giovanna lombardo

La coda

NUMERO 36 | OTT 2025

C’era una volta, e c’è ancora, una casina in riva al mare, sulla scogliera bassa in una piccola baia nascosta, al riparo da mareggiate e tempeste. Dicono che ci abiti una strega, vecchia come il mondo, bellissima e terribile, capace di farti impazzire o salvarti, solo col potere del suo canto.

Da lei dovevo recarmi, per trovare risposta alle domande che mi tormentavano. Le mie sorelle, preoccupate e amorevoli, mi hanno accompagnata per un pezzo, mostrandomi i loro giardini lungo la strada, lussureggianti, ricchi di vita e meraviglie:  io pensavo al mio, che si stava spegnendo nel languore, tutto malato intorno a quel simulacro d’uomo, unica cosa al mondo che mi importasse e per cui ero disposta a sacrificare persino me stessa, se necessario. «Vai dalla strega», mi hanno detto le mie sorelle, «lei saprà consigliarti». Giunte in vista della scogliera mi hanno salutata con mille raccomandazioni, da lì in poi avrei proseguito da sola.

Non è stato facile trascinarmi sulla dura pietra a forza di braccia, e poi bussare alla sua porta: per la fatica, e per la paura. Ha aperto dopo diversi colpi e richiami: «Ascoltami, per favore, sai perché sono qui, ho bisogno del tuo aiuto, abbi pietà». 

La prima cosa che ho visto di lei sono stati i piedi, fasciati da parecchi strati di cotone candido; poi le mani, poggiate sui fianchi esili; il viso, che in seguito ho provato a disegnare tante volte nella memoria, senza riuscirci, forse perché inghiottito dal pozzo nero e profondissimo dei suoi occhi; e la magnifica chioma, intrecciata di tentacoli di polpo violacei e lucenti. Mi ha guardata per un attimo, ha fatto presto a riconoscermi; non potendo invitarmi a entrare, è andata a prendere una seggiola impagliata e si è seduta lì sull’uscio, vicino a me. E ha iniziato a raccontare.

«Certo che so perché sei qui». Le parole rotolavano fuori dalla sua bocca come soffi d’aria, un fruscìo di brezza marina tra foglie di palma. La sua voce leggendaria era questo, solo un sussurro di salsedine, ma tanto bastava. «Ti serve la mia storia, per decidere quale sarà la tua. E sia. Molte cose le sai già: come te, amavo un uomo; come te, mi recai dalla strega perché mi aiutasse a farmi amare; come te, avrei dato tutto. Lei disse che dovevo rinunciare alla coda per avere le gambe: ‘A ogni passo che farai, sarà come se camminassi su un coltello appuntito, e il tuo sangue scorrerà’, disse; io pensai ‘Preferirei di no’, ma risposi di sì. Poi disse che non avrei più potuto vedere le mie sorelle, né scendere nelle profondità del mare; per la seconda volta pensai ‘Preferirei di no’, ma risposi di sì. Come ricompensa per sé volle la mia voce; ‘Preferirei di no’, stavo per dire, e invece dissi sì. Tutto noto, tutto già raccontato: lui che sembra ricambiare il mio amore, lui che mi ripudia per un’altra, io che mi dissolvo nella schiuma del mare. Ma quelle sono fiabe per bambini, la verità sta qui, davanti ai tuoi occhi. ‘Se i polpi volessero afferrarti, mentre passi di nuovo attraverso il mio bosco’, mi aveva raccomandato la strega prima di congedarmi, ‘getta una goccia di questa bevanda su di loro e le loro braccia e dita si romperanno in mille pezzi’. E invece furono proprio loro a salvarmi, i polpi».

Fece una pausa, per rimettere a posto le estremità più sottili dei tentacoli che aveva in testa: le accarezzavano la fronte, scivolavano sulle clavicole, poi tornavano a intrecciarsi in tante piccole volute.

«I polpi. Non mi attaccarono, no. Mi guardavano passare, trafitta e terrorizzata, e si allontanavano da me, spaventati non dal veleno, ma da ciò che ero diventata, mostruoso ibrido, estranea al mio mondo e a me stessa. ‘Preferirei di no!’, volli gridare allora, ma venne fuori solo un soffio di bolle salate. Da allora, questa è la mia salvezza: respirare il mare, qui a riva, e poter narrare la mia storia a chi ha coraggio per ascoltarla». 

Siamo rimaste in silenzio per un po’, lo sguardo all’orizzonte, a goderci un crepuscolo calmo e fresco. Io avevo ancora tante domande, ogni tre onde un sospiro, ogni tre scaglie un «no». L’ho detto a voce alta, anche, ma lei non era già più lì ad ascoltarmi, sulla soglia solo una seggiola vuota e qualche guscio di ostrica.

Sono scivolata in acqua puntellandomi sulle braccia. Con pochi colpi di coda, ero già in mare aperto, sulla via di casa.

* In corsivo i passi tratti dalla fiaba di Andersen.

Ottobre 2025

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