Claudia Sala

Vita in equilibrio precario

NUMERO 34 | AGO 2025

«Perché, perché?» si domanda davanti a quel cancello. Perché è arrivata a questo punto. Come è arrivata davanti a questa porta che varcherà per l’ultima volta. Fino ad un mese fa aveva ingenuamente creduto di varcarla per anni e invece no. 

«Perché» si domanda «perché proprio a me?». Sara tiene i pugni stretti nelle tasche del giaccone. Ha dovuto imparare a non provare nulla o quantomeno a nascondere le sue emozioni. Non vuole che siano usate contro di lei e non vuole dare a nessuno la soddisfazione di vederla al tappeto. La fragilità non è contemplata. La sua imperturbabilità durerà poco, perché sa già che fuori da quell’ufficio vorrà urlare tutta la sua rabbia, ma soprattutto l’ingiustizia. 

È una giornata qualunque di marzo. Sole, cielo terso, ciliegi in fiore. Tante volte in giornate così ha pensato: «Mollo tutto e vado al mare e non sto qui ad aspettare la pausa pranzo per l’ora d’aria, come i carcerati». 

È lì davanti a quella porta per lasciarsi alle spalle i quattro anni più brutti della sua vita. Anni vissuti sempre al buio, senza gioie e prospettive. Tutto era diventato uguale, un mondo in bianco e nero.

Le sembra di vivere in un incubo fatto di pochezza umana. Si guarda indietro e solo ora si accorge che ha buttato ben quattro anni della sua vita. E di nuovo, perché? Finalmente capisce. Adesso che ha toccato il fondo con mano e ha deciso che no, non vale la pena di rovinarsi la vita per 1.500 euro al mese. Non ha senso lavorare in quel covo di serpi che è solo un coacervo di sopraffazione. 

Sara non vuole fare la fine dei suoi colleghi, privi di anima, che sopportano ogni angheria solo per lo stipendio fisso. Ha agognato così tanto questo posto fisso. O meglio, gli altri, amici e parenti le hanno inculcato l’idea che il posto fisso fosse la soluzione a tutti i mali. Il posto fisso come panacea per realizzarsi. E così ha messo da parte tutti i suoi sogni ed aspirazioni e si è dedicata al lavoro senza risparmiarsi per ben sette anni di cui quattro fatti solo di vessazioni e svilimento della sua persona.

Cosa ha fatto negli ultimi anni? Ha vissuto certamente di corsa, mai una pausa per riflettere seriamente. Tutto scorre sempre uguale. Anche le vacanze diventano abitudine, perché è obbligata a farle solo ad agosto. Tutto è grigio, ha lo stesso sapore. E ancora una volta, perché? Perché Sara non ha frenato e non ha cambiato direzione? La risposta è semplice: perché pensa che non si meriti di meglio, perché non crede nelle sue capacità, perché crede ai tanti detrattori che le dicono che non troverà mai un altro lavoro.

Tanto tempo ed energie per tenersi il posto fisso e poi appena ha avuto una grande difficoltà da gestire nella sua vita, le hanno sparato addosso. Hanno usato la fragilità, l’incertezza e la paura di perdere un genitore dopo una lunga malattia per farla passare per inadempiente e incompetente. Lì è cominciato il calvario, e hanno vinto loro.

Come ha pensato di andare avanti per inerzia. Come può aver accettato che la vita possa fare solo schifo e che non ci siano alternative? O meglio, ci sono per altri, ma per lei no. Deve soffrire e sopportare. Perché è così stoica e ha così tanto senso del dovere? A cosa le serve? 

Semplice, le hanno insegnato che si fa così, che si deve vivere così. Il lavoro deve essere solo una catena di vessazioni, umiliazioni e che deve sopportare. Mai assente, sempre sul pezzo, efficiente, disponibile e gentile con tutti. Un immenso dovere di farsi carico di tutto nella vita per non deludere nessuno: lavoro, casa, cura dei genitori, risoluzione di beghe familiari. Però continua a deludere sé stessa.

