Elisabetta Macrì
Recensione di
"I quaranta giorni del Mussa Dagh"
(F. Werfel)
NUMERO 37 | NOV 2025
Pubblicato nel 1933, proprio mentre Hitler consolidava il suo potere, I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel è molto più di un semplice romanzo storico: è un grido di dolore, un pugno nello stomaco, un monito che continua a risuonare con forza anche oggi.
La genesi dell’opera risale al 1929, quando Werfel, scrittore ebreo originario di Praga, durante un viaggio a Damasco, si imbatte in un gruppo di bambini armeni sfruttati in una fabbrica di tappeti. Quei bambini erano sopravvissuti al genocidio avvenuto pochi anni prima. La visione sconvolge lo scrittore ceco e lo spinge a raccontare la tragedia del popolo armeno. Il risultato è un’epopea potente e struggente, capace di unire la bellezza della narrazione alla crudezza della verità storica.
Siamo nell’estate del 1915. Mentre l’Europa è dilaniata dalla Prima Guerra Mondiale, il governo dei Giovani Turchi avvia la deportazione e lo sterminio sistematico degli armeni, ma cinquemila abitanti di sette villaggi ai piedi del Mussa Dagh, la “Montagna di Mosè”, decidono di resistere. Si rifugiano sulla cima e, guidati da Gabriele Bagradiàn — un intellettuale “europeizzato” tornato da Parigi per motivi familiari — oppongono una strenua resistenza per quaranta giorni contro un esercito deciso ad annientarli.
Werfel non costruisce una narrazione centrata su un solo eroe. Al contrario, dà vita a un affresco corale in cui pastori, sacerdoti, donne e bambini emergono con una ricchezza di sfumature e intrecci. Sulla montagna non ci sono solo eroi: ci sono esseri umani che amano, tradiscono, temono, litigano — come in ogni comunità sottoposta a una pressione estrema.
Uno dei momenti più intensi del romanzo è l’incontro tra il missionario tedesco Johannes Lepsius, che tenta disperatamente di fermare il massacro, e Enver Pascià, ministro della guerra turco e principale artefice del genocidio. In questo dialogo, Werfel anticipa la riflessione di Hannah Arendt sulla “banalità del male”. Enver è glaciale, burocratico, e quando Lepsius propone aiuti umanitari, risponde con una frase che è emblema della perversione totalitaria:
«No, mio signor Lepsius, questo è impossibile. Io non posso permettere che degli stranieri benefichino questa gente. Gli armeni devono vedere soltanto in noi i loro benefattori.»
Anche la storia della ricezione del romanzo testimonia la sua forza. I nazisti lo vietarono subito, bruciandone le copie nei roghi del 1934: troppo pericoloso, troppo esplicito nel denunciare uno sterminio su base razziale, una “prova generale” di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Eppure, mentre in Germania veniva censurato, altrove diventava simbolo di speranza: nel ghetto di Varsavia fu tra i libri più letti, un manuale di resistenza che mostrava come un piccolo popolo potesse scegliere di non morire senza combattere.
I quaranta giorni del Mussa Dagh è un romanzo impegnativo: oltre 900 pagine di storia dura, dolorosa, spesso straziante, ma è anche incredibilmente avvincente, scritto con un ritmo che cattura. Werfel non si limita a raccontare: analizza con lucidità i meccanismi del male, offrendo una riflessione che resta attuale. Non è una lettura facile, dunque, ma è una lettura necessaria. È un romanzo che brucia ancora, che inquieta, che non si può dimenticare. In un’epoca in cui la memoria si fa fragile e il negazionismo trova nuovi spazi, Werfel ci ricorda che le storie contano e che dimenticare non è mai un’opzione.
Novembre 2025
