Massimo Spelta

Il respiro del Po

NUMERO 36 | OTT 2025

Prima indagine dell’ ispettore Fabrizio Martelli

Rufus era di nuovo scappato, aveva approfittato di una mia distrazione, sfilando la testa dal guinzaglio, quando dalla centrale un agente mi aveva chiamato sul cellulare, informandomi che il mio ufficio era pronto.

Lo cercai nel contorno d’ oscurità del luogo e poi nella sfera di luce dei lampioni, ma del cane non c’ era traccia.

Un pulviscolo umido mi entrava fin nella camicia, finalmente dopo più di un’ora, qualcosa si mosse e da un cespuglio sbucò la testa marrone di Rufus. Si precipitò verso di me, facendomi feste e leccandomi le mani, sul naso aveva qualcosa di rosso e denso, accesi la luce del telefono e lo esaminai attentamente, si trattava sicuramente di sangue.

Il cane iniziò ad abbaiare, mi guardava eccitato mentre saltava e correva,voleva che lo seguissi e così feci.

Era tutto un vibrare di luci lontane e di grilli, l’ erba era alta e impediva di vedere bene la riva, ma poi sul bordo del fiume, in mezzo alle lucciole, una sagoma prendeva forma e man mano che mi avvicinavo, mi accorsi che si trattava di un corpo.

Telefonai a Morandini in Questura, rimasi sul posto ad aspettare le auto dei colleghi, il coroner e la scientifica.

Nel frattempo osservai il corpo, una giovane donna dai capelli biondi molto corti, una ferita sulla tempia destra, c’erano degli ematomi blu molto evidenti sul collo, tipici segni di strangolamento, magra ,alta all’ incirca un metro e settanta, indossava abiti maschili piuttosto stretti. Su una mano c’era un tatuaggio a forma di ragno, un piercing d’acciaio al naso, nessun anello, collana o bracciale, presentava un inizio di rigor mortis.

Presi un fazzoletto dalla tasca per non lasciare o cancellare impronte e la palpai, non c’era il portafogli, niente documenti, probabilmente era stata uccisa e poi derubata, non sapevo darle un’età, ma presto il medico legale, avrebbe saputo darmi le risposte.

X.              X.                X.

Ero arrivato  alla Questura di Cremona da circa una settimana e già dovevo occuparmi di un caso d’omicidio.

La ragazza era stata identificata dalle impronte digitali e poiché era schedata, in poco tempo venimmo a conoscenza di tutti i dati anagrafici:

“Sofia Riccardi, ventitré anni, arrestata per spaccio all’ età di diciassette, una lunga fila di affidamenti presso varie case famiglia della zona. Numerose cartelle redatte da assistenti sociali, dichiaratamente lesbica, in cura da circa due anni presso un centro di psicologia, dove a detta dello psicologo che la seguiva aveva ottenuto ottimi risultati.

Il medico legale aveva concluso che la vittima era stata prima tramortita con un corpo contundente, probabilmente di legno e successivamente strangolata. L’ omicidio risaliva a circa quattro ore prima del ritrovamento, questo significava che il corpo si trovava sulla riva del fiume,tra le sei e le sette di sera.

X.              X.               X.

Alloggiavo in un piccolo  bilocale, vicino ad un passaggio a  livello, dalla finestra un sole brumoso illuminava un labirinto di tetti, orticelli e garage.

Dal mio arrivo in città, non ero ancora riuscito a dormire, tranne qualche sonno breve sul fare dell’ alba,era il mio primo caso e mi sentivo sotto pressione, non avevo esperienza di omicidi, ma non avrei mollato e conoscendomi, alla fine avrei risolto il caso.

Percorsi a piedi il tratto di strada che mi separava dal luogo del delitto, nel silenzio della campagna si sentiva il rombo dei treni sui binari e la luce che planava sui campi, svegliava il profumo dell’ erba falciata di fresco.

L’ afa quasi mi soffocava, desideravo alberi ombrosi e un po’ di aria fresca, poi il cielo cambiò colore, una pioggia arancione, acqua mista a sabbia africana, mi investì all’improvviso, così affrettai il passo e mi trovai su un sentiero strettissimo, fra alberi morti ed arbusti spinosi, dai quali usciva una polifonia di sussurri, sospiri e singhiozzi.

Senza saperlo ero entrato in un mondo segreto di vite alternative, fatte di sesso occasionale, un luogo dove la natura si rigenera e i maschi scelgono la fuga dalla routine quotidiana, per nutrirsi di attimi di piacere, un modus vivendi che non capivo, ma che esisteva.

Intanto le nubi si erano dissolte, un vento leggero come un aliseo aveva portato un po’ di frescura e il cielo era diventato di un indaco purissimo.

Tornai verso casa, il terreno scintillava di cristalli, non avevo risolto nulla, ma la mia mente era piena di domande, idee e supposizioni.

