Mario Greco

Al cospetto della commissione celeste

NUMERO 37 | NOV 2025

Appena arrivato lì, gli chiesero di parlare della sua vita, di mettere tutto su carta. Poche righe, semplici e concise.

«Non sono uno scrittore» disse lui. «A mala pena riesco a tenere la penna in mano.»

«Non fa niente» risposero loro. «Scrivi quello che puoi.»

Non riusciva a vedere nemmeno il loro viso, stavano in un luogo buio, dietro a una specie di separé.

Non era certamente l’inferno, quello, e tantomeno poteva essere il paradiso. Forse era il purgatorio, chissà, o l’anticamera di qualcos’altro, una zona di sosta, di smistamento, il limbo. Non faceva né caldo né freddo. Una temperatura mite, primaverile.

Altre persone stavano intorno a lui, sedute a dei tavoli, con una penna tra i denti e un foglio bianco davanti. Sembrava una prova di esami.

«Vorremmo capire il motivo del vostro gesto» disse una voce da dietro il separé. «Ciò che vi ha spinto a ribellarvi contro le leggi della natura.»

«Quali leggi?» chiese lui. «Di quali legge state parlando?»

Non rispose nessuno. Poi un tipo occhialuto, seduto vicino a lui, gli sussurrò: «Suicidio. Credo che intendano questo».

«Ho capito» disse lui. «Grazie.»

«E di che?» fece quel tipo. Sorrise, aveva un bel sorriso. Gli occhi luccicanti dietro quelle lenti spesse.

Qualcuno stava scrivendo. Iniziò anche lui. Prima lo faceva, meglio era. Quello che sarebbe successo dopo non lo sapeva. «La morte è come la vita» pensò. «Tutta piena di sorprese.»

Iniziò a scrivere:

Nacqui tra i bombardamenti, tra le macerie. Mia madre morì nel mettermi al mondo, mio padre fu trucidato al fronte. I miei primi quindici anni li trascorsi in un orfanotrofio. Un luogo lugubre e freddo, dove subii sevizie e violenze inenarrabili. Poi, un bel giorno, fuggii. Fui accolto in un circo. Imparai a fare il contorsionista e m’innamorai di Sandra, la donna cannone. M’innamorai di lei all’istante. Sandra pesava duecento chili, io poco meno di cinquanta. Ci amavamo alla follia. Lei mi teneva in braccio come un bambino e mi cullava dolcemente. Restò incinta per tre volte e per tre volte partorì delle povere creature morte. Poi morì anche lei. Fu allora che abbandonai il circo e mi diedi alla delinquenza. Una banda di criminali mi usò per le rapine in banca. Io mi infilavo in piccoli buchi, in cunicoli sotterranei in cui appena un ratto riusciva ad entrare. Ci andò bene per cinque rapine, poi ci presero e il gioco finì lì, almeno per me. Restai in carcere per tre anni e poi uscii per buona condotta. Mi ritrovai in mezzo alla strada, solo, senza un posto dove andare. Per i primi giorni dormii sui marciapiedi, come tutti i clochard. Riuscivo ad infilarmi in uno scatolo grande come la cuccia di un bassotto. Il mio passato da contorsionista mi aiutava. Ma era inverno, allora, e la notte si gelava. Nei giorni successivi cercai un po’ di conforto nella stazione, ma lì vigeva una dura legge territoriale, una brutale lotta tra derelitti. Nel periodo natalizio, vidi molti artisti di strada che si esibivano nelle piazze affollate della città. Cantanti, pittori, musicisti, giocolieri. Be’, mi dissi, che aspetti? E così iniziai a proporre i miei spettacoli. Ero ancora capace di mettere la testa tra le gambe e rotolare a terra come una palla. Avevo un mio pubblico, specialmente di bambini. Di giorno mangiavo alla mensa della Caritas e la notte andavo a riposare in un dormitorio pubblico. Avevo tanta voglia di vedere qualche donna che somigliasse, se pur lontanamente, alla mia Sandra, ma nessuna di quelle che vedevo per strada le somigliava. Erano grasse, ma portavano il loro peso come una zavorra, sembravano scontente del loro corpo, disgustate e infelici. Poi ci fu la storia di quel bambino caduto in un pozzo, non so se vi ricordate. Be’, cercavano volontari e così mi proposi. Mi lasciai calare giù nel pozzo e riuscii ad afferrare la mano del bambino, ma mi sfuggì, ci ritentai e mi sfuggì di nuovo. Tante speranze erano riposte in me, e io ne sentivo tutto il peso addosso. Fu una delusione totale. Quando fui tirato fuori da quel pozzo, vidi la gente che piangeva. Da quel momento, persi del tutto la voglia di vivere. Ritornai tra i clochard, conquistai un mio posto tra i derelitti. Un altro inverno. Poi venne la primavera. Aspettai il giorno più bello. Il cielo limpido, senza nuvole. M’infilai in un treno. Erano anni che non superavo i confini della città, che non vedevo i prati, i campi con le mucche al pascolo. Alla stazione successiva, scesi dal treno e m’incamminai lungo i binari. Percorsi qualche chilometro e poi mi lasciai cadere giù. Il treno che stava per travolgermi era rosso e luccicava sotto il sole. Lo guardai per qualche secondo e poi chiusi gli occhi. Mentre morivo, risentii i boati delle bombe che avevano accompagnato la mia nascita, i battiti del cuore di mia madre. Tump…tump…tump…tump…

Rilesse tutto, e poi alzò la mano per segnalare che aveva finito. Restò con la mano alzata per un po’, prima che qualcuno da dietro il separé gli dicesse: «Può andare.»

«Dove?» chiese lui. «Dove?»

Novembre 2025

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