Giampiero Pancini

Quella cosa

NUMERO 38 | DIC 2025

6
Avrei potuto chiederne la ragione,

se ce n’è una o di più, ma sottraendosi a qualunque domanda si è alzato, ha attraversato la strada e si è nascosto tra la gente normale, scansandola con perizia. Può una schiena amata camuffarsi con la maglia del ragazzo che andrà a impigliare pantaloni e serata su qualche sedia estranea? Posso scambiarla con quella di un imbianchino che torna a casa schizzato di gocce di parete? Prima che scompaia, finché è ancora un po’ mio, sotto la camicia distinguo le pieghe dai muscoli. Nelle orecchie resta la voce, dice: «E quindi, ciao. Ci vediamo», col sollievo di chi mai più t’incontrerà. La ferocia è una sua caratteristica, radicata, naturale, un tic nervoso, quasi un nodo nel DNA. Io invece il mio nodo la sciolgo, così che mi amino tutti, e lo lavo perché non mandi odore di sporco. E tutte le mie caratteristiche si fermano qui.

Rovino di lato, il corpo trascinato giù per gravità, cadrei sul marciapiede. Mi aggrappo all’equilibrio e al tavolino, i bicchieri vuoti tintinnano, la brezza calda e il pudore ricordano che devo stare eretto fino a che tutti quanti se ne saranno andati, quando chiudono e rinfresca. Mi restano ore di attesa seduto: lavoro di glutei, dorsali, addominali e trapezi; le braccia impegnate nel bere eseguono movimenti elementari di bicipite e deltoide, ripetibili all’infinito.

Dopo ore non lo vedo più nella folla che pare un bosco, non ne uscirà dicendo che anche quest’inverno andremo a sciare. Mi alzerò quando nessuno mi vedrà barcollare e potrò inciampare, libero dall’imbarazzo. Liberato da lui.

5
«Non riesci a dimenticare quella cosa tra noi»

«Non è stata una cosa» dico, «è stato… no, forse è una cosa: la cosa che mi ha legato a te». Vibra il telefono, lo fermo: la chiamata interrompe il filo logico che lui non vuole seguire. Esala fumo di sigaretta certo che nessuno protesterà. In vacanza è infastidito da me. Il bar deserto si riempirà di sciatori stancati dalle risalite, pronti a concludere il giorno nell’odore dell’alcol e in qualche tartina. Le spagnolette salate sanno di dita di qualcun altro che ara più in basso per tirar fuori solo semi interi. Spegne la sigaretta con la grazia di chi è osservato: è così che conduce la vita, ponendosi al centro, dove chiunque lo possa vedere. Io vorrei riportarlo indietro alla cosa, lì dove è cominciato, era notte, ricordi?, e magari correggerla, ma lui rovescia la testa. In questa tensione priva di slanci la nostra storia potrebbe durare in eterno.

«Vuoi cenare dopo tutte quelle schifezze?».

«Ho ancora fame» rispondo e percepisco il fastidio che prova per il mio corpo pieno di difetti, sembra mandato qui a ricordarmeli; tendo a ingrassare anche se, adulto, posso ancora infilarmi nei pantaloni di ragazzo, lui si concede la rilassatezza di un paio di taglie in più. È stato cresciuto ascoltando la voce di una dea e come lei patisce l’imperfezione che lo circonda, vorrebbe ridisegnare il mondo in qualcosa di fidato da cui agguantare a occhi chiusi senza dover scegliere: l’attenzione e il disprezzo gli costano fatica. È un gioco ordinario nel quale è giudice e giudizio. E allora sali sulla giostra, ragazzo! Resta in sella, arriva fino in fondo al giro, gli uomini son fatti per lottare! E quelli veri possiedono gli sconfitti.

Mentre paga rifiuto un’altra chiamata di mia madre: non si piacciono e vorrei che me lo nascondessero. Poi torna, mi guarda e lo so che ricorda che la prima volta, quella volta della cosa, ero sporco. Fa un ghigno.

4
«So cos’è meglio per te»

Un giorno d’autunno ha sorriso, poi ha minacciato, infine rassicurato. Ha esibito tutte le sue identità in ordine militare, tutte loro sanno che iscriversi alla biblioteca non è necessario: «Di romanzi ne puoi prendere quanti ne vuoi tra quelli di mamma, sono nella casa in campagna – dice –, era un terreno malsano un tempo, sai? Che cosa vai a toccare quelle pagine pubbliche e sporche? E le attese? Intollerabili». Non è pratico della cura e mi stupisce lo sforzo per aggiustare le mie intenzioni: gli sarebbe bastato ordinare.

