Andrea Bruccoleri
Un faro rosso e minaccioso
NUMERO 33 | LUG 2025
Il signor Martino è rosso perché è ossidato. Ce lo ha fatto notare Franco, una volta che eravamo al bar-tabacchi e ci eravamo stufati di giocare con le macchinette. Sorseggiava un espresso lungo al bancone e allora lo abbiamo osservato attentamente. Aveva il volto butterato. La pelle cosparsa di una polvere fina, come limatura di ferro arrugginita. Le mani ossute color ocra, la faccia smunta della stessa tonalità del caramello.
Dacché ne avevamo memoria era sempre stato calvo, così non ce lo spiegavamo come fosse possibile che dopo il suo passaggio il bancone restasse costellato di scaglie di forfora. Un pulviscolo di basalto che, bestemmiando, Franco grattava via a fatica con uno straccio umido.
«Adesso è un ferro vecchio», diceva il barista. «Ma avreste dovuto vederlo un tempo».
Un cazzo così grande io non l’avevo mai visto. Glielo giuro. Dopo che è tornato dal bagno, si è rimesso gli slip e si è disteso sul letto al mio fianco. Non pensavo che a una certa età gli si drizzasse ancora. Mi ero sbagliato di grosso.
«Hai conosciuto il Monte Olimpo», mi ha detto poggiandomi una mano sulla testa e accarezzandomi i capelli. «Il vulcano più grande del sistema solare».
Nessun altro inquilino delle case popolari suscitava la nostra curiosità come il signor Martino. C’era qualcosa che non tornava nel suo aspetto, nelle sue abitudini, nei suoi modi di fare.
«All’inizio si pensava fosse solo un po’ strambo», ci ha confidato l’edicolante. «Poi sua moglie l’ha piantato e da quel giorno non è più uscito dal suo appartamento».
Un lavoro sembrava non averlo e allora tutti si chiedevano come diavolo facesse a mantenersi. Il salumiere diceva che frequentava giri loschi, mia madre che era meglio stargli alla larga. Le malelingue assicuravano che teneva mazzette di soldi nascosti sotto i mattoni.
Noi eravamo dei ragazzini, cercavamo di carpire il suo segreto pedinandolo per le stradine del quartiere, o drizzando le orecchie quando di pomeriggio passavamo sul suo pianerottolo. Ma anche quelle rare volte in cui era possibile avvicinarlo, per le scale o al bar di Franco, si manteneva sempre a una distanza di sicurezza.
Una distanza di sessanta milioni di chilometri.
Non so se lo hanno torturato, ma devono averlo percorso a lungo con un oggetto contundente. Una lunga cicatrice gli solcava la colonna vertebrale, dalle scapole fino al bacino. Non ho resistito alla tentazione: ho alzato il lenzuolo e sono rimasto a osservare lo sfregio che gli percorreva la schiena. Un canyon interminabile, profondo come una crepa.
Nell’appartamento l’aria era viziata. Glielo giuro. La casa dà sopra un incrocio trafficato e così gli ambienti erano saturi di diossido di carbonio. Non si poteva respirare senza avvertire un senso di nausea.
Quando giocavamo a palla nel parcheggio si affacciava al balcone e se ne restava impalato a fissarci, le mani grinzose strette alla ringhiera. Se ci voltavamo a guardare il palazzo nella penombra che scendeva verso ora di cena, solo il suo occhio continuava a brillare come un faro rosso e minaccioso.
Girava la voce che fosse un pedofilo.
Russava. Mi sono alzato dal letto e, senza fare rumore, ho cominciato a frugare per casa, ad aprire i cassetti, a rovistare negli armadi. Non cercavo roba di valore. Gliel’ho già detto: volevo solo curiosare.
Una sabbia fine e grigiastra ricopriva i mobili, gli oggetti, il pavimento: una patina di roccia vulcanica che restava attaccata ai polpastrelli delle dita, alle suole delle scarpe.
Sareste risaliti a me in ogni caso, glielo posso assicurare.
Non c’era cliente del bar-tabacchi che ci ripugnasse quanto il signor Martino. Eppure, il disgusto non escludeva una certa attrazione. Volevamo conoscere a tutti i costi la sua storia, il motivo di quei crateri che gli deturpavano la faccia.
I vecchi che da sempre si ritrovavano nel locale di Franco cambiavano discorso quando qualcuno di noi faceva delle domande a proposito; abbassavano gli occhi sulle carte da gioco, fingevano di non avere sentito. Oppure, stappando l’ennesima bottiglia di frizzantino, davano sfogo alle teorie più strampalate al solo scopo di prenderci in giro.
Chi diceva che era stato una spia dei russi, chi un trafficante d’armi in Somalia. Un partigiano torturato dai nazisti. Un terrorista che piazzava bombe nelle caserme. Un dongiovanni a cui piacevano le femmine e che era stato beccato con l’amante dalla moglie. Un invertito che adescava i ragazzini delle case popolari.
Ho aperto una finestra per fare arieggiare. La corrente che si è creata ha formato un mulinello di polvere che ha preso a vorticare su sé stesso. D’improvviso il caos. Mini-cicloni. Tornado in miniatura. Una strage di fogli. Vetri rotti. Soprammobili scaraventati per aria. Un frastuono intollerabile. Dalle librerie si sono schiantate a terra valanghe di dischi di cornici di ricordi. È stato lì che si è svegliato, che ho sentito i suoi passi claudicanti avvicinarsi. Io volevo solo sbirciare fra le sue cose, gliel’ho già detto: non mi interessavano i soldi.
Glielo giuro su mia madre.
Una volta il professor Schiaparelli, il pensionato che vive al quarto piano, ci ha detto che il signor Martino era stato obbligato a diventare adulto troppo in fretta. Rimasto orfano da bambino, era cresciuto senza avere avuto il tempo di sviluppare una corazza che lo proteggesse dalle disillusioni dell’età adulta.
«Per questo è tutto ricoperto di crateri», ha insistito il professore. «La sua atmosfera non lo ripara dalla pioggia di delusioni che lo bombardano dalla notte dei tempi».
Noi ovviamente non gli abbiamo dato retta. Al professore è venuta a mancare qualche rotella ed è davvero convinto delle panzane che racconta.
Tanto di quel sangue io non ne avevo mai visto. Non volevo ammazzarlo. Mi aveva colto in flagrante e pensavo solo a scapparmene. L’ho spinto. È caduto. Si è aperto la testa centrando lo spigolo del tavolo. È stato un incidente. Glielo giuro su mio padre.
Non lo so perché sono rimasto al suo fianco, né perché ho esitato a chiamare i soccorsi. L’emorragia non si arrestava. Mi sono disteso accanto a lui e gli ho tenuto la mano finché è arrivata l’ambulanza.
Ha cominciato a delirare. Un flusso di frasi sconnesse, insensate. Diceva che un tempo le cose erano diverse: aveva passioni, amori, affetti. Una vitalità irrigata da corsi d’acqua. Parlava di oceani. Poi, col passare degli anni, il suo entusiasmo si era prosciugato. E i dispiaceri, la vecchiaia, il vento solare non gli avevano lasciato scampo.
Un rivolo di sangue gli è colato fuori dalla bocca, rosso come l’occhio che, aperto e minaccioso, ha continuato a fissarmi come un rimprovero da una distanza interplanetaria.
Luglio 2025
