Aurora Angeloni
Rabbie mobili
NUMERO 32 | GIU 2025
La rabbia è umana.
È un pavimento disseminato di spilli, la melma lurida che costeggia i perimetri dei sampietrini smussati a Roma. Mi manca Roma, mi fa arrabbiare. Tornando a casa mi è stato impossibile non notare l’assurdo assetto dei parchi, la mansuetudine delle strade, l’apparente calma con cui i gatti le attraversano. Dov’è il tremore di tutto? Dov’è il cicaleccio di fondo di umani e clacson e gabbiani e tram?
Queste città non hanno sottane sotto cui io possa nascondermi. I baristi mi conoscono tutti. Penny. Penny. Penny. Sembra un peccato essere arrabbiati in un paesotto di campagna. Stona molto la ruga tra le sopracciglia se abiti in mezzo a un campo di girasoli, in una casa che guarda il mare. Mi dona molto di più essere arrabbiata a Roma. Continuo a ribadire: non sono arrabbiata, ahahah. E invece sono incazzata nera, sempre.
Almeno non sono l’unica. Le bestemmie volano e i Campari soda hanno il culo di un vetro un po’ più spesso perché la gente li sbatte forte sul bancone.
Una volta ho aperto un cassetto refrigerato per prenderne uno ma li ho trovati quasi tutti rotti, tagliuzzandomi le dita della mano destra nel tentativo di afferrare una bottiglietta nel marasma del venerdì sera, ma questa s’era disintegrata dentro al mio pugno, lasciando indietro solo il suo culo tondo quasi perfettamente intonso e attorno pezzi di vetro sporchi di rosso chimico e rosso sangue di Penny.
Quel giorno incazzata come un’ape ho cosparso tutti di sangue di Penny come i sacerdoti quando vengono a benedirti casa. Il bancone gremiva di gente che mi guardava in silenzio come fossi pazza.
Comunque, è un peccato essere arrabbiati in mezzo a un campo di girasoli. Tranne forse se in mezzo a quel campo di girasoli c’è un’azienda che smaltisce materie plastiche, un parallelepipedo rumoroso grigio e bianco, un andirivieni di camion che spalma ovunque un tanfo di morte perpetuo. Ci si domanda com’è che tanti umani abbiano i polmoni pieni di putridume in un posto magico come questo. E io non posso fare a meno di chiedermelo ogni giorno.
C’è qualcosa che mi disturba nell’attraversare un campo di grano e avere la testa che esplode dal polline di tutte queste piante maschie, volutamente maschie per necessità di mercato, gonfie di diserbanti, nessun papavero in vista, nessuna prepotente erbaccia cattiva, stronza, come hai potuto, gramigna, assoggettare il mio prodotto?
Vorrei urlare. Nessuno urla, nessuno suona il clacson.
Mi sembra logico, in questo vuoto, impazzire. Certi giorni capisco gli ultras delle squadrette locali che si menano e s’insultano durante il fine settimana. Non ci si può mai incazzare, anche quando ci offrono due righe dopo quei cinque negroni dovremmo mantenere un tono, un cosiddetto contegno amministrativo. Capisco bene chi piscia in testa agli arbitri dopo una settimana di una vita di repressione sottomissiva. La rabbia reclama la sua parte di tanto in tanto.
Io per non sbagliare la pago ogni giorno. Non per mio volere! C’è sempre chi la invoca. Siamo umani.
La rabbia è densa. Come sabbie mobili. Bisogna catalogarla, incanalarla, imbellettarla e portarla per strada come il miglior vestito della domenica, o come quel costosissimo alano arlecchino che vivrà solo nove anni. Io lo so fare bene, porto a spasso la mia rabbia più volte al giorno, raccolgo le feci liquamose che lascia in giro. La rughina in mezzo alle sopracciglia la accarezzo, la alleno come si allenano i tricipiti. Attingo a una sorgente infinita di stupidi sensi di colpa e ci sciaquo la mia tristezza.
È facile essere incazzati nelle periferie. Io mi sono allenata ad esserlo in centro, nei negozi, nei parchi coi laghetti e le anatre.
La rabbia è un motore? Non penso. Johnny Rotten diceva stronzate. La rabbia è impotente come un cocainomane attempato alle dieci di un sabato sera. La rabbia è quella cosa che mi s’incanala in gola quando penso ai giacimenti di gas al largo della striscia di Gaza e al carburante della mia macchina, allo stronzo che mi ha spaccato il vetro posteriore, e mentre lo porto a riparare imprecando vedo che attraverso il vetro della TV del meccanico passano immagini di guerra. Sono stupida. Il groppo in gola ora è esorbitante.
In questi casi bisogna fare qualcosa. Non posso prendere l’autostrada contromano né provocarmi un coma etilico. Di solito corro per una manciata di chilometri in mezzo a un campo, o finché non sento più le ginocchia. Ho dovuto mettere la museruola alla mia rabbia. La sto educando a stare al mio passo e non camminarmi davanti. È angosciante. È contro natura. Mi fa impazzire.
Mi manca il semaforo di Largo Preneste. Se dai di matto alla pensilina del tram a nessuno importa, tranne se compi atti osceni o fai del male a qualcuno. Ricordo quando quella volta ho pianto molto rumorosamente per tutta la tratta Piazza Bologna – Marconi della metro B con una bottiglia quasi vuota di Bombay in mano e nessuno mi ha calcolata. È stato catartico, un’esperienza umanamente inarrivabile.
In questo momento il fango mi arriva al petto. Respiro a malapena. So che in questi casi non esistono palliativi. Veneno venenum vincitur: il veleno si scaccia col veleno, e allora urlo e azzanno l’aria, sbrocco nel mio antro, piango a terra in mezzo ai cespugli di capelli, e poco a poco risalgo da questa pozza maleodorante.
Giugno 2025