X.                X.                X.

Mille pensieri nutrivano la notte, mi addormentai con un libro in mano, sognando la soluzione del caso al mattino quando le prime luci schiarirono il paesaggio, sapevo esattamente cosa dovevo fare:” scavare nella vita sentimentale della ragazza”.

Dopo una ricca colazione decisi di andare in centro, da qualcosa dovevo pur iniziare.

La piazza centrale era semideserta, notai un gruppetto di uomini fuori da un bar, parlavano di calcio così mi allontanai, un’ anziana tabaccaia dormicchiava su una poltrona dietro al bancone. Entrai in un locale per un caffè, alcune donne di mezz’età parlavano dell’omicidio della ragazza, mi avvicinai e feci loro qualche  domanda, sulle prime mi guardarono con sospetto, ma poi iniziarono a “sciogliersi”. Così appresi che Sofia Riccardi, si era da poco lasciata con una certa Elena, che lavorava in un negozio d’abbigliamento fuori città.

Presi l’ auto di servizio e in venti minuti arrivai davanti al negozio, entrai, c’erano due commesse, Elena era sicuramente quella con i capelli viola e infatti non sbagliai. Le mostrai il distintivo, prese una pausa ed uscimmo, era agitata, ma sincera, la relazione era finita da tre mesi senza grandi clamori.

Ogni tanto si sentivano per telefono ma nulla di più, giorno e ora dell’ omicidio non si era mossa dal negozio, alibi che venne confermato dall’ altra commessa, quindi falsa pista.

Dall’ altra parte della strada un ragazzo su uno scooter mi osservava, veramente sembrava molto interessato alla ragazza più che a me, quando feci per avvicinarmi mise il casco e partì. Annotai mentalmente il numero di targa, che comunicai subito in Questura, le risposte mi arrivarono sul cellulare in cinque minuti, il veicolo apparteneva ad Aldo de Marchi, nientemeno che al fratello della commessa e così mentre la giornata sfumava e la vita scorreva, sentivo di aver inserito un nuovo tassello che mi avrebbe portato verso la soluzione del delitto.

L’ omicidio non era stato premeditato, probabilmente l’assassino aveva agito d’impulso, in un impeto di follia.

Più passavano i giorni, più la notizia perdeva d’importanza, presto nessuno ne avrebbe più parlato.

Il giorno seguente mandai una pattuglia a prelevare il ragazzo, ma si era come volatilizzato, i vicini non lo vedevano da tempo.

Portai Rufus a fare una passeggiata, sotto il cielo blu cobalto l’ acqua del Po era un incendio di luce. 

Poco distante dal luogo dell’ omicidio, nascosto fra gli alberi notai lo scooter del ragazzo, estrassi la pistola e mi avvicinai, seduto sulla riva, Aldo de Marchi piangeva, le lacrime scendevano copiose, il ragazzo sembrava disperato, si accorse della mia presenza ma non si mosse.

Sedetti vicino a lui, lasciai Rufus libero, tanto sarebbe tornato. Parlammo a lungo, mi confessò di essersi innamorato della compagna della sorella, un amore non ricambiato, che poi si era tramutato in profonda amicizia, non l’ avrebbe mai uccisa.

C’erano altre persone che potevano volere la sua morte, uno strozzino di origine albanese a cui doveva dei soldi e poi uno spacciatore ,un certo Vito,che obbligava anche le ragazze a prostituirsi.

Intanto i giorni passavano senza risultati, fino a quando una fedina in oro bianco, con all’ interno la scritta “ Sofia ed Elena, amore per sempre “ comparve presso un compro oro.

Dalle telecamere del negozio, non fu difficile risalire alla persona che l’ aveva venduta.

Quando le volanti sostarono davanti al suo appartamento, per poi arrestarlo, Vito Mancuso, affiliato all’’ndrangheta calabrese, lo trovarono a letto con una nordafricana.

Poche ore di interrogatorio bastarono a farlo crollare, Sofia non aveva rispettato i patti, voleva uscire dal giro, cambiare vita, ma in quell’ambiente una vita vale meno di zero.

I giornali e le TV locali d’un tratto riesumarono la notizia, il giovane ispettore Fabrizio Martelli, l’ astro nascente della Questura cremonese, aveva risolto brillantemente il caso, ma ben presto tutti si sarebbero dimenticati della sua esistenza.

Quando non hai grandi aspettative, impari ad apprezzare della vita anche quel poco che ti da e così feci.

Presi il cane e tornai dove tutto era iniziato, il sole declinava sopra il ponte e le ombre allungandosi, evocavano presenze niente affatto immaginarie.

L’ acqua del Po sembrava diventata viola, rimasi seduto su una panchina per un tempo indefinito.

Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal ventaglio di luce dei fari in lontananza, poi uscì dall’orizzonte una luna rossa e piena, ed infine la notte si riempì di stelle come fiaccole ardenti.

Un alito di vento mi sussurrava qualcosa di intimo e profondo, ormai non mi restava che ascoltare quel dialogo, fino a quando ogni luce si spense nella gola del fiume, esalando l’ ultimo respiro.

Ottobre 2025

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