«Inizi le cose e non ne capisci mai le conseguenze» ha detto dopo essere uscito da me e tornato dal bagno. È ossessionato dalla pulizia, nulla lo disgusta come i fluidi corporei. Poi sul letto ha accettato che accoccolassi la testa sul suo petto, mentre la stanza, la mia stanza, la riempiva di sigaretta e della voce della Callas che aspetta un fil di fumo. Mi passa un dito tra i lievi dossi degli addominali, ascolto il click delle labbra sul filtro della sigaretta e la voce paziente con cui critica me; è solo colpa mia che finisco per cedere? O è la grandezza che lo distacca dalla folla nella quale, giù in basso, mi ha notato? «Una dea» dice, seguendo il canto con un dito.

Non mi ha chiesto di fare l’amore, con mimico preavviso è entrato senza domandare, come fa sempre. Quando mi assale resto fermo, non è richiesto che partecipi, anzi mi preferisce immobile. Lui fa, si prende il tempo, da agio al corpo, usa me amando la stravaganza del mio mutismo.

Ma lo amo. E rimango quando mi avvelena di parole. Anche ora, umiliato, e incerto di amare tutto di lui, resto. Si passa le dita tra i capelli corvini, le labbra e gli occhi socchiusi nella serenità del saggio. Tornerà a dormire a casa sua stasera, lo dice mentre ha già raccolto i calzini. Ci sono ancora le finestre aperte.

3
Ha detto che arrivava, che aspetti, arriverà!

Arriverà e berremo una cosa insieme, mi presenterà l’artista, e se trovo qualcosa d’intelligente da dire potrebbe esserne colpito. Non mi piace l’arte, non ne capisco un cazzo, adoro le foto delle spiagge e i quadri vistosi, quelli con tanti colori. Invece questa musica indiana, gnè gnè gnè. Mi ha regalato un acquarello che non gli piaceva più, una veduta della costa con le case coperte di buganvillee: mentre lo scartavo mi fissava, studiava i movimenti delle mani e le pieghe della faccia; sembrava un regista che prova la scena e spia gli attori, o almeno credo che facciano così, annuisce quando lo ringrazio, sorride e mi porta di là dove non è richiesto che mi muova.

Qui ci sono quadri che sembrano foto, che sembrano corpi di donne, che sembrano uomini magri, ma potrebbero essere manichini; resto appoggiato al pilastro di ferro, sperando che non caschi il soffitto. Andrà bene questa camicia leggera? Resisto alla tentazione della fuga, ma solo per un po’. Ancora un altro po’. Ancora un altro altro po’. Il telefono vibra, lo spengo, non voglio mamma a distrarmi. Lei dice che lui è una ferita da richiudere: è la mia ferita e la voglio tenere.

Poi finalmente respiro. Arriva, arriva, avanza, viene verso di me: «Bravo, non ti sei fatto abbindolare da nessuno di questi maschi eleganti. Bravo, il mio piccino», mi afferra il braccio e continua a camminare. «Ti guardavo da fuori, sei proprio un bel tipo. Non avrei avuto nulla da ridire se ti fossi fermato a parlare con qualcuno, un giorno o l’altro dovrai fare la prima mossa. Ma vieni, ti meriti… ti meriti un bicchiere di bollicine. Ti piaceranno. Te le ho fatte provare? Ah sì, non sei più così giovane» ride, «Non pensiamoci, non dobbiamo preoccuparcene ora. Vieni».

2

Ho pensato che fosse una buona idea,

ma penso sempre male, perché è una catastrofe, un fiume che non ho imbrigliato che mischia parole di lei e di lui: ho presentato a mia madre l’uomo che amo.

«Ah, da pochi giorni».

«Comunque so che l’amo».

«Ti prego, non esagerare».

A lui escono di bocca suoni che diresti carini, ma il sorriso non modifica l’espressione infastidita, e niente di quello che dice obbliga lei ad ascoltare, apprezzare, annuire. Sembra in apnea. Sono in apnea. Ho smesso di esistere.

Lui parla e lei lotta col mostro che vuole portarle via il suo solo bambino.

«Mi aveva avvertito che lei è un signore affascinante. Pensavo fossero le parole di un giovane uomo innamorato» ha esordito così, facendomi sperare che fosse già un successo. Invece si fanno la guerra, il bottino sono io; lui scivola sulla sedia per colpirla meglio, ma lei, l’eroina, la vecchia guerriera non lo segue là dove vuole portarla e prova a colpirlo al fianco: «Non è troppo vecchio per lui?».

