lucia tradii

Nient’altro che il funk

NUMERO 40 | FEB 2026

Suonò la campanella. La voce della professoressa si spense, la frase lasciata a metà. Anche lei era contenta che fosse finita l’ora. La mente le si spense piano piano. Pensò soltanto a cercare le sigarette nella borsa, andare in cortile e fumare in completa dissociazione. I ragazzi, sentendo la campanella, si alzarono come se sotto il culo avessero una molla, e si accalcarono alla porta, bramosi di aria e libertà. Silvia fu una delle poche a rimanere seduta, chiuse il quaderno e ripose la penna nell’astuccio con una lentezza che metteva rabbia a guardarla. Quando il banco davanti a sé fu vuoto, si stiracchiò, emettendo un borbottio soddisfatto. 

«Dai, muoviti!» le gridò una testa sbucata da un lato della porta «Se no si va al bar senza di te.»

Azzurra in quel momento le passò davanti, senza guardarla ma con gli occhi opachi che non guardavano davvero davanti a sé. 

«Voi andate che vi raggiungo.» disse Silvia alla testa che però era già scomparsa.

Rimase un altro attimo a seguire con lo sguardo Azzurra che usciva, poi sospirò e si alzò. Cocchi era rimasto seduto al banco vicino al suo. Ormai erano vicini di banco dal primo anno, lui si era dichiarato durante una lezione di francese durante il terzo anno, lei non ricambiava e la cosa era finita lì. Ora erano buoni amici. Cocchi aveva sulle ginocchia un libro con delle note musicali e muoveva una mano su e giù, avanti e indietro, facendola vorticare nell’aria come una piuma. Non aveva seguito una parola della lezione, così preso com’era dal solfeggio.

«Ci facciamo una passeggiata fuori?» propose Silvia.

Cocchi alzò lo sguardo, aveva occhi stanchi e concentrati. La fissò per un istante come se non l’avesse nemmeno riconosciuta, poi puntò il mento verso la porta.

«È meglio se vado a parlarle. Mi sembra più incazzata del solito.»

«Ok.»

«Non mi ricordo più. Da quant’è che non vi parlate?»

«Boh.» rispose prontamente, guardandosi le scarpe e alzando le spalle.

Ma Silvia lo sapeva benissimo invece: due settimane e cinque giorni. Cocchi sospirò, chiuse il libro e lo infilò nello zaino. A Silvia tornò alla mente quando leggevano i racconti Bukowski sotto il banco durante le lezioni. C’era un qualcosa di proibito e insaziabile nello sfogliare le pagine che raccontavano di scimmie volanti che lanciavano merda, ubriachi senza speranze e dettagli forse troppo tecnici sulle corse di cavalli. Leggevano con occhi accesi e trattenendo le risate, e sembrava che la vita vera stesse accadendo proprio in quel momento.

«Viene ancora da te a prendere lezione di chitarra?» chiese Silvia. Non voleva che smettessero di parlare di lei.

«Certo. Te lo avrei detto altrimenti. Ah, parlando di quello: hai qualcosa per me?»

Cocchi allungò la mano verso Silvia, che come risposta si toccò una tasca dei jeans.

«Sì, però voglio darci ancora una letta prima.»

«Ok.»

Anche Cocchi si stiracchiò rumorosamente e si alzò. Si avviarono insieme verso la porta. Cocchi le sfiorò la spalla e sembrava che volesse dire qualcosa, ma un ragazzo prese Silvia per i fianchi.

«Ciao, tu.» la salutò Michele con un grande sorriso.

La strinse forte a sé e la baciò. Silvia gli accarezzò i capelli neri e una guancia, facendo attenzione a non passare sugli occhi. Aveva da poco svolto un incontro di boxe e li aveva pesti.

«Guarda come sei conciato.»

«Come? Sono bellissimo o stupendissimo?»

«Sei stupidissimo. Anzi, sembri un panda.»

Michele la prese per mano e si avviarono per i corridoi, parlando di cose leggere che non sembravano avere alcuna importanza; eppure Silvia si sentiva scaldare dentro e sperava che quel corridoio non finisse mai. Erano ancora lì a parlare e a tenersi per mano, quando spuntò davanti a loro Azzurra. Non l’aveva fatto apposta, infatti si pietrificò e cambiò immediatamente strada. A Michele scappò una risata.

«Non ridere. Non è divertente.» lo ammonì Silvia.

«E dai, un pochino sì. Ok, dai, non fare quella faccia. Vieni, che ti offro un caffè.»

