Elisa Boschiroli

Acqua tintinnante

NUMERO 34 | AGO 2025

Gregor Hamric si svegliò di colpo e batté la testa sotto al tavolo. 

Cazzo. Da quando sono sonnambulo? 

Si alzò barcollando. Posò una mano sullo schienale della sedia e si scolò mezza bottiglia d’acqua fresca. Gli incubi gli mettevano sete. Si asciugò la bocca con il dorso della mano e si guardò intorno. Scie trasparenti rigavano le finestre della cucina. Accanto al lavello, la radio gracchiava una melodia stantia. Percorse il corridoio in fretta strizzando gli occhi. Il cranio gli pulsava come se fosse sul punto di sgretolarsi in mille pezzetti di materia celebrale. Indossò il cappotto fumoso, afferrò la valigia e spalancò la porta di casa. Grandioso. Una volta tanto che usciva l’universo aveva deciso di mandargli il diluvio universale per posta. Le nubi rombarono. Spiacente, niente reso. Aprì l’ombrello e camminò verso Bond Street. Dopo pochi passi guardò l’orologio e cominciò a correre. Le pozzanghere squittivano sotto gli stivali. La pioggia rideva del suo ombrello. Due luci saettarono sulla strada. Sventolò una mano sgocciolante e fischiò. Le luci si fermarono, il taxi singhiozzò. Un salvagente giallo nella tempesta.

Gregor spalancò la portiera e si tuffò sui sedili.

“Al porto! Presto!” urlò. 

Le spalle del taxista si irrigidirono. “Buongiorno a lei, signore.”

La macchina partì con un sussulto e si avviò piano verso High Street. Gregor si mordicchiava le unghie e dondolava sul sedile bagnato. Avanti. Indietro. Avanti.

“Mi scusi, può accelerare?”

“Sono già oltre il limite” borbottò l’autista.

“Pago il doppio.”

Le gomme stridettero sull’asfalto. Il fischio di una nave. Una nave che affonda. Come il suo incubo. Le fiancate sfondante. L’acqua gelida alle ginocchia, alla vita, alla gola! Ghiaccio che spacca i polmoni. Buio. Gregor rabbrividì fin nelle ossa e si concentrò sulle insegne luminose che sfrecciavano davanti ai suoi occhi. Detroit era orribile in quel periodo dell’anno. I turisti l’avvelenavano con i rifiuti, le facce posticce e i bermuda sgargianti.

Case bianche, alberi scuri, navi galleggianti. Acqua tintinnante sulla scocca. Finalmente. Siamo arrivati. Il taxi si allontanò sgommando. Idiota. Entro una settimana dovrai cambiare le gomme.

Impugnò la valigia e l’ombrello senza aprirlo. Ormai era fradicio dalla testa ai piedi. Granelli d’acqua gli scivolavano lungo il naso storto. Si schermò gli occhi e cercò il numero di scalo. 15, 16, 17, 18… 19! Eccolo! Posò un piede sulle assi e strinse i pugni.

“È solo un incubo” sussurrò.  “È solo un incubo!” urlò.

Una folgore squarciò il cielo nero. Ci manca giusto di finire fulminati. Si mise a correre lungo la passerella scricchiolante, oltrepassò il parapetto e si lanciò lungo il ponte. Finì addosso a una luccicante uniforme bianca.

“Posso aiutarla, signore?”

“No. No. Anzi sì.” 

L’uomo si tolse il cappello e lo guardò. Capelli sabbiosi. Occhi di mare.

Gregor si massaggiò la fronte. “Lei è un marinaio?” 

Un sorriso accecante lumeggiò la barba bionda. “Veramente sono il capitano.”

“Meglio ancora!” Gregor gli si avvicinò. “Quante possibilità ci sono che la nave affondi?”

“Pochissime.”

“E… con questo tempo?” 

Il capitano strinse gli occhi e si guardò intorno nella pioggia, poi schioccò le dita. “Con questo tempo andremo a picco entro un’ora.” 

Gregor sbiancò. “C-cosa? Entro… entro un’ora?”

“Si rilassi! Sto scherzando.” 

Le gambe di Gregor tremarono. “N-non fa ridere.”

“Ma lei soffre il mal di mare?”

“No. No.”

“Ha la faccia verde, lo sa? Si sente bene?”

“Sì, grazie. Torni pure al suo timone.”

Il capitano corrugò le sopracciglia e ridacchiò scuotendo la testa, poi si allontanò in fretta.

