Paola Romano

Ai margini della specie

NUMERO 34 | AGO 2025

Apro gli occhi. Dove mi trovo? Si direbbe nell’angolo di una stanza; ne distinguo a malapena i contorni, la luce che entra dalla porta è accecante, mi abbaglia, mi costringe ad abbassare lo sguardo. Una persona si avvicina lentamente, sembra una donna, è una donna. Dovrei fidarmi di lei? Cosa vuole da me? Mi sussurra qualcosa che non capisco, poi si volta, fa un cenno con la testa e vedo un’altra figura venire verso di me. Questa volta si tratta di un uomo. Si tengono entrambi a debita distanza; lui mi porge la mano, mi offre dell’acqua. Io non mi muovo. Finalmente, con estrema lentezza, la donna mi toglie la catena che mi stringeva il collo strozzandomi il respiro. Vorrei ringraziarla, ci provo, ma dalla gola esce solo un gemito sommesso. Loro mi rassicurano, con gesti lenti e un tono di voce calmo, e mi accompagnano fuori. 

Nel frattempo cerco di ripensare a cos’è successo, a come sono finita in quella stanza. Ricordo l’odore della pioggia, e poi quello acre e pungente di gomma bruciata, e poi ancora l’odore metallico del sangue, il suo sapore, mentre mi lecco le ferite. È faticoso tornare a quei momenti, ma cerco di sforzarmi: un uomo, anzi, due, tre, che mi circondano mentre cammino verso casa, stanca e affamata, sotto un temporale. Mi rendo conto subito che qualcosa non va, ma loro mi attirano con del cibo, non ricordo esattamente di che si trattasse, ma non era importante, mi faccio tentare. E così, con l’inganno, mi prendono, mi bloccano, cercano di non farmi scappare via. Io grido, scalcio, mi dimeno; mordo, anche: infatti uno di loro si indispettisce, mi prende a calci, mi immobilizza. Io provo ancora a reagire, ma sono troppo debole, troppo stanca, e alla fine mi arrendo. Gli uomini mi portano via, mi caricano su un furgone, o qualcosa del genere. Esausta, credo di essermi quasi addormentata, nonostante lo spavento. Uno scossone più brusco degli altri mi ridesta dal dormiveglia: il furgone si ferma, con una frenata improvvisa. Silenzio per interminabili minuti, finché gli uomini non aprono il portellone e mi trascinano all’aperto; è buio, sento in lontananza il frinire dei grilli. Respiro un’ultima boccata d’aria prima di essere rinchiusa in una stanza fredda e incatenata a un termosifone. Non so quanto tempo sono rimasta lì: ore, giorni, anni, forse.

Chiudo gli occhi e mi viene in mente una mia amica, conosciuta in uno dei vicoli della città, tanto tempo fa; lei mi aveva detto che degli uomini, di tutti gli uomini, non ci si poteva fidare: se ti coccolavano o nutrivano era sempre perché volevano qualcosa in cambio, e spesso la totale fedeltà non bastava: ti consideravano di loro proprietà e si arrogavano quindi il diritto di disporre di te come volevano. Io le avevo risposto che, secondo me, non era giusto generalizzare, perché avevo conosciuto anche persone gentili, e poteva darsi che a volte gli uomini ci trattavano male perché non ci capivano e forse erano loro ad avere paura. Lei aveva scosso la testa: ero un’ingenua a pensarla così. Mi aveva raccontato che solo una volta si era fidata di un uomo, e le era bastata: abitavano insieme da sempre, da quando lei riusciva a ricordare. Sembrava che andasse tutto bene, ma un giorno la mia amica aveva inavvertitamente fatto cadere un oggetto dal tavolo della cucina, e la reazione dell’uomo era stata particolarmente esagerata: le aveva urlato contro con veemenza cose bruttissime, alla fine aveva anche tentato di colpirla con il telecomando che aveva in mano, e, non riuscendoci, gliel’aveva tirato dietro. Da quell’episodio in poi era stato un crescendo di minacce e umiliazioni, finché dalla violenza verbale era passato a quella fisica. La mia amica inizialmente era incredula, non poteva pensare che quella persona, in cui riponeva totale fiducia e che pensava di conoscere bene, si fosse improvvisamente rivelata una sconosciuta. Aveva tentato di giustificarlo, si era detta che aveva perso da poco il lavoro, che era depresso, nervoso. Aveva anche dato la colpa a sé stessa, alla propria sbadataggine, alla propria irruenza. Si era detta che forse non riusciva a fare abbastanza per aiutarlo, per tirarlo su di morale. Finché, una volta, l’uomo non era più tornato. L’aveva aspettato per giorni, poi, stremata dalla fame, era uscita a cercare da mangiare. In giro per il quartiere aveva conosciuto altre come lei, che erano state abbandonate o malmenate proprio dalle persone che si sarebbero dovute prendere cura di loro, era venuta a conoscenza di tante storie simili alla sua, alcune anche più tragiche, senza lieto fine. Non me le ero volute far raccontare: non volevo credere a quelle storie, all’epoca. Io ero stata bene insieme agli uomini, fino a quel momento.

Adesso l’uomo e la donna mi portano su una specie di ambulanza; una persona con un camice bianco mi visita, accarezzandomi e parlandomi dolcemente. Non riesco a ricordare cos’altro sia successo in quella stanza, mi sembra di aver dormito per giorni, sdraiata sul pavimento umido, senza bere né mangiare, finché queste persone non sono venute a liberarmi. Hanno un buon odore, non sembrano minacciose, ma non ho intenzione, per il momento, di abbassare la guardia. Forse non dovrei fidarmi degli esseri umani mai più.

Agosto 2025

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