Marina Ciangoli

Il paese degli specchi

NUMERO 35 | SET 2025

Avevo sentito delle storie su questo paese di montagna, ma non potevano essere vere.

Di vero c’era che era piena, nelle facciate di case e negozi per lo più disabitati, di specchi incastonati.

Non mi volevo avvicinare a quegli affari, anche se non ci credevo.

La mia voce razionale mi disse di lasciar stare le baggianate popolari, di girare in tranquillità per i vincoli e sì, se capitava, di specchiarmi.

Le case erano di pietra scoperta, le facciate dichiaravano, come un dialetto, la loro natura rurale e la condizione di spopolamento.

Venivano per lo più dei curiosi, per quel turismo fatto di leggende e morbosità.

La strada principale portava verso la parte alta del borgo e da lì, sulla cima, spuntava una casa con uno specchio grande quanto tutta la fiancata priva di finestre, con dipinta sulla superficie una donna di spalle vestita di giallo e i capelli castani raccolti in una treccia, che cadeva sulla spalla destra. Sì appoggiava ad una sedia di legno o la trascinava con sé.

Da lì, forse, nascevano le superstizioni su questo piccolo centro medievale del Centro.

Volevo vederla da vicino, solo questo.

Mentre salivo per quella via, la coda dell’occhio fu distratta da un’immagine. Ero io che mi  riflettevo sulla superficie specchiante di una lastra argentata affissa su una casa.

Ma il mio volto non c’era.

C’era invece la mia nuca che guardava alla sua sinistra, come facevo io.

Mi avvicinai allo specchio e il mio riflesso faceva altrettanto, ma mostrando le mie spalle, la mia schiena, la mia testa in movimento.

Da vicino vedevo il mio riflesso di spalle. Non era speculare come avrebbe dovuto essere. 

Rimasi sospesa a pensare, con una certa tachicardia che frusciava sorda nelle orecchie. Che significava? Come poteva essere?

Mi allontanai per riprendere il respiro e dare un ritmo più calmo al battito del cuore e…

E il riflesso di me, di spalle, rimase lì, sulla superficie dello specchio. Non seguiva più i miei movimenti, seppur inversi.

E mi sentivo come se mi mancasse qualcosa.

«Posso offrirti un bicchiere d’acqua?». Mi voltai a guardare una donna che si avvicinava. «E forse anche una sedia, giusto?». Mi avvolse con la mano leggera il gomito e con l’altra mi sfregò la spalla, per poi attirarla a sé con calma e spostare il peso del corpo lontano dal muro al quale mi ero appoggiata, senza che ricordassi di averlo fatto. «La gente viene qui di continuo, ma poi reagisce sempre allo stesso modo.»  Sorrise soddisfatta, come chi sa di non sbagliare mai.

Mi stava portando a casa sua e non riuscivo a decidere se la cosa mi stesse bene. Ero stordita dalla sua figura, non meno della mia immagine riflessa al contrario. Aveva la pelle compatta, priva di macchie o segni, ma i suoi capelli mossi erano di un bianco che mi infastidiva quanto un abbaglio riflesso e che ti colpisce all’improvviso. La sua corporatura mi ricordava un fascio di legni infradiciato, tenuto insieme da un fil di ferro corroso, pronto a sgretolarsi al primo contatto.

«Ho solo una sedia. Accomodati.» Prese un bicchiere rovesciato sul ripiano in pietra del lavandino e lo riempì d’acqua. «È stato un periodo un po’ spento questo. Avrai notato che gli specchi sono vuoti. O almeno lo sono quelli all’ingresso in paese. Verso l’uscita sono ancora pieni di riflessi, gli ultimi da qualche settimana a questa parte.» Asciugò il bicchiere dalle gocce in avanzo, prima di offrirmelo. «Daniela si è molto arrabbiata, l’ultima volta.»

«E chi è Daniela?»

«Sei venuta qui e non sai chi è?»

«Sono venuta per appurare che si tratta di folklore.»

«E ti sei dovuta ricredere in meno di cinque minuti.» 

«Mmh…» Il bicchiere scivolò dalle mie mani, ma non lo feci cadere. Doveva esserci ancora qualche goccia d’acqua. Il cuore saltò un battito: c’erano gocce d’acqua anche lì? «Ricredermi su cosa? La suggestione può essere molto potente.» 

«Daniela è la nostra emerita sindaca, da tempo immemore. Sindaco! A lei non piacciono le nuove declinazioni.»