L’ancora rincasò. I motori schiamazzarono. Sgang! Ronf! Sgong! Il porto. Un puntino nero inghiottito dalle onde. Gregor strinse il bordo del parapetto. Il vento gli urlava nelle orecchie. Lame d’acqua costringevano il mare a tremare. Di colpo, la nave arrancò. Un ruggito stridulo squassò la carcassa di metallo. Panico. Urla angosciate, visi tesi, ordini strombazzati, cime spezzate, marinai impazziti. In mezzo a quella animosa mareggiata Gregor adocchiò il capitano entrare nella stiva e gli corse incontro.

“Capitano! Capitano!” ansimò. 

Lui si voltò con l’indice teso. “I sacchetti per il vomito sono lì dietro!”

“Non sto per vomitare! Voglio sapere cosa succede!”

“Abbiamo perso un’elica.” 

Gregor sbarrò gli occhi. “Q-quando?”

“Adesso. Ma va tutto bene. Non si agiti.”

“Torniamo indietro! Voglio tornare indietro!” 

Un marinaio pelato sghignazzò. “Ehi, Francis! Chi è il tuo amico? Mi sa tanto che se la sta facendo sotto.”

Risate. Risate. Il capitano si schiarì la voce. “Ascolti, signore. Queste tempeste sono passeggere. Tanto rumore per nulla.”

“No! Torniamo indietro!”

“Perché insiste tanto?” 

Gregor dondolò avanti e indietro. “Stanotte. Ho avuto un incubo.”

“Un incubo?”

“Questa nave affondava.”

Le risate morirono. Tra l’equipaggio serpeggiò un inquieto mormorio. Il sorriso smagliante sfumò dalle labbra del capitano.

“Esca.”

“Come?”

“Esca subito.”

Francis e Gregor uscirono dalla stiva e il vento acquoso li investì. 

Il capitano incrociò le braccia. “Senta. Non può dire certe cose di fronte ai miei uomini, chiaro?”

“Perché no?”

“I marinai sono superstiziosi di natura. Si fidi. Un ammutinamento non sarebbe l’ideale.”

Gregor si strizzò le mani. “Capitano spesso, gli ammutinamenti?”

“Sì, ma di solito sono io il capo.”

“Ah.”

“Si fidi di me. Torni in cabina.”

Gregor annuiva con la testa, ma non riusciva a muoversi. I suoi piedi erano ancorati alle assi zuppe. 

Francis sospirò. “Venga. L’accompagno.”

Il mare mugghiava. I mozzi scalpitavano per il ponte. Di colpo, il capitano scoppiò a ridere. Tuoni e fulmini. 

Gregor trasalì. “Che c’è?”

“Non so ancora il tuo nome.”

“Gregor. Gregor Hamric.”

“Tuo padre fa il dentista a Detroit?”

“No, quello è mio zio.”

Il capitano sghignazzò. “Anche tu strappi i denti per vivere?” 

Gregor rabbrividì. Mettere le mani nelle bocche puzzolenti e umidicce. Meglio annegare.

“No. Ero un commercialista.”

“Eri?”

“Mi sono licenziato due giorni fa.”

“Divergenze?”

Gregor alzò le spalle. “Il mio capo è un bastardo.”

“È un tuo parente anche lui?” chiese Francis con una risata.

“È mio padre.”

Francis si lisciò i capelli zuppi. “Scusami. Non avevo idea che…”

“Non preoccuparti. L’odio è reciproco.”

La nave rollò sbilanciandosi. Gregor perse l’equilibrio. Un attimo prima che finisse spiaccicato contro il parapetto, il capitano lo afferrò per il cappotto e lo rimise in piedi.

“Perché sei sulla mia nave, Gregor?”

“Non lo so. Ho sempre voluto viaggiare. Fino a ieri mi sembrava una buona idea. Ma poi stanotte…” 

Francis lo afferrò per le spalle e si piantò di fronte a lui. “Ascoltami bene. Quello era solo un incubo. Non puoi scappare dalle tue paure, Gregor. Le devi affrontare.”

“Non è così semplice.”

“Se ti serve un amico o un sacchetto del vomito, beh… sai dove trovare entrambi.”

Si allontanò nella bruma gocciolante.

Gregor sventolò una mano. “Grazie, capitano!” 

Lui si voltò e si inchinò. Il sorriso scintillante rischiarò le nubi.

Perché lui è così bello, mentre io sono solo… io?

Gregor spalancò la porta della cabina, si gettò nel letto e si rannicchiò nelle coperte di lana. Solo un incubo. Il cuore gli martellava nel petto come il pistone di una nave in avaria. Solo un incubo. Cercò di leggere un libro, ma le pagine sussultavano.

Perché sono salito a bordo? Perché mi ficco sempre nei guai?

I vetri degli oblò tremarono. Lì fuori, i tuoni rombavano ancora.

Agosto 2025

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