Eppure in tutta quella melma fatta di bassezze, davanti a quella porta, vorrebbe ancora e inesorabilmente essere chiamata da lui. Vorrebbe sentire la sua voce. Vorrebbe che gli interessasse tutto quello che sta attraversando, inconsapevole di quello che sarà il futuro. Ma è solo un attimo di debolezza, perché sa con certezza che la tratterebbe male, la deluderebbe ancora e ancora. Nei suoi sogni lui si trasforma in quello che non potrà mai essere. Quando le capita di vederlo e gli parla, capisce che è vuoto, è solo apparenza.

Come al solito deve risolverla da sola, contare sulle sue forze, varcare quella soglia e mettere fine ai quattro anni di merda e farsi dare quello che le spetta. Varca quella porta solo per una cosa, il risarcimento. 

Ha chiuso, ha dato un taglio netto. È uscita dal tunnel, ma a che prezzo? Ha perso il lavoro. Incompatibilità ambientale, dicono. Le parole dell’ultimo incontro le scivolano addosso. Ormai quelle persone non hanno più importanza, sono solo esseri subdoli che cercano di giustificare la loro presenza. Che infinita tristezza, che pena vedere persone a disagio che si aggrappano disperatamente ad un umorismo becero, quando Sara vorrebbe urlare: «Ehi, vi siete accorti che sto perdendo il lavoro per colpa vostra e state proteggendo un’incapace? Avete capito che quella sì è bevuta tutti voi?». Sara sa che hanno fatto di tutto per sbatterla fuori solo per proteggere la loro incompetenza. Ma lei si era stufata di quel gioco al ribasso che puntava solo a screditarla e a trattarla da stupida. Il mondo in cui lavorava era solo competizione sleale, sopraffazione e soprattutto protezione dell’incapacità. L’ignavia viene premiata e non la preparazione e l’impegno, come le era stato raccontato.

Quando Sara ha realizzato che non poteva più vivere logorandosi, perdendo peso e sonno, è ritornata la luce. In quell’attimo di lucidità ha realizzato il suo piano, velocemente. In fondo erano anni che rifletteva su quale fosse la via d’uscita migliore. Questa volta era stata lei a sfruttare un’incrinatura della malvagità con cui veniva trattata. 

L’unico suo pensiero era diventato: «Me ne vado, ma con il botto». Così ha azionato il piano. Tutto si è incastrato. Dopo un mese di attesa e di arrovellamenti è arrivata alla resa dei conti. È lì solo per prendere l’assegno, non parlare, non commentare le angherie e scappare da quel luogo infame.

Di una cosa è sicura. Il male gratuito genera solo male, prima o poi. 

Ha messo un punto, e ora? Come uscirà dal pantano?  Come potrà essere fiera di sé? 

Un pensiero viscido la invade quando meno se lo aspetta. Lui ha chiamato? Sicuramente sarà stato informato, eppure neanche una parola. Tanto non può fidarsi di quel sottosviluppato, potrebbe danneggiarla ancora di più. Ci sono altre persone su cui contare. È inutile dedicare tanti pensieri a chi non si fa trovare e non vuole essere disturbato. Una cosa intelligente, però, l’ha fatta: ha cancellato il suo numero. Almeno non può cadere nella tentazione di usarlo. Si è tutelata. Conosce bene la sua capacità di autosabotarsi, di farsi del male inutilmente.

Ora può e deve uscire dal buio. Ora può e deve riprendere la fiducia in sé. Ma è tutto in salita. Può concedersi solo una pausa e poi deve ricominciare a pedalare, ma questa volta cercando di credere nei suoi sogni, quelli che sono nelle sue corde.

Agosto 2025

© 2025 "Vita in equilibrio precario" è una pubblicazione digitale della rivista letteraria Nido di Gazza.
Tutti i diritti correlati alla presente rivista sono riservati agli autori e collaboratori di Nido di Gazza.

Nido di Gazza | Rivista Letteraria - Nido di Gazza © Copyright 2025