Elisabetta Macrì

Recensione di
"La libertà è un passero blu"
(H. Studart)

NUMERO 38 | DIC 2025

C’è una frase scritta sui muri di una città brasiliana sotto dittatura che dice: “Il passero è un uccello blu”. È un’affermazione semplice, apparentemente innocua, eppure abbastanza sovversiva da costare il carcere e la tortura a chi osa ripeterla. È questo il centro del romanzo di Heloneida Studart, recentemente riproposto da Marcos y Marcos in una riedizione che riporta alla luce una delle voci più autentiche e coraggiose della letteratura brasiliana del Novecento. Studart, giornalista, attivista femminista, deputata per sei mandati e figura chiave nella resistenza alla dittatura militare brasiliana, firma con quest’opera una storia familiare che è una denuncia politica e una meditazione sulla libertà. Pubblicato negli anni Settanta, il romanzo conserva intatta la sua capacità di interrogare il presente, confermando come le grandi opere letterarie sappiano attraversare il tempo senza perdere rilevanza. La storia è narrata da Marina Carvalhais Medeiros, una ragazza considerata bruttina e asmatica, che vive nella grande villa dominata dalla nonna quasi centenaria, Donna Menina. L’arresto del cugino João per aver scritto la frase, che dà il titolo al romanzo sui muri della città, innesca una narrazione che si svolge tra le mura domestiche e il carcere, tra l’oppressione familiare e quella di regime, rivelando come i meccanismi del potere si riproducano in ogni ambito sociale. La villa dei Carvalhais Medeiros è un microcosmo abitato quasi esclusivamente da donne, eppure governato da una ferrea logica patriarcale. Nonna Menina, matriarca dispotica, perpetua uno status quo che disprezza le donne, i neri e i poveri, imponendo un sistema di controllo che replica, nell’universo familiare, la violenza del regime esterno. È quello che Studart definisce, con acuta provocazione, un “patriarcato al femminile”: la dimostrazione di come l’oppressione possa essere interiorizzata e riprodotta anche da chi ne è la vittima. L’arrivo di Pablo, uno straniero misterioso, muto e ricercato dal regime, destabilizza gli equilibri familiari. La sua presenza, carica di erotismo e violenza, scatena tensioni nascoste per anni e porta alla luce le ipocrisie e le fragilità del mondo familiare della giovane Marina. In questo quadro, tuttavia, è la rivelazione sull’omosessualità di João a segnare la svolta più profonda per la ragazza: scoprire che il suo amore non potrà mai essere corrisposto la spinge a rinunciare alla propria femminilità, in un atto di ribellione contro un’identità che sente imposta dal clima opprimente della famiglia. Ciò che rende questo romanzo interessante non è solo la forza della trama o la ricchezza dei personaggi, ma lo stile con cui Studart sceglie di raccontare. La sua prosa è poetica e immaginifica. A differenza di molta letteratura militante, l’autrice evita i toni forti da comizio e la rabbia esibita, preferendo mostrare la violenza in sordina piuttosto che sbatterla in faccia al lettore. È una scelta stilistica che si fa scelta politica: la dolcezza, la metafora, l’affabulazione diventano strumenti sovversivi, capaci di toccare anche chi sarebbe refrattario a un discorso più diretto. Il romanzo si colloca con naturalezza nel solco del grande realismo magico latino-americano, come in García Márquez, la realtà si intreccia con superstizioni, credenze popolari, spiritualità e mitologia, creando un’atmosfera cruda e surreale. La Studart dipinge un Brasile di contrasti violenti, è un paese dilaniato dalle disuguaglianze, dove la miseria convive con l’opulenza e dove il desiderio di libertà deve fare i conti con la brutalità della repressione. Eppure, in questo scenario così duro, la Studart non è mai pessimista. La frase che dà il titolo al romanzo è un atto di resistenza poetica: non uno slogan, ma un’affermazione poetica che il potere non può tollerare proprio perché non riesce a decifrarne e controllarne il significato. È la dimostrazione che l’immaginazione può essere un’arma più potente della rabbia e che la poesia può unire dove la politica divide. La libertà è un passero blu è un romanzo stratificato, che chiede al lettore di lasciarsi avvolgere dalla sua prosa appassionata, di accettare la fusione di realismo e magia, di sensualità e crudeltà. Heloneida Studart ha pagato un prezzo alto per il suo impegno: persecuzione, carcere, l’esilio dalla vita normale che ogni regime impone ai suoi oppositori, ma ha lasciato in eredità un romanzo che è testimonianza e opera d’arte, documento storico e gesto poetico. Un libro che, a distanza di cinquant’anni, continua a ricordarci che la libertà è sempre una conquista fragile, e che difenderla richiede il coraggio di scrivere sui muri, anche quando nessuno sembra capire.

Dicembre 2025

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