Maria Antonietta Durante
Sofia
NUMERO 35 | SET 2025
Andrà a finire male. Va sempre a finire male, anche quando sono convinto di aver dato la risposta giusta, vedo qualcuno che fa una smorfia o solleva lo sguardo al cielo, oppure punta gli occhi spalancati verso di me. Le prime volte che accadeva diventavo rosso e scoppiavo a piangere. Alle medie ho adottato invece la strategia del silenzio: nessuna parola, nessun errore, nessuna vita. Non faceva per me. Adesso ho vent’anni e la mia strategia è la fuga. Soprattutto da Sofia.
13 maggio 1888 il Brasile abolisce la schiavitù;
13 maggio 1917 la Madonna appare a Fatima;
13 maggio 1940 nasce Bruce Chatwin, quello della Moleskine;
13 maggio 2022 ho lasciato Sofia.
Ogni giorno passato con lei era un bagno di gioia soffocante, amore ripugnante, desiderio stancante.
Mi piace Sofia ogni volta che penso al suo modo di sorridere e di guardarmi in silenzio mentre sono impegnato a montare qualcosa.
Non mi piace Sofia quando parla e non aspetta una risposta, quando chiede la mia opinione e dopo, muovendo la testa, facendola ondeggiare, mi rifà daccapo la domanda, e così infinte volte finché non le dico quello che lei ha in mente.
Mi piace Sofia quando è stanca e si lascia scivolare in terra in qualsiasi posto del mondo si trovi, su un prato, marciapiede, autobus in corsa, in fila per l’entrata al cinema, dentro un supermercato. La trovo adorabile quando crolla davanti agli anziani che sono in fila all’ufficio postale per ritirare la pensione e non reagisce ai loro inviti ad alzarsi. Incrocia le gambe e sta in silenzio, poi salta su all’improvviso quando ne ha voglia lei, come se nulla fosse.
Non mi piace Sofia quando mi fa arrivare in ritardo per colpa di qualcuna delle sue stranezze, e non mi chiede nemmeno scusa; quando mi dice – Ho bisogno di tempo per me stessa – e a me non lascia tempo per fare nulla.
Non mi piace Sofia quando è Sofia, ma mi fa impazzire quando è la mia Sofia.
Questa volta non rimetterò in discussione la mia decisione.
Non sarà come il 15 gennaio o il 22 marzo – odio ricordare ogni data! – io non spero di tornare da lei, non andrò di nuovo ad aspettarla sotto il portone per scusarmi. Io devo separare la mia vita dalla sua.
Sofia è alta 1 metro e sessantasette cm, pesa quanto suo fratello di dieci anni, e quando cammina ogni tre passi si solleva sulla punta del piede in appoggio. Gli occhi verdi scrutano ogni cosa, ma non sembrano fermarsi mai su nessuna persona o oggetto, non li trucca mai perché dice che non sa guardarsi allo specchio, ha imparato solo a mettersi il rossetto color fragola e non esce mai senza. Ti accorgi che c’è lei in giro dal profumo di miele che sparge muovendo i lunghi capelli castani. Di Sofia amo tutto, ma non amo più lei.
Ci siamo conosciuti a Matematica, unico posto che non potevo esimermi dal frequentare.
Aula a gradoni, antica, antichissima, ma con l’acustica che le costruzioni moderne non sono capaci di avere. Ultima lezione di Geometria, ultimi superstiti che finalmente, come aveva profetato il prof. ad inizio corso, iniziavano a vedere la luce in fondo al tunnel, a ricomporre nelle loro testoline di matricole un universo fatto di numeri, lettere, matrici, autovalori e autovettori.
Lei seduta in prima fila chiacchierava con un’amica, il professore le passò accanto e iniziò ad alzare il tono di voce per farle intuire che era meglio smetterla. Sofia naturalmente non lo fece. Dico naturalmente perché ora la conosco, ma quel giorno mi sembrò un affronto terribile. Il professore si fermò accanto a lei e le porse il gesso, invitandola a continuare la dimostrazione alla lavagna. Sofia si alzò, andò alla lavagna e completò tutto in cinque minuti. Dopo l’ultimo passaggio scrisse, come faceva anche il prof, cvd: come volevasi dimostrare, si voltò verso di noi e scrisse ancora dieci numeri. Io li ricopiai istintivamente: il suo numero di cellulare. Dopo uscì dall’aula lasciando il suo zaino in terra e i quaderni aperti sul banco.
Per mesi ho pensato che quel numero lo avesse lasciato per me.
Sofia è bellissima quando si sveglia, si gira due volte arrotolandosi nelle lenzuola e alla fine butta le gambe giù dal letto, solo dopo il resto del corpo la segue. Il mio piccolo baco da seta.
Con Sofia siamo andati ovunque, ma non abbiamo mai fatto una foto insieme. Lei non è fatta per stare dentro il rettangolo di un’inquadratura, la sua anima non ci starebbe. E a me non piacerebbe una foto con il suo solo corpo: braccia di Sofia, mani di Sofia, la caviglia tatuata di Sofia. Io voglio l’immagine della lingua che schiocca quando non sa cosa rispondere, il suono delle dita sul ginocchio quando si concentra, il respiro che rallenta fino quasi a sparire quando sta leggendo. Non esistono foto capaci di ritrarla, perciò lei nelle foto non c’è mai.
Ho lasciato Sofia, è necessario sapere se si è capaci di affrontare situazioni dolorose, capire se quelle risorse che la Natura dovrebbe averci fornito per sopravvivere funzionano, non vorrei scoprire nel momento sbagliato di non aver ricevuto nessun kit base alla nascita, e trovarmi sprovvisto di ogni riparo. Ho lasciato io Sofia, perché lei non lo avrebbe mai fatto, certo sarebbe stato meglio sperimentare entrambe le opzioni, ma mi rendo conto che non è possibile. Non saprei dire se fa male, potrei anzi anche dire che sto bene, che ero pronto a separarmi da lei. Sì, è così.
Oggi c’è il sole caldo di maggio, ho dormito tranquillamente per tutta la notte; sono pronto.
Compongo il numero di telefono di Sofia.
– Pronto?
Silenzio. Cos’altro mi aspettavo?
– Chi parla?
Posso farlo, so come farlo.
– Ciao, mi chiamo Marco, non mi conosci… magari mi hai visto a lezione.
Invece forse non mi ha mai visto.
– Quando hai lasciato il tuo numero, ti ricordi? L’anno scorso… io l’ho segnato…
Ora mi butta giù il telefono.
Di Sofia mi piace solo quello che è diverso dalla mia Sofia, a partire dal suo nome: Vittoria.
Settembre 2025
