Elisabetta Macrì
Recensione di
"Vita tra i selvaggi"
(S. Jackson)
NUMERO 39 | GEN 2026
C‘è qualcosa di profondamente sovversivo in Vita tra i selvaggi di Shirley Jackson e non per quello che dice esplicitamente – anzi, in superficie sembra proprio il memoir di una madre americana degli anni Cinquanta alle prese con marito, quattro figli e le infinite incombenze domestiche, la vera sovversione sta nel come la narratrice ci riporta la sua esperienza. Lo fa, infatti, con un’ironia tagliente, un sarcasmo che non risparmia nessuno (tantomeno se stessa) e un’intelligenza che trasforma ogni micro-crisi familiare in un piccolo teatro dell’assurdo.
La Jackson ci racconta la vita quotidiana di una famiglia trasferitasi dalla città al Vermount rurale con uno sguardo che è sia partecipe dei fatti che straniato. Le scene domestiche – la spesa, i litigi tra fratelli, i problemi scolastici dei bambini – diventano episodi carichi di una comicità inquieta, dove dietro ogni risata si intuisce una tensione non risolta. È qui che riconosciamo la stessa penna che ha scritto romanzi gotici come L’incubo di Hill House e La lotteria: anche quando parla di pentole, pannolini, ricami di nomi sui vestiti dei figli la scrittrice non smette di osservare il disordine che si annida nel quotidiano. È un libro che si legge con il sorriso sulle labbra, ma che lascia un retrogusto amaro, perché dietro l’umorismo si intravede la stessa capacità di mettere in discussione la normalità che caratterizza i suoi capolavori gotici.
Il libro, pubblicato originariamente nel 1953 come raccolta di storie apparse su riviste femminili, si presenta come una sorta di diario romanzato – o come lo definisce la biografa Ruth Franklin, “autobiografico ma non necessariamente vero”. Non a caso è proprio questa ambiguità a renderlo interessante: quanto c’è di autentico in questa rappresentazione della perfetta (anche se goffa) casalinga? Quanto è maschera costruita per conformarsi alle aspettative di un’epoca che relegava le donne al focolare domestico?
«Nome?» chiese educatamente l’addetta, con la matita a mezz’aria.
«Nome» ripetei incerta. Poi me lo ricordai, e glielo dissi.
«Età?» chiese. «Sesso? Occupazione?».
«Scrittrice» dissi io.
«Casalinga» disse lei.
«Scrittrice» dissi io.
«Io metto casalinga» disse lei.
La tensione tra identità pubblica e realtà privata attraversa tutto il libro come una crepa invisibile. La Jackson scrive con brillantezza delle sue battaglie quotidiane, ma lo fa spesso di notte, quando la casa dorme, perché la scrittura è la sua “via d’uscita” da un ruolo che la soffoca. Leggere Vita tra i selvaggi oggi significa confrontarsi con una contraddizione ancora attuale: come si concilia l’ambizione artistica con le aspettative sociali? Come si mantiene un’identità propria quando il mondo ti vuole confinata in un unico ruolo? La Jackson non offre risposte, ma le sue osservazioni fulminanti e la sua capacità di trovare l’assurdo nel banale ci dicono che anche il quotidiano più ordinario può nascondere profondità insospettate.
Gennaio 2026
