Caterina Bertolini
Mitridatismo
NUMERO 39 | GEN 2026
Credo che fosse novembre. Novembre è un mese che non odio. Forse perché mi lascia godere della mia malinconia con silenzio e paziente comprensione. Lo fa con quell’avvolgente noia, con quell’aria sepolcrale che non solo si vede, ma si sente, si annusa. Non ti rimprovera se hai il viso triste, non ti fa sentire strano.
Era l’anno che facevo la quarta ginnasio e c’era questa prof di latino e greco che era simpatica sì, terrificante in un certo senso. Era una di quelle persone sarcastiche che ammiri ma che odi allo stesso tempo perché ti fanno sentire vulnerabile.
Ad ogni modo non ricordo, poteva essere l’ora di greco o di latino, poco importa. L’unica cosa che so è che stavamo correggendo delle frasi per casa. Eravamo ancora troppo piccoli e imbranati con la grammatica per fare le versioni, ma io non vedevo l’ora di iniziare a farle, pensavo di esserne in grado prima del tempo. Allora avevo questo enorme difetto che mi portava a pensare di essere troppo intelligente per studiare.
A un certo punto della correzione delle frasi spunta fuori questo nome: Mitridate. La prof ci spiega che Mitridate era il re del Ponto e blablabla, ma soprattutto che aveva paura di morire in una congiura e nelle congiure si muore frequentemente avvelenati. Quindi Mitridate re del Ponto – un pazzo geniale allora mi sembrava – aveva pensato a questo delirante e ingegnoso stratagemma, e cioè quello di assumere tutti i giorni, a piccole dosi via via crescenti, una miscela di veleni. Che scopo aveva? Ovviamente quello di aumentare la tolleranza a questi veleni, di modo che se mai a qualcuno fosse balenata in mente la malaugurata idea di avvelenarlo, non sarebbe morto e li avrebbe fregati tutti.
Tutte le altre notizie biografiche e storiche che la prof ricamò intorno alla figura di Mitridate non mi interessarono e non me le ricordo. Non c’è nient’altro che so su Mitridate re del Ponto. Solo questa cosa del veleno.
Pensai a lungo a questa storia di Mitridate re del Ponto. Mi piaceva anche come suonava
il suo nome. Mitridate. Un suono simpatico nella sua violenza spigolosa, Mitridate, -tr-, qualcosa che mi faceva pensare al vetro, a un oggetto tagliente, a un’arma che ferisce così, meccanicamente. Come quando ti tagli con un pezzo di bottiglia. Una cosa meccanica. Non c’è niente di sinistro nel tagliarsi con un pezzo di bottiglia, nessun alone di mistero. A volte è proprio l’assenza di qualcosa di enigmatico, e oscuro, a rendere il tutto più tremendo e paralizzante.
Mitridate. Re del Ponto.
E poi il veleno: una cosa a cui forse non avevo mai pensato davvero. A quanto fosse doloroso morire avvelenati. In quel periodo iniziai a cercare storie sul veleno, casi di cronaca, effetti devastanti sul corpo, tempo di morte, dosi letali, dosi non letali, tempi d’azione. Mitridate aprì una strada di insidie e pericoli nella mia vita ormai tredicenne. Una sera stavo pulendo una tastiera che mi aveva comprato mio nonno. Non che la sapessi suonare, ma mi piaceva tenerla bene. Mischiai solvente per unghie e un qualche detersivo che mia madre teneva nel bagno, dovevo togliere i segni delle note scritti sui tasti col pennarello indelebile.
Un puzzo tossico si diffuse nella stanza e nella mia vita il panico, e non so come mai. Ricordo solo il delirio successivo, durato per qualche mese. Un terrore, vero e proprio, un terrore di morte.
