappato dalla ricca dimora di campagna tra i boschi russi, conosceva bene il tarlo della nostalgia e il ricordo vivido di un amore adolescenziale svanito, perduto come la sua stessa patria.

La narrazione si snoda nella grigia Berlino degli anni Venti, in una pensioncina abitata da un microcosmo di esuli russi, i famosi émigré che popolavano le città europee. Tra gli inquilini, spicca Ganin, un giovane uomo la cui esistenza viene scossa dall’arrivo imminente della moglie di un altro ospite, il signor Alferov. La donna attesa si chiama Mašen’ka. Quando Alferov mostra una fotografia della consorte a Ganin, quest’ultimo crede di riconoscervi un suo antico amore, un ricordo prezioso dei suoi anni felici in Russia.

Così, Ganin si aggrappa al fantasma di Mašen’ka, un nome, un’immagine sbiadita che riaccende la fiamma sopita di un sentimento puro e primigenio. Al di là di questa evidente matrice autobiografica, Mašen’ka disvela fin da subito la genialità di Nabokov. Come egli stesso ammette nell’introduzione, riconoscendo l’acuta fitta sentimentale che lo lega al suo primo libro, la nostalgia per una Russia lontana divenne una compagna costante e dissennata della sua vita.

Nabokov, maestro di stile e funambolo linguistico capace di danzare tra il russo e l’inglese come tra due patrie, ci conduce in un labirinto di nostalgia. Qui, il desiderio si mescola al rimpianto, e la lontananza geografica si traduce in un’incolmabile distanza emotiva. Mašen’ka si rivela così non solo la storia di un amore giovanile, ma un’immersione sensoriale in un mondo perduto, fatto di profumi di boschi, colori di stagioni e la dolceamara consapevolezza che certi amori, come la propria terra, possono svanire per sempre.

Sorprendentemente, fin da questo suo esordio, si manifesta in tutta la sua pienezza la maestria di Nabokov: uno stile inconfondibile, una profonda sensibilità, una sensualità vibrante, una narrazione avvolgente e il malinconico fluire del tempo, elementi che già vibrano in questa prosa sinuosa e stilisticamente ricca.

Aprile 2025

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