Michele andò alle macchinette e, dopo aver trafficato con monetine e tasti, porse sotto al naso di lei un bicchierino fumante. Sorseggiarono i loro caffè appoggiati al muretto, davanti alle vetrate che davano sul cortile. Da lì Silvia vide Azzurra appoggiata a un muro, con gli occhi chiusi e il viso rivolto al sole che da poco aveva iniziato a scaldare sul serio. Maggio era alle porte, la maturità sempre più imminente, ma Silvia non aveva la testa per pensarci. Sentiva il brivido delle cose che stanno per finire, come il rantolo di una bestia morente, e ogni tanto si sorprendeva da sola nel guardare la lavagna, un banco, o addirittura un cestino con una tenerezza mai provata prima. “Che cosa farai dopo?” era la domanda che si sentiva rivolgere più spesso, e lei covava nel cuore il terrore che quel “dopo” sarebbe stato solo una serie di tanti altri, tanti puntini da mettere in fila, tanti obiettivi da completare: il diploma, la laurea, il contratto indeterminato, la casa, il matrimonio, i figli, i nipoti, il giardino, la pensione. Un enorme serpentone, una lista di cose da spuntare, per non pensare che la vita stava correndo troppo velocemente e che alla fine della corsa non avrebbe trovato nulla.

«Non la guardare così.» le disse Michele.

«Così come?»

«Sembri un cane bastonato. Vedrai che si sistemerà tutto e tornerete amiche. Devi solo lasciarla sbollire. Il mio coach dice che a volte non bisogna andare diretti cattivi verso l’avversario. Bisogna studiare un po’ la situazione e lasciare che sia lui a venire da noi. Così quando arriverà saremo pronti.»

Michele fece il gesto di tirare un pugno nell’aria. Silvia rise, si sentiva già più distesa.

«Ma io non voglio tirarle un pugno.»

«Lo so. Voglio dire che a volte aspettare è la soluzione migliore. Anzi, a volte è l’unica che abbiamo.»

Cocchi raggiunse Azzurra. Silvia vedeva solo le spalle di lui, mentre di lei vedeva tutta la faccia, le espressioni che si susseguirono mentre il dialogo tra i due andava avanti. Azzurra a un certo punto rise, scoprendo i denti e portando un braccio sopra la testa, per ripararsi dal sole. Silvia sentì qualcosa stringerle in fondo allo stomaco. 

«Tra poco suona.» disse Michele guardandosi velocemente il polso «Torno in classe che ho una verifica. Tu stai serena, ok? E se ti viene da pensare troppo, ricordati che è stata lei a lasciarmi.»

Le diede un ultimo bacio, prima di salire come un razzo le scale. Trovandosi sola, Silvia non riusciva a non pensare che fosse un’amica di merda. Eppure dentro di sé era contenta di quello che stava passando e provando; tutto quel dolore era la testimonianza che stava vivendo qualcosa di importante. E dire che era iniziato tutto per gioco, a quella festa di inizio primavera dove si era radunata tutta la scuola. Azzurra non aveva voluto andarci, si sentiva troppo superiore (la falsità che disse) e si era mollata da poco con Michele e non voleva rischiare di incontrarlo (la verità che non volle ammettere). Silvia invece voleva andare, e così era andata, con un vestitino corto prestato dalla sua amica che viveva in città, aveva bevuto e ballato, ed era così contenta di scoprirsi quasi d’improvviso giovane e viva. Poi aveva iniziato a parlare con Michele, non lo aveva messo in conto, ma era bello anche quello, il vedersi bella, forse per la prima volta, negli occhi di qualcun altro. Michele da quel momento non era più un nome messo in una frase, un corpo di vapore che compariva nella mente solo per seguire il linguaggio di Azzurra; ma si era fatto di carne viva, che Silvia poteva toccare e assaporare. E c’era qualcos’altro, la sensazione di peccato che la elettrizzava tutta quando sapeva di stare toccando un corpo che a sua volta aveva toccato quello della ragazza.

Silvia estrasse dalla tasca un biglietto piegato più volte, lo distese sul muretto. Era una piccola bozza di un testo, una canzone. Lo rilesse, le sembrava giusto. Aveva osato un po’ di più questa volta, il testo era più esplicito, i sentimenti chiari e definiti. Cocchi le aveva consigliato di smettere di ascoltare i Finley o i Tokio Hotel, e di darsi da fare con musica che “valeva davvero”: James Brown, Joe Tex, George Clinton, Prince. Lui era convinto che nella vita contasse solo il funk, il funk e nient’altro che il funk. E questo è stato quello che ha fatto Silvia nelle ultime settimane: ascoltare musica funk e scrivere canzoni, che poi dava a Cocchi che a sua volta dava ad Azzurra quando veniva a casa sua per le lezioni di chitarra. Il giorno dopo, a scuola, Silvia chiedeva a Cocchi che cosa avesse detto Azzurra sulle sue canzoni, ma lui restava sul vago, diceva che le erano piaciute e il discorso si smorzava lì. Soltanto una volta Cocchi le aveva detto di più:

«Dice che le piace molto quello che scrivi, ma le fa strano pensare che sono cose che scrivi tu.»

«In che senso?» aveva chiesto Silvia col cuore che le martellava nel petto.

«Dice che se fossi un maschio, saresti il ragazzo ideale.»

Silvia quel giorno era tornata a casa col il cuore sotto le scarpe; lo sentiva riecheggiare ogni volta che camminava e pensava che fosse ingiusto che la cosa più importante della vita si riassumeva in come si è da nudi.

La campanella suonò e stavolta i ragazzi si avviarono negli interni delle aule. Silvia rimise il biglietto in tasca, prese un lungo respiro e si avviò anche lei. In classe stavano entrando in quel momento Azzurra e Cocchi; lei rideva guardando lui. Lui si voltò e vide Silvia, disse qualcosa ad Azzurra e le andò incontro. 

«Tutto bene? Hai una faccia.» chiese lui.

Lei guardò oltre le spalle di lui e si accorse che Azzurra era entrata in classe.

«Tieni.»

Lui lesse il biglietto, sorrise e la guardò con occhi allegri.

«È bella.»

Nessuno dei due se l’aspetta, ma in quel momento li raggiunse Azzurra. Si mise tra i due e li guardò, prima uno e poi l’altra, in attesa. A Silvia mancò il fiato, voleva dire qualcosa ma non ci riuscì. Azzurra la guardò, aveva occhi stretti e avvelenati.

«Mi hai già rubato il ragazzo una volta, non ti è bastato?» era una domanda che non ammetteva risposte.

Azzurra si voltò verso Cocchi, vide il biglietto che teneva in mano.

«Un’altra canzone che hai scritto per me?» chiese con voce aperta e sognante.

Prese il biglietto e iniziò a leggere, ridendo e toccandosi i capelli. Silvia guardò Cocchi senza capire, lui le restituì uno sguardo in allerta.

«Che significa? Chi credi che abbia scritto quelle canzoni?» provò a chiedere ma lei non la stava ascoltando.

«È bellissima, come le altre, anzi forse questa le supera tutte.»

Azzurra baciò Cocchi, in un modo sonoro e sbrigativo; voleva soprattutto che Silvia vedesse.

«Bravo.» disse Azzurra.

La professoressa stava per entrare in classe, quando notò che tre dei suoi studenti non erano ancora rientrati. Si fermò e pensò a cosa dire per ristabilire almeno la parvenza di ordine. Vide chiaramente Silvia dare un pugno a Cocchi, il quale si piegò sulle gambe toccandosi la faccia. Per un momento non voleva crederci, avrebbe soltanto voluto entrare in classe, fare la sua spiegazione, aspettare che un’altra ora passasse per poi correre a casa, bersi due o tre bicchieri di rosso e aspettare la sera. Ma aveva visto e non poteva fare finta di nulla, era lei l’adulta della situazione. Prese un lungo respiro, dentro e fuori l’aria dai polmoni, strinse i libri che aveva in mano e si avviò verso il trio; una volta raggiunti avrebbe pensato a cosa fare.

 

Quel pomeriggio Silvia era sul balcone. Il sole era ancora alto, l’attendevano ancora molte ore di luce. Le prime rondine avevano raggiunto i nidi che avevano lascito l’anno scorso, e aveva iniziato a riempire l’aria con i loro voli e canti. La preside aveva chiamato sua madre per dirle quello che era successo. Ora Silvia doveva solo attendere il suo ritorno a casa, attendere la punizione che avrebbe meritato. C’era la possibilità che perdesse l’anno, e con lui anche l’accesso all’esame. I suoi compagni sarebbero andati avanti e lei no, ma a quello ci era ormai abituata: si sentiva sempre in ritardo su tutto. Ora però provava a non pensarci, a vivere il momento, con il sole, il cielo e le rondini.

Un motorino parcheggiò proprio sotto casa sua. Il conducente si levò il casco e guardò Silvia in modo molto serio, prima di scoppiare a ridere.

«Ma che hai combinato?» chiese Michele, senza smettere di ridere.

Silvia, tra le risate e le lacrime, tirò un pugno nell’aria.

Febbraio 2026

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