Non ero al sicuro. Bere l’acqua non era sicuro. La bottiglia doveva essere rovesciata, si doveva aspettare una reazione. Qualcuno avrebbe potuto avvelenarmi, per sbaglio, ovviamente, nessuno voleva farmi del male. Ma qualcuno poteva essersi sbagliato, confondendo l’acqua con la candeggina, con il brillantante. Si poteva morire, da un momento all’altro. Perché ovunque poteva esserci del veleno per topi. Se toccavo qualche granello di polvere, lanuggine, pulviscolo, ecco che quello poteva essere in realtà veleno per topi, contenente stricnina, una sostanza letale che porta alla morte in venti minuti, così avevo letto. Bisognava prevenire prima: lavare le mani, immediatamente. Lavare la bocca. Niente mi puliva. Erano venti minuti interminabili, ma, passati quelli, era passato tutto. Continuavo a vivere, con il veleno dietro l’angolo che studiava ogni modo per entrarmi in bocca.
Ora ho ventidue anni e il mio delirio è finito. In realtà non durò che pochi mesi. Tutto sparì dopo poco, come se non fosse mai successo.
Ad oggi uso la candeggina senza guanti per il pavimento, come una qualsiasi persona che non ci hai mai pensato, al fatto che se bevi un bicchiere di candeggina muori irrimediabilmente. Come si maneggia la morte con questa serenità? Non lo so, forse è meglio se non ci penso su troppo.
La stessa cosa si potrebbe dire di molte altre cose ancora. Ad esempio del guidare la macchina. Basta una disattenzione per morire. Certo, il più delle volte va tutto liscio, ma c’è sempre un rischio.
I pericoli esterni sono infiniti, è impensabile stare qui a elencarli tutti. Ma bisogna anche tenere conto dei pericoli interni. Cioè chi mi dice che in pericolo non mi ci metta io, proprio io, sbarellando completamente? Chi mi garantisce che se anche il veleno non mi entra in bocca, non ce lo faccia entrare io? O che non mi schianti contro un muro mentre guido? Chi mi assicura che tutte le piccole e precise funzioni del mio cervello, che peraltro non ho mai avuto modo di vedere con i miei occhi – che guardano solo al di fuori
– funzioneranno sempre?
Non lo so. Ma non me ne preoccupo in fondo. Faccio le mie cose, come tutti. So che un’altra notte coprirà di nero questo mondo, facendo finire un giorno ormai esausto, e che in quel giorno non morirò.
Una cosa che faccio volentieri prima di arrivare viva a fine giornata è passeggiare con uno dei miei due cani. Lui è un cucciolo, uno springer spaniel bianco a chiazze marroni. Mi dà retta, capisce se lo rimprovero, capisce se gli faccio dei complimenti, sta al mio fianco, come è tipico dei cani. I cani sono strani esseri, innamorati della vita. Si accontentano di poco, amano incondizionatamente. Sono, spontaneamente, quello che le persone fingono di essere. Lui è così dolce, gli voglio un mondo di bene, come ne voglio all’altro mio cane. Dato che è un cucciolo, passa dalla veglia al sonno in un brevissimo lasso di tempo. Quando sono lì che gli faccio le feste si mette a saltellare. Salta sul letto,
sul divano, sul tavolo: è così educato. Per me lo è. Io voglio educarlo a saltare sul tavolo e a prendersi prepotentemente il suo posto nel mondo. Voglio educarlo a non avere paura di mettersi al centro della scena, a fare quello che le persone non hanno il coraggio di fare. Un giorno avrò un figlio, e crescerò così anche lui.
Ma inevitabilmente un bambino è più vincolato di un cane a rispettare le regole della buona educazione, che è una cosa da umani. Il cane è davvero libero. Se proprio voglio fargli fare le cose che fanno gli umani, mi limito a parlarci o a farlo dormire sotto le lenzuola con me. Non mi schifo del mio cane, è pulito anche se non si fa la doccia tutti i giorni. Quindi mi va più che bene se dorme con me, se mi lecca la faccia, se mi bacia in bocca.
Non avete idea di quanto sia adorabile il mio cucciolo: è così carino e intelligente che mi piacerebbe presentarlo a tutti.
Lui si chiama Veleno.
Gennaio 2026