I rumori del caffè rimbombano, ma il suono vero di questa stanza è: fiori che avvizziscono, cocci dei vetri, i piatti rovesciati a terra, le forchette che rimbalzano almeno due volte; le schegge mi volano in faccia pestate dai camerieri. Vedo due mondi incasinati: quello vero, con loro, coi cocci e le briciole, e quello immaginario dei dolci di Pasqua e persone perbene che non si accorgono di niente. Odore di chiacchiere, di crema e di caffè mentre sanguino. Lì dove lottano e pestano c’è melma, c’è sangue, c’è un incendio alle spalle di tutti: passeranno ore prima che si spenga: «Usa quelle fiamme per chiudere la ferita!» sibila lei.

Non avrei dovuto dirle della nostra cosa. Non avrei dovuto credere che potesse capire. Non avrei dovuto rischiare di perdere il mostro che amo, il mio mostro.

1

anche se penso che non è vero… no, mi sbaglio.

eppure, adesso che mi riporta indietro nella sua bella auto con la musica, so che finirò per rivederlo. ora gli appartengo, devo dare una giustificazione alla vergogna di avermi visto sporco. sono quello sporco, sono io. sono io che sono andato a cena con lui e dovevo aspettarmelo. sarà stata colpa mia, l’avrò incitato in qualche stupido modo, e io, stupido, non mi sono accorto. la macchina va. stu-pi-do: dai indietro due lettere in cambio di una e diventa violenza: stu-pro. non esistono luoghi sicuri sulla terra per me, adesso. l’auto riparte e lui mette un canto ritmato, un’opera che strilla, mi guarda e dice: «Habanera, Carmen, bella, no?» non ci sono luoghi sicuri, se ci sono mai stati. «Callas», schiaccia qualcosa e parte la musica. provo a ripulirmi, m’infilo le mutande, mi fa male, ho schifo dell’odore, e non riesco a credere che sia accaduto a me. lui si riveste, getta le salviette fuori dal finestrino, si leva da dentro. fino ad allora fa come se io non ci fossi. resto immobile e spero che a stare fermo faccia alla svelta. ho smesso di dimenarmi e di dire di no, perché non conta niente. niente. niente. lui fa e dice stai zitto, stai zitto. ho creduto di poterlo fermare, ma non è andata così. ho messo da parte anche la paura e ho detto che non volevo, stai zitto, stai zitto, ma la paura è tornata e lui mi alita sull’orecchio e col peso del corpo mi schiaccia. e fa. ho la mano puntata allo sportello, ho provato ad aprirlo, mi ha bloccato il collo con l’incavo del braccio. sembra una mossa abituale. ha detto lasciami fare, faccio presto, tu non senti niente, sarai abituato.

stupito,

guardo fuori la campagna piena di neve,

addolorato,

di vuoto e silenzio,

terrorizzato,

i finestrini appannati.

come sono finito qui? come l’ho fatto accadere? mi vergogno mentre lui fa a un ritmo forsennato. indifferente, si masturba dentro di me. sembra non farci caso, non fa caso a niente, non fa caso all’odore di merda, ho più vergogna che rabbia e dolore. non ci credo che stia accadendo. è entrato come un bisonte. ho detto che non ero pronto e che non volevo, andiamo via, via, «No» dice coll’alito di sambuca, da vecchio, ormai è sopra, è un lottatore. stupito. stupido. vuole solo giocare un po’, penso. mi apre la cintura e io non lo fermo. mi bacia e sembra così romantico. appena fermata la macchina in quel posto deserto, gli dico andiamo da un’altra parte, perché mi hai portato qui e lui: «così non mi scappi», io rido. mi è simpatico questo vecchio con un lavoro rispettabile, che ha voluto portarmi a cena. dice che è qui per me, solo per me. nell’auto si sta comodi, è una bella vettura, ha la brezza dell’aria condizionata, come è bello il ristorante, seduto ad ascoltarlo parlare della sua vita piena di persone, di cose, di viaggi, mi chiede quanto guadagno e perché sono così magro. mi ha detto quanto guadagna lui. guardandomi intorno mi dico già che questa cena mi costerà di finirci a letto. in fondo non mi dispiace neppure: è un bell’uomo, ha bei modi e forse potrebbe anche essere quello giusto, forse, è stato così insistente a voler uscire, come se la prima volta, in quel bar, non fosse posto da lui. ero con un altro e mi ha dato appuntamento davanti al ristorante. vedo la sua bella macchina parcheggiata a due passi scintillare pulita. nascondo il monopattino tra i cespugli, per non fargli vedere che non valgo molto. di certo non abbastanza per lui.

come sono finito qui?

Dicembre 2025

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