Elisa Sarnataro
La scomparsa
NUMERO 38 | DIC 2025
Gabriele aveva conosciuto Eleonora durante una festa di carnevale. Il party prevedeva un dresscode obbligatorio, con travestimento a tema animalier. La prima volta che la vide, il volto di lei era nascosto da una mascherina con vaporose piume di pavone, che mettevano in risalto le sfumature color smeraldo dei suoi occhi luminosi.
Gabriele si era innamorato subito di quegli occhi. L’abito di Eleonora quella sera lasciava intravedere delle provocanti linee libidinose: il vestitino luccicante di paillettes le fasciava i seni sodi. Gabriele l’aveva osservata per tutta la sera con ossequia devozione.
Si fece coraggio. Riuscì a presentarsi a Eleonora tramite alcuni amici in comune. Si avvicinò e le porse la mano. Lei apparve sorpresa, forse per l’impulsiva risolutezza o forse per la curiosità di capire chi si celasse dietro la maschera da leopardo. Nel giro di qualche minuto, dopo aver preso da bere ed essersi scambiati i contatti sui social, lei gli propose di ballare insieme. Prendendo Gabriele per un braccio, lo trascinò nella calca del locale: uno swing movimentato risuonava forte dalle casse, i due si lasciarono andare al ritmo travolgente e saltellante. Lei si scatenò. Si muoveva in modo sensuale, ballava accanto a lui per farsi desiderare. I corpi dei due ragazzi si strusciavano ritmati, in un corteggiamento smanioso.
Gabriele era in puro delirio. Rimase colpito dall’audacia con cui lei lo attirava a sé. Voleva conquistarla, voleva farla sua. Si avvicinavano e allontanavano al ritmo martellante della musica, sfiorandosi con le dita, mostrando reciprocamente il desiderio di lascivia. Quella figura divina lo aveva ammaliato. In quegli istanti frenetici Gabriele si era estraniato dalla festa: si ritrovava in una bolla, come in una sorta di ascetico isolamento del quale solo lei faceva parte.
Si voltò all’improvviso, facendo una piroetta su sé stesso, con l’intenzione di riprenderle la mano alla fine della giravolta. Voleva trascinarla di nuovo verso il suo fianco, ma Eleonora era sparita. Non la trovò più. Gabriele gettò, incredulo, sguardi rapidi tra le persone. Si era dileguata nella calca, era stata assorbita dalla folla che ballava esaltata. Scomparsa. Dissipata tra la gente.
Lei era bella. Splendida come il sole durante una giornata primaverile. I capelli colore dell’oro fluivano sinuosi al vento lasciando, dietro la sua figura, un alone di fascino. Il naso perfetto donava al viso una dolce simmetria. Poi c’erano quegli occhi verdi, i suoi occhi di gemma che lo mandavano in estasi. Scorreva le sue foto dallo smartphone: la carrellata dei post di Eleonora mostrava quanto fosse adorabile. Erano passati tre giorni dalla festa goliardica e Gabriele non l’aveva più vista né sentita. L’unica cosa che gli rimaneva era quella pagina on-line con le sue foto e i suoi video, che conosceva ormai a memoria per quante volte li aveva visti e rivisti. Eleonora gli era entrata nel cervello, sotto la pelle, aveva percorso le vene fino ad arrivare all’interno del suo cuore. In ogni momento della giornata Gabriele pensava a quel ballo, al suo corpo, alla sua graziosa voce decisa. Erano tre giorni che non pensava ad altro. Tornava tutte le sere dal lavoro e, buttandosi al letto, si portava le mani alle tempie come a placare quel costante pensiero di lei. Eleonora si era insinuata dentro di lui, strisciando attraverso i neuroni, impadronendosi dei suoi organi vitali. Lo aveva fatto suo come una vipera che, in modo furtivo, si introduce in un ginepraio di rovi per poi mordere all’improvviso la preda. Aveva rilasciato un veleno che lo aveva legato a sé, sedotto, rapito e incatenato. Il fatto poi che fosse sparita all’improvviso, destava in lui ancora più ardore nel rivederla. L’assenza della sua figura, del suo corpo, della sua concretezza, lo stava facendo impazzire. Decise di scriverle un semplice ciao, come stai? sulla chat privata del social network.
Lei rispose dopo pochi minuti inquieti. Ciao Gabri! Benone, tu? L’altra sera poi ci siamo persi di vista!
Gabriele sorvolò sul fatto che lei fosse letteralmente scomparsa e senza pensarci troppo la invitò a uscire Io abbastanza bene! Sì, c’era troppa gente l’altra sera, un caos. Hai voglia di andare a bere qualcosa insieme? Anche questo sabato.
Perché no? Rispose lei. Dove mi porti? Scrisse dopo qualche secondo, accompagnando la domanda da una faccina sorridente.
A Gabriele non sembrava vero. Era stato così facile l’approccio con Eleonora che gli pareva del tutto surreale. Di solito, quando era interessato a una ragazza, il corteggiamento avveniva sempre in modo accorto, per non peccare di invadenza. Con lei invece era diverso. Ti va di andare all’Iris? Fanno uno spritz da dio.
Passi a prendermi per le venti? scrisse Eleonora con molta intraprendenza, facendo seguire al messaggio il suo indirizzo e il numero di cellulare. Gabriele notò di nuovo il suo fare spigliato. Lo adorava.
Trascorsero un’incantevole serata. Tutto era perfetto. Sotto la mantellina di lana, Eleonora indossava un tubino nero che metteva in risalto tutte le sue curve. Gabriele rimase sbalordito quando la vide. Nonostante avesse idealizzato quel momento durante i giorni che precedevano l’incontro, dal vivo era ancora più affascinante di come se la era immaginata. Le cosce velate dalle sottili calze opache e i tacchi a décolleté le conferivano eleganza e signorilità. Era aggraziata e non volgare.
Risero molto. Parlarono di lavoro, di università e di relazioni passate, mentre sorseggiavano un cocktail dietro l’altro. Eleonora era molto affabile, era una donna autoironica e decisa. Quando rideva, lei faceva in modo di sporgersi verso di lui: avvicinava il suo busto verso il centro del tavolo, confluendo verso lo spazio del suo interlocutore per poi ritrarsi nella sua sedia. Era un continuo gioco di spazi e distanze, una competizione tra i corpi. I movimenti delicati e armoniosi facevano capire a Gabriele che tra di loro c’era intesa. Lui si lasciò trasportare dalla vicinanza corporea finché non si ritrovarono faccia a faccia. A quel punto, tra i due volti c’era uno spazio di pochi centimetri. Il loro sorriso tramutò in un istante di serietà: si guardarono fissi negli occhi per qualche secondo. Lo sguardo color bosco di Eleonora aveva ipnotizzato Gabriele, che si era perso in quella radura erbosa delle sue iridi, circondato dalla passione per lei. Non riusciva più a compiere azioni razionali. Immobile, statuario, devoto a quella vaporosa chioma bionda, Gabriele restava inerme e indifeso di fronte a quella donna che tanto aveva desiderato. Non sapeva più cosa dire né cosa pensare, si sentiva del tutto impotente ed ebete, come se quegli occhi stessero trafugando la sua anima nel profondo. Poi Eleonora lo baciò e quella manciata di secondi parvero un’eternità. Le due lingue che si toccavano sembravano danzare in un moto perpetuo; la mano di Eleonora teneva ben salda la nuca di lui, come a non volerlo lasciare andare, come se volesse trattenerlo ancora un po’ in quel gioco mentale ed erotico.
Poi lei si scostò. Fece un sorriso pudico e toccò con l’indice le labbra di Gabriele.
«Gabri, vado un attimo in bagno» gli disse, interrompendo bruscamente quell’attimo di magico desiderio. Gabriele si risvegliò da quel dolce tepore.
«Ti aspetto qui» le disse ricomponendosi. Si sentiva intontito, confuso e strafatto, come se dovesse riprendersi da una sbronza. La vide alzarsi dalla sedia per dirigersi verso la toilette.
Gabriele non capiva bene se stava sognando, se erano stati i diversi cocktail a farlo sentire così, o se era caduto nell’incantesimo teso da Eleonora. Una maga ammaliatrice che lo aveva imbambolato, una strega seducente che ormai lo aveva in pugno. Mentre giocherellava con la cannuccia all’interno del bicchiere, si sentiva incredulo ed eccitato. Pensando alle giuste parole da dirle, fissava pensieroso i cubetti di ghiaccio in liquefazione nel tumbler. Non voleva correre con lei, non voleva accelerare i tempi, ma l’ardore nei suoi confronti era così intenso che la desiderava ancora e ancora. Si sentiva inebetito di fronte a quei sentimenti: sapeva che era fuori da ogni logica, sapeva che era presto per dirlo, ma era profondamente innamorato. Sapeva che era lei la donna della sua vita.
Passarono diversi minuti, ma Eleonora non tornava dal bagno. Più Gabriele pazientava il suo ritorno, più si instillavano nella sua mente una paranoia dopo l’altra. E se si fosse sentita poco bene? E se fosse svenuta? Si alzò e si diresse verso l’unica toilette del locale. Era inquieto e preoccupato. Magari non era niente, ma voleva accertarsi che fosse tutto ok.
Bussò alla porta, ma non rispose nessuno. Aspettò lì fuori alcuni minuti, mentre controllava con impazienza l’orologio. Bussò di nuovo. Nessuna risposta. Si decise a entrare, convinto di trovare Eleonora colta da un malore, accasciata a terra. Aprì con convinzione la porta, tenendo saldo tra le mani lo smartphone, nel caso in cui avesse dovuto chiamare un’ambulanza.
Non c’era nessuno. Il bagno era vuoto. Di Eleonora neanche l’ombra.
Perdonami Gabri. Sono dovuta scappare per un inatteso imprevisto. Recitava così un messaggio di Eleonora, un quarto d’ora dopo essere sparita nel nulla. Recuperiamo presto. Ti chiamo io. Un altro messaggio. Una frase netta, una cesura che non richiedeva risposta. Gabriele non sapeva cosa pensare. Aveva commesso qualche errore? Aveva forse detto qualcosa di sbagliato? In quello stato confusionale prese la giacca e se ne andò dal locale.
Iniziò a vagare per la città come un’anima in pena. Era la seconda volta che lei spariva nel mistero, era la seconda volta che lo lasciava lì, proprio sul più bello. Forse Gabriele non era un uomo abbastanza interessante per lei. Era arrivato persino a credere che lei avesse percepito l’irrefrenabile passione che lui covava dentro. Magari si era spaventata. Forse aveva notato il suo innamoramento, forse aveva capito che Gabriele stava provando sentimenti forti e importanti. Perché dileguarsi in quel modo? Perché lasciarlo lì, dopo quel bacio appassionato?
Gabriele non si dava pace. Peregrinava per i vicoli della città, senza mèta, per far fluire quei dubbi. Si arrovellava, si scervellava per capire cosa potesse essere accaduto. Voleva una risposta a tutte quelle sue domande. Ma lei era scappata in punta di piedi, senza farsi notare, e questa cosa lo aveva fatto uscire di testa. Passeggiava lungo l’affollato corso principale della città, fissando ogni ragazza bionda che incrociava. Doveva appurarsi che non fosse Eleonora. Forse era già impegnata? Aveva già un fidanzato? Gabriele sentiva la necessità di rassicurarsi: era stato abbandonato per un altro uomo? Voleva delle spiegazioni, voleva capire il perché. Quel sentimento di inquietudine iniziò a trasformarsi in furore morboso, in una passione instabile che lo aveva fatto impazzire. Poi ripensava a quel bacio, a quel tocco morbido delle sue labbra, a quella mano delicata che avvolgeva la sua testa. Ripensava al suo stato inerme e catatonico, a come l’aveva fatto sentire. Era un innamoramento passeggero? Era banale coinvolgimento emotivo? No, sicuramente no. Non era una semplice cotta. Era puro ardore, era spasmodica passione, era l’intenzione di sciogliersi, di liquefarsi tra le braccia di lei per diventare un tutt’uno con quel corpo. Era un sentimento così intenso che lo stava rendendo un folle, un pazzo. Gabriele si trascinava lungo le strade, esausto; quelle devastanti sensazioni lo avevano reso livido in volto, sconvolto, agitato. Era abbastanza turbato. Il suo aspetto esteriore rifletteva con accuratezza la sua travolgente rivoluzione interiore. Non sapeva se risponderle, non sapeva cosa scriverle. Era infervorato con sé stesso, per essersela lasciata scappare di nuovo. Si dava del cretino, del buono a nulla. E più era irrequieto, più camminava spedito, con le mani in tasca, tormentato dai pensieri assillanti. Dopo varie centinaia di metri si rese conto che era sudato e paonazzo. Arrivò alla macchina: decise di tornare a casa. Prima di partire inviò a Eleonora un messaggio è la seconda volta che scappi da me, ho bisogno di rivederti.
Gabriele trascorse giorni tormentati. Non aveva più ricevuto risposta da quel messaggio. Aveva provato a chiamarla, ma partiva sempre la segreteria telefonica. Pensava sempre a lei, inesorabilmente a lei, spasmodicamente. Si era rinchiuso in casa, lontano da tutti. Non rispondeva più al telefono, voleva lasciarlo libero nel caso in cui Eleonora si fosse fatta viva. Aveva preso anche qualche giorno di pausa dal lavoro. Non riusciva a concentrarsi. Non riusciva più a fare niente. Non pensava che a lei.
Il pensiero di quegli occhi d’erba rigogliosa non lo faceva dormire, si girava e rigirava nel letto, tutte le notti, insonne. Aveva bisogno di spiegazioni perché era impazzito, era fuori di sé. Era passata una settimana esatta da quel bacio, ed era una settimana esatta che Eleonora era sparita: quell’attimo dolce e amaro che aveva rivissuto tante volte, nella sua testa, scavando nel ricordo. Più passavano i giorni e più quei momenti sbiadivano, non erano più nitidi, e Gabriele aveva il timore di perderli per sempre. Perdere quella sensazione di arrendevolezza, tra le braccia di quella bionda che gli aveva rubato l’anima. Per questo ne voleva ancora, aveva ancora bisogno di lei, di rivederla, di avere risposte e di abbandonarsi nuovamente ai suoi voleri. La figura di Eleonora, in quei giorni, aveva acquisito sacralità. Agli occhi di Gabriele era ormai un’effigie mistica verso la quale presentare ossequio. Eleonora era diventata una madonna da pregare, una divinità del focolare. La dea personale di Gabriele, verso la quale compiere offerte, preghiere e se fosse stato necessario persino sacrifici.
Passavano i giorni. Più Eleonora cadeva nell’oblio, più Gabriele si chiudeva in sé stesso. Avrebbe voluto raggiungerla per poterle parlare del suo amore. Aveva giurato che non appena si fosse fatta viva, lui le avrebbe detto tutto. Voleva essere con lei sincero e leale, voleva mostrarle i suoi buoni sentimenti, la sua tenerezza, l’amore e la venerazione. Gabriele si raggomitolava in un angolo, con i suoi pensieri e le sue domande, in attesa di una chiamata. Aspettando lei, si accartocciava su sé stesso cingendo con forza le ginocchia, schiacciandosele verso il petto. Voleva farsi minuto ed esile. E più pensava al momento in cui l’avrebbe vista di nuovo, più si faceva piccolo, si avvolgeva compatto, si restringeva in un remoto anfratto della casa per tentare di raggiungere quell’assenza che tanto dilaniava il suo cuore.
Era ormai trascorso un mese e Gabriele non aveva ancora fatto rientro al lavoro. Nessuno lo aveva più visto né sentito. Erano giorni che non rispondeva al telefono.
Il suo smartphone squillava in modo insistente.
Nessuna risposta.
Una nuova chiamata.
Silenzio.
Quel telefono suonò ancora e ancora.
Tutto taceva sommesso. La grande porta blindata del suo appartamento era socchiusa: nessuno dei condomini se ne era accorto, ma bastava una spinta per aprirla. La pila di piatti sporchi da lavare emanava un odore nauseabondo. Tutte le stanze erano taciturne, il divano era vuoto, non c’era nessuno sopra o sotto il letto, nello studio o nella vasca da bagno. Il cellulare di tanto in tanto si illuminava vibrando, sul tavolo della cucina. A parte il gran disordine, di Gabriele neanche l’ombra.
In un angolo del soggiorno si intravedeva un mucchio di indumenti sudici. Un paio di mutande e dei calzettoni bianchi si distinguevano sotto una canottiera macchiata da chiazze oleose. Erano ammucchiati, tutti l’uno sopra l’altro. In cima alla pila di panni c’erano gli occhiali da vista di Gabriele. Il suo corpo era sparito, volatilizzato. Si era dileguato, disgregato nell’aria. La figura di Gabriele si era dissipata all’interno di quell’appartamento, sotto quella biancheria intima: era riuscito a farsi così piccolo, minuscolo e impercettibile tanto da svanire nel nulla. Quegli oggetti erano lì inermi a mettere in scena la sparizione, a rappresentare la folle dissoluzione di un uomo. Si era appropriato di quell’inconsistenza fisica della donna che amava follemente, così tanto da mutare anche lui lo stato della sua materia. Il suo corpo si era sublimato, non potendo più sostenere quella tormentata fisicità. L’inconsistenza era ciò che voleva raggiungere, per poter stare con Eleonora, in quell’assoluta astrattezza, in quel mondo fatto ormai di mancanza corporea, di pura inesistenza.
Gabriele era scomparso, seguendo la sorte della sua innamorata.
E di lui non rimaneva altro che assordante assenza.
Dicembre 2025
