Elisabetta Macrì
Recensione di
"Il libro bianco"
(H. Kan)
NUMERO 41 | MAR 2026
C‘è qualcosa di paradossale nell’idea di scrivere un libro su ciò che non si è potuto conoscere, eppure è esattamente quello che ha fatto Han Kang con Il libro bianco: ha costruito un’opera intera attorno a un’assenza, a una vita durata appena due ore, a una sorella maggiore che non ha mai avuto modo di diventare qualcuno.
Il punto di partenza del racconto è quasi infantile per sua semplicità, una lista di cose bianche: neve, sale, riso, candele, fasce da neonato. Ma da questo catalogo apparentemente innocuo emerge qualcosa di molto più complesso: una meditazione sul confine poroso tra chi vive e chi non ce l’ha fatta. Il bianco, qui, non è il colore della purezza o della pace, è il colore di chi resta a fare i conti con i morti.
Vale la pena soffermarsi su un dettaglio linguistico che la traduzione rischia di appiattire: in coreano esistono almeno due modi di dire “bianco”. Uno è il bianco di tutti i giorni, quello della carta e della porcellana. L’altro (huin), il termine scelto per il titolo originale, appartiene a un registro completamente diverso, quello del lutto e dei riti di passaggio. È un bianco che porta dentro di sé un’ombra, che ha dentro di sè anche ciò che è scuro e incomprensibile. Capire questa distinzione significa capire l’intero progetto del libro.
La storia personale che alimenta l’opera è straziante e concreta, la madre dell’autrice, giovanissima e sola in una casa di campagna, partorisce una bambina prima del tempo. Cuce un camicino durante le doglie, prega, ma la bambina apre gli occhi per un istante e poi se ne va. Han Kang è nata dopo, e non ha potuto fare a meno di chiedersi quanto la propria esistenza sia legata a quella perdita.
Per l’autrice coreana, allora, scriverne diventa qualcosa di molto vicino a un gesto corporeo: l’autrice offre i propri sensi alla sorella, le presta gli occhi per vedere, le mani per toccare, i piedi per camminare sulle strade di Varsavia, città scelta non a caso come sfondo, essendo essa stessa un luogo che ha conosciuto la distruzione totale e ha dovuto reinventarsi pietra su pietra. Nei punti in cui i muri nuovi si saldano a quelli vecchi, Han Kang vede qualcosa di familiare.
Sul piano della forma, il libro non assomiglia a nulla di facilmente etichettabile. Non è un romanzo, non è una raccolta di poesie, non è un saggio. È un testo che procede per frammenti brevi, quasi aforistici, dove ogni pausa, data dal bianco della pagina, è carica di forza quanto le parole stesse. L’autrice costruisce la narrazione in tre movimenti: prima parla in prima persona, poi cede la voce alla sorella, infine torna a sé per un commiato necessario, perché la convivenza tra le due, scrive, non è biologicamente sostenibile.
Quello che rimane, dopo l’ultima pagina, è difficile da definire. Non è esattamente tristezza, ma qualcosa di più simile all’effetto che fa stare a lungo davanti a un paesaggio innevato: una quiete che non cancella il dolore, ma lo contiene.
Il libro bianco ricorda con discrezione ma fermezza cosa può fare solo la letteratura e cioè permettere a un’altra coscienza di abitarci. Solo parole su una pagina, e la disponibilità a lasciarsi attraversare.
Marzo 2026
