Arianna Starace

Hai bisogno di parlare?

NUMERO 31 | MAG 2025

Quando decisi di inventare il mio nuovo lavoro temevo che la parte più difficile sarebbe stata trovare clienti e poi recuperare i soldi che mi dovevano. Il mio annuncio era semplice: “Hai bisogno di qualcuno con cui parlare? Manda un messaggio al 339********* e prenderemo un appuntamento telefonico. Tariffa: 30 € mezz’ora, 50 € 1 ora”.

La prima telefonata arrivò a poche ore dalla pubblicazione dell’annuncio e sentii nella schiena l’adrenalina della speranza. Ne ricevetti ancora molte in poco tempo, e ogni volta sobbalzavo, gonfio di trepidazione, prendendomi qualche secondo prima di rispondere. In poco più di un mese quello era diventato un lavoro a tempo pieno. 

Successe poi che la maggior parte dei miei clienti era così terrorizzata all’idea di perdermi ed era diventata così dipendente da me che acconsentiva non solo a pagarmi in anticipo (per la verità spesso pagava un tot di ore in anticipo, per non trovarsi nell’eventualità di avere un bisogno pressante e non potermi chiamare subito), ma anche a seguire, laddove possibile, il mio complicato rituale di consegna denaro in contanti ma senza contatto personale (per evitare di avere qualunque genere di problemi). Alla speranza si sostituì la routine: potevo sentire affievolirsi la tortura dello squillo di telefono, sapevo che era uno dei miei clienti o un cliente nuovo.

Avevo tanti cellulari e numeri diversi per evitare eventuali problemi. Mi sentivo anche molto realizzato sul piano umano perché, sebbene non conoscessi di persona tutti quelli che mi chiamavano – ormai avevo il mio giro di clienti fissi da mesi -, mi sentivo continuamente lusingato e indispensabile per molte persone: “nessuno mi capisce come te!”, “parlo con te e mi sento subito meglio!”, “non so cosa farei se tu non ci fossi!”.

La maggior parte delle persone aveva un problema che poteva riassumersi grosso modo così: “io sono sempre gentile e disponibile (non era importante che fosse il partner, un amico o un parente), però questa persona non fa altrettanto con me e si comporta male”. Le questioni sentimentali erano molto presenti, ma con mia sorpresa non erano così preponderanti rispetto ai problemi complessivamente familiari (suocere, nuore, generi, figli e così via). Preferivano parlare con me piuttosto che con la persona con cui avevano problemi perché io non avevo nessun elemento per smontare le loro convinzioni su loro stessi. Era tutto filtrato dalle loro parole: molti erano abilissimi a mentire, sezionare, tagliare le parti meno convenienti per loro; altri sembravano più sinceri, ma con alcuni avevo l’impressione che più che essere sinceri volessero addossarsi qualsiasi colpa sulla faccia della terra. 

Mi era capitato un paio di volte di essere chiamato da persone con chiari problemi psichiatrici, e per deontologia professionale di una professione che non avevo mi ero rifiutato di continuare, adducendo una scusa personale che non mi consentiva di continuare con le telefonate, nel timore di aggravare la loro condizione con un rifiuto netto. In ogni caso, mi ero più volte sentito in colpa perché non ero uno psicologo o uno psicanalista, e forse nella mia attività e al mio prezzo stracciato c’era un po’ di concorrenza sleale e anche un po’ di involontaria induzione alla dipendenza, ma in fondo, pensavo, se la gente ha bisogno di un amico a pagamento io semplicemente sopperisco a questo bisogno per un compenso equo, non avendo qualifiche.

Era un lavoro a volte molto noioso, ma avevo anche clienti simpatici. Solo, erano tutti ossessionati da qualcosa che ero convinto non fosse il loro reale problema. 

Sergio era uno dei clienti più affezionati e il suo problema erano i vicini.

  • Oggi ho trovato persino dei fazzoletti usati sul mio terrazzo, li lanciano apposta.

Oppure:

  • Ma a te sembra normale che i loro figli giochino ai videogiochi sparatutto fino a tarda sera ad alto volume?

Gli davo qualche consiglio, ma ogni volta che si risolveva un problema ne veniva fuori un altro, fino ad arrivare a sindacare sulla vita stessa dei vicini, come se la sua vita non fosse più la sua, ma fosse la vita dei vicini filtrata dalla sua.

  • Ieri il figlio maggiore ha portato una ragazza a casa che non avevo mai visto, guarda caso proprio quando i genitori non c’erano. I genitori conoscono bene la sua ragazza, viene spesso la domenica o nei giorni di festa, povera ragazza.

O ancora:

  • Dimenticano sempre i vestiti sullo stenditoio, così si scolorano e si induriscono.

Iniziai di tanto in tanto a fargli domande personali, per capire se avesse anche una sua, di vita. Aveva due figli, che però non c’erano quasi mai, una moglie, un cane (che i vicini odiavano sicuramente, si capiva benissimo). Aveva lavorato come infermiere, ma era in pensione. E aveva un cancro al pancreas incurabile. Me lo disse così, en passant, per spiegarmi perché i vicini approfittassero di quando lui non c’era (perché era in ospedale) per usare il barbecue e impuzzolentirgli tutta la casa. Comunque, continuammo a parlare dei vicini in tutte le telefonate successive.

Serena aveva un figlio che non le diceva mai niente. Emanuela si sentiva capita più da me che dal suo ragazzo. Marco sosteneva di essere perseguitato sul lavoro. La rovina di Salvatore erano i politici e i cinesi. Pasquale aveva problemi ogni volta diversi, e passava dall’uno all’altro senza che nessuno di questi si risolvesse: semplicemente, smetteva a un certo punto di parlarne e sembrava non gli importasse più, anche se era lì esattamente come prima, quando era l’unico argomento della sua vita.

Un giorno, poi, mi arrivò una telefonata molto strana.

  • Ciao, sono Miriam.
  • Ciao Miriam
  • E tu sei?
  • Sì, scusami, io sono Fabio, piacere.
  • Piacere Fabio. Ascolta, posso farti una domanda?
  • Certamente
  • Perché hai messo quell’annuncio?

Borbottai qualche verso insensato, poi risposi:

  • Ho solo pensato che molte persone hanno bisogno di parlare e io… io ho bisogno di un lavoro.
  • Bene. Sicuro?
  • Che vuoi dire?
  • Voglio dire… non è che sei tu che hai bisogno di parlare?

Rimasi qualche secondo in silenzio. Non parlavo quasi mai di me nelle telefonate, se non per qualche dato esteriore, che studi avevo fatto, quanti anni avevo e così via.

  • La mia vita non è molto interessante… – risposi.
  • Trovi che la vita degli altri lo sia di più?

Ridacchiai.

  • No, effettivamente non molto. O almeno, non di quelli che vogliono parlare con me…
  • Qualcuno chiede mai di te, della tua vita?
  • Beh, a volte capita… in realtà non più di tanto.
  • Perché le persone sono così. Egomaniache. Se non lo mostrano, lo fanno per piacere agli altri o ottenerne qualcos’altro in cambio: riconoscenza, compagnia, avere un qualche ruolo nel loro mondo. Sai, sono stata molto incuriosita da te, subito. Se hai scelto di scrivere quell’annuncio non è soltanto per una questione di soldi. Potevi fare mille altre cose. Hai scelto di ascoltare. Ma hai stabilito una tariffa, per non essere in credito con altre persone.  Non lo hai fatto per sentirti buono. In realtà questo significa che te ne approfitti molto meno di quanto potresti. Quindi forse… forse meriti qualcuno che ti ascolti.

Rimasi ancora in silenzio. Mi sforzai di restare razionale.

  • Il mio lavoro è ascoltare la gente a pagamento. Non mi sentirei a mio agio a parlare di me e a pretendere di essere pagato. Mi metti in una posizione difficile.

Miriam rise.

  • Non volevo. Se ti fa sentire meglio, non ti pagherò. Magari proverò a richiamarti, deciderai tu se vorrai rispondermi. A presto!

E riattaccò.

Ero convinto che mi avrebbe fatto aspettare molto; invece la mattina dopo riconobbi il suo numero (ne ero incredibilmente già in grado. Ovviamente già sapevo dalla foto di Whatsapp che aveva un bel viso triangolare, occhi neri, e un sorriso…).

  • Pronto…
  • Buongiorno Fabio. Scusami per ieri, non ti conosco nemmeno ed è sembrato volessi già psicanalizzarti. Sono solo molto incuriosita…
  • Lo hai già detto.

Rimase in silenzio dall’altro lato. Mi sentii subito in colpa. Ero così freddo e forse lei non lo meritava. Capitolai molto in fretta, spaventosamente.

  • Vuoi sapere il perché del mio annuncio?
  • Quindi c’è un altro motivo?
  • Sì. In parte, almeno.
  • Certo, voglio saperlo.
  • Ho passato troppo tempo della mia vita ad essere ossessionato dal telefono. Da una chiamata, nello specifico. Non arrivava mai, ma io avevo bisogno di qualcosa che mi desse una sensazione di speranza. E così ho pensato a un modo di riceverne tante. Volevo quel brivido, ogni volta, anche se poi si rivelava un’illusione. Lo volevo ancora e ancora… per sentire qualcosa. E poi… poi avevo anche bisogno di soldi.
  • E ti ha fatto stare meglio?
  • Sì, ma per il motivo opposto. 
  • Il motivo opposto?
  • Sì, ricevo così tante chiamate che ormai non mi aspetto più sia lei, e sto un po’ meglio. Hai capito il paradosso?
  • Ti ha lasciato?
  • Sì… cioè, no. Insomma, è complicato.
  • Immagino. O meglio, non immagino in realtà. E ti fa stare meglio ascoltare i problemi degli altri?
  • Sicuramente mi distrae molto. Poi, sai, c’è una cosa che ho capito col tempo, magari banale, ma… ecco, non è che contano i problemi che hai, ma come ti senti. Ho a che fare coi problemi più banali, ma le persone stanno sinceramente male. Perché questa sofferenza dovrebbe essere meno importante di una sofferenza per un motivo ritenuto più serio? Insomma. Chi siamo noi per giudicare le priorità della sofferenza?
  • E tu per cosa stai male?
  • In questo periodo sto abbastanza bene, in realtà.

Miriam rimase qualche secondo zitta, poi mi chiese ridendo:

  • Beh, e allora sai dirmi qual è la chiave della felicità?
  • Non è che sia proprio felicità, è che. È che non ho particolari speranze…

Rimase a lungo in silenzio.

  • Questo cinismo mi sembra un po’ una reazione da immaturi. Comunque, devo andare. Vale sempre lo stesso discorso… ti richiamo io, se vuoi rispondimi. A presto!

Fino al giorno dopo fu difficilissimo ascoltare chiunque. Ogni volta che suonava il telefono risentivo la stessa sensazione tormentosa che mi ero da tempo lasciato alle spalle. Poi, non vedevo l’ora che la telefonata finisse, ero distratto, ero angosciato. Erano bastate quelle poche parole e già tutto il resto era inquietudine e noia. E poi volevo sapere in che senso il mio cinismo fosse da immaturo. Avevo più volte deciso che se dovevo stare così non le avrei più risposto. Insomma, non ne valeva la pena. O sì? Forse era questo il mio cinismo da immaturo? Ecco, una persona sconosciuta diceva la prima cosa che le era venuta in mente e io già ero disposto a mettere in crisi il mio modo di essere, quello stesso che mi aveva garantito la mia relativa pace. Ormai era andata, mi dicevo. O forse no, dovevo troncare tutto sul nascere. Ma era tardi, forse. No, era solo una mia decisione.

Come immaginerete, risposi subito alla telefonata di Miriam (che si era fatta aspettare per ben tre giorni: quell’attesa snervante, la sensazione di poter perdere quello che aveva strappato i miei giorni alla monotonia – alla pace, mi dicevo in realtà – mi aveva messo in uno stato psicologico di quasi totale sottomissione e dipendenza, e con estrema facilità. Avevo immaginato che fosse tutto calcolato, in qualche modo. Ma poi, perché doveva esserlo? Chi ero io? Dopo cinque minuti di conversazione telefonica?). 

  • Buongiorno, Fabio!

Tutta la mia tensione si sciolse in un attimo, insieme con la rabbia, la paura, l’odio contro me stesso. Parlammo di tante cose: di me, di lei, di nulla. 

Quando stavamo per salutarci, alla fine, presi coraggio.

  • Miriam.
  • Sì, dimmi.
  • Ti andrebbe bene se qualche volta ti chiamassi anche io?
  • Oh, certo Fabio. Ma, in realtà, secondo me, forse… forse sarebbe meglio vederci, no?
  • Ah. Sì, certo… non credevo che… sì.
  • Mi fa piacere che ti sia reso conto di quanto tu abbia davvero bisogno di parlare. Io ricevo in genere il mercoledì o il venerdì.

Mi presi qualche secondo per rispondere.

  • …ricevi?
  • Sì, Fabio. Forse non te l’ho detto prima, ma… sono una psicanalista. Quando vuoi, chiamami e prendiamo un appuntamento. A presto!

Maggio 2025

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