«Il sindaco di un vecchio borgo disabitato? Dov’è adesso?»

«Non si sa. È rimasto solo il suo riflesso gigante.»

«Tu però vivi ancora qui.»

«Si vede che sono particolarmente legata alle mie radici.»

«Prima, dicevi che è un periodo spento e che gli specchi sono vuoti solo all’ingresso del paese. Che volevi dire?»

«Ti interessa? Perché non si tratta di folklore.»

«Sì, mi interessa.»

«Va bene. Quasi tutti entrano in paese dalla strada da dove sei arrivata tu e quando lo lasciano, se sono stati presi i loro riflessi, col tempo svaniscono. Non succede invece se si rimane qui e lo specchio tiene prigioniero il tuo riflesso.»

«Prigioniero?!»

«Posso smettere…»

«No, no, vai avanti. Ti prendo sul serio, giuro!»

«Avrai notato che il riflesso però è inverso. Avrai anche avuto la sensazione di aver perso qualcosa.»

Sì, qualcosa era scivolata giù a terra, presa da una gravità più metafisica che fisica.

Sorrise per avermi letta nel pensiero. «Quello che perdi è la capacità di avere un tuo pensiero. Vieni riflessa all’inverso affinché tu perda la tua identità. Una figura di spalle può essere chiunque e se puoi essere chiunque, alla fine non sei nessuno e non esprimi più chi sei, cosa vuoi, cosa pensi. E più il riflesso rimane nello specchio e più aumenta il processo di perdita dell’identità»

«Ma è una follia! Chi può aver architettato una cosa del genere?»

«Daniela, il nostro sindaco.»

«Ma dai! E per quale motivo?»

«All’inizio chissà, forse per fastidio verso l’opposizione della giunta comunale…». Prese una ciocca di capelli e iniziò a intrecciarla. «Poi però ha cominciato ad irritarsi con gli abitanti. Diceva che erano fuori controllo, imbottiti di novità folli che non facevano che confondere le idee a tutti. Diceva che quando si corre troppo in avanti, la reazione necessaria è porre un freno. Troppo progresso irrita l’uomo della strada, diceva.

«Però la gente è andata via.»

«Alcuni… dopo diverso tempo. Dopo che hanno cominciato a capire. Molti sono morti senza rendersi conto di nulla o pensando fosse tutto normale così. Altri sono riusciti persino a non specchiarsi mai e ad andarsene. I primi ad andare via, furono quelli che da subito hanno percepito che quella mancanza era la capacità di pensiero. Se ne andarono e da chi rimase, seppero che il loro riflesso scomparve nel giro di pochi giorni. Da lì iniziò una parziale mobilitazione via dal borgo.»

«Perché parziale?»

«Per alcuni non stava accadendo nulla, te l’ho detto.» Accarezzò tenera la treccia terminata. «Questa è più o meno la storia.»

«Non direi. E Daniela che fece?»

«Ah, certo. Costruì il grande specchio, pensando di aumentare il controllo sui compaesani. Si portò dietro una sedia per rimanere comoda davanti allo specchio. Ma come tutti, alla fine morì, o almeno è quello che penso sia successo.»

«Tutto qua? La storia finisce così?»

«Sì, puoi tornare a fare la turista e andare verso il grande specchio. Lì gli altri specchi non funzionano essendo già occupati e puoi osservare e persino specchiarti e andare via da qui come e quando vuoi. Ti sei ripresa ormai, basta che stai attenta agli specchi vuoti che trovi qui fuori e andrà tutto bene.»

La mia attenzione, una volta uscita, se l’era presa la via di pietre di porfido. Anche i curiosi avrebbero abbandonato il borgo insieme all’attrattiva per la bizzarria, se avessero saputo i risvolti banali, partoriti da un’egoriferita, che si celavano dietro gli specchi ritenuti esoterici e per questo seduttivi.

La strada iniziò ad aumentare la pendenza in maniera brusca. Riprendere fiato mi portò a riaffacciarmi sul borgo della bislacca sindaca e senza volere, com’era accaduto prima, mi specchiai su una superficie appesa in un negozio con la saracinesca abbassata e macchiata dal processo di ossidazione. L’anziana dai capelli fastidiosi aveva ragione. Lo specchio rifletteva il mio viso e buona parte della mia figura frontale, anziché la mia nuca, la schiena e giù fino quasi al retro delle ginocchia. 

La mia immagine sembrava sbucare da dietro un altro riflesso, quello di una donna di spalle vestita con un abito verde brillante, una bombetta in testa dello stesso colore e un palloncino giallo limone che avrà tenuto in mano. Era sporta come ad osservare da vicino qualcosa che non capiva o che non vedeva bene. Bloccata così, sembrava guardare interrogativa il mio riflesso. Scrutai attorno mentre salivo la strada e c’erano altri riflessi. Alcuni erano stati colti al loro passaggio, come me all’arrivo, altri osservavano lo specchio che li aveva catturati come se fossero visitatori ad una mostra d’arte, qualcuno si faceva persino un selfie. 

Ad attirare la mia attenzione, l’ultima, fu l’immagine di un uomo con le maniche della camicia ripiegate fino a metà braccio e un borsalino bianco in testa che con le mani stringeva una mazza e caricava verso lo specchio. Qualcosa lo fermò, perché lo specchio era intatto.

Mentre avanzavo diretta al grande riflesso, notai che gli specchi lampeggiavano, per brevi istanti, come neon al mio passaggio, rilasciando una luce nera che macchiava le superfici specchianti.

«Eccomi! Finalmente! C’è voluto più del solito.»

Presa dai riflessi di spalle e dai lampi neri, non mi accorsi di essere arrivata. Daniela era imponente e la sua maglietta gialla abbagliante. Sentii scricchiolare dei pezzi di legno. Era la sedia nello specchio che cedeva al peso di Daniela che si voltava. Soffocava una risata nervosa. Si girava, la nuca svaniva per lasciare posto alla pelle del viso, la treccia scivolava sulla schiena ed ebbi la sensazione di un déjà-vu. Iniziavo a vedere il suo viso mentre il corpo si voltava frontale chinandosi verso di me. «Ci abbiamo messo più del solito, come mai? La sei stata a sentire più del dovuto, stavolta. Dimmi che sbaglio?»

Io ero Daniela. 

Il riflesso si mise a sedere. Anche io ero seduta. Non mi ero accorta né della sedia davanti al grande specchio, né di aver preso posto.

Il mio riflesso mi fissava come una madre in cerca della giusta punizione da darmi. Si mordeva il labbro incattivita. «Gli specchi hanno il difetto di essere pur sempre specchi. E anche se sono riuscita a far sì che specchiassero le immagini inverse per azzerare le individualità e i troppi pensieri, ecco, gli specchi hanno continuato a catturare ancora il mondo così com’è. Li hai visti i lampi neri e le macchie?»

Annuii.

«Ecco, è il cortocircuito nel quale sei caduta stavolta, perché ti sei specchiata negli specchi occupati, dando retta alla vecchia coi capelli urticanti. Brava! Ora è distrutto tutto il lavoro che abbiamo svolto… per decenni!.»

«Ma aveva detto che eri morta…»

«Sei morta? No! Non sei stata abbastanza attenta: se il riflesso c’è ancora è perché o me ne sono andata da poco o perché sono ancora qui… Sono sempre stata qui. Tu, sei sempre stata qui. E abbiamo vissuto questo momento tante altre volte, ma senza che quella riuscisse a farti specchiare. Ecco, sta iniziando. Guarda.»

Il cuore tornava a gocciare. Vedevo gli specchi appesi nelle case e nei negozi, che fiancheggiavano la strada in discesa, riempirsi di macchie nere. Le immagini riflesse svanivano mangiucchiate dai bordi verso il centro, come carta velina che si consumava nelle fiamme. Le macchie nere si spandevano fino a opacizzare per intero gli specchi.

Tornai con lo sguardo verso il mio grande riflesso, con la sensazione di avere i muscoli del petto e della gola rigidi. «E adesso?»

«Adesso verranno a prenderci.» 

Il grande specchio divenne opaco e silenzioso.

A svegliarmi furono le voci di persone. Non ne sentivo e vedevo da tempo. Mi trovavo in una stanza buia con le pareti di pietra nuda e una luce a griglia si proiettava accanto a me. Veniva da una finestrella con le grate. Da lì vedevo gente circolare nella strada principale piena di bancarelle che vendevano specchi opachi. Erano gioiosi e vestiti con dei colori chiassosi, come i loro pensieri. Mi voltai: anche la stanza era ingombra di specchi opachi appesi o accatastati a terra.

Tornai ad affacciarmi alla finestrella. Non potevano sentirmi, ma dissi: «È solo folklore.»

Settembre 2025

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