Katia Ceccarelli

Cum grano salis

NUMERO 42 | APR 2026

A una buona morte pensava Dorinda, come era stato con Luciano, il marito della cugina Emma.

Una sera, dopo che aveva guardato il gioco dei pacchi sulla RAI, disse che forse aveva mangiato pesante, se n’era andato a letto presto e non si era svegliato più.

Che fortuna che aveva avuto Emma. Adesso, a vederla dopo poco più di un anno di vedovanza, pareva ringiovanita; i capelli sempre fatti, la pelle del viso liscia, era pure dimagrita perché, si sa, il nervoso ti fa gonfiare. À

Così, lei adesso sperava che una pietosa morte si portasse via anche il suo di marito, Gabriele, allettato da due anni e che ormai non capiva più niente, anche se prima non è che avesse mai avuto un cervello da fare scintille.

«Beate a isse e beata a essa!» Ripensava a quel fatto mentre preparava le pezze di lino, l’acqua saponata, la pomata Fissan e i pannoloni per l’infermo che era stato tanto stitico da sano quanto cacava da malato.

«Non ti preoccupare mamma, ci siamo noi» le aveva detto sua figlia Maria quando l’ictus fatale aveva ridotto il padre in quelle condizioni.

Gabriele era sempre stato un uomo pratico, poco incline ai ragionamenti ma almeno tutto quello che in casa si rompeva lui l’aggiustava. Lì, sul letto dell’ospedale pareva già un’ombra, la faccia impallidita di colpo come se tutto insieme fossero stati sbiancati i giorni al sole passati nell’orto.

Lo sguardo vuoto che vagava in cerca di chissà cosa, la voce roca, le parole scarse e confuse.

Era malridotto per davvero.

«Sì, sì, che problema c’è?”» Aveva aggiunto Assuntina, l’altra figlia, la prima «per papà ci siamo noi, tutti noi. Pure Vincenzo ha detto che farà quello che c’è da fare».

Figurarsi, Vincenzo l’imprenditore. Quello stava in giro dalla mattina alla sera, che poteva fare, povero figlio?

«E poi» aveva aggiunto Maria «ha una moglie e tre figli e che facciamo? Ci mettiamo un’estranea in casa o, peggio, lo portiamo da qualche parte. Ti immagini che potrebbe dire la gente?»

Dorinda le immaginava bene le chiacchiere dei vicini e dei conoscenti, tutti pronti a puntare il dito, a dare la patente agli altri. La figura degli sciagurati e degli ingrati avrebbero fatto, tutti quanti ma lei per prima. Senza pensare ai parenti poi, fra tutti le cognate, ancora più ignoranti di Gabriele.

Alla fine, il pover’uomo era stato riportato a casa; la camera da letto matrimoniale smantellata per fare posto a un lettino attrezzato e a una branda per Dorinda che là doveva dormire, per stargli vicina anche a costo che le venissero tutti i dolori del mondo per la scomodità del materassino.

Mentre portava il necessario dal bagno alla camera, sentì Gabriele che si lamentava.
«Ecco, mo’ ricomincia. Che c’è Gabriè? Non ti senti bene?» Gli urlò dal corridoio ben sapendo che quello non era in grado di risponderle e manco di capirla. I lamenti sfumarono in un balbettio, Dorinda tolse le coperte e, tirando forte con entrambe le mani un lato del lenzuolo di sotto, fece rivoltare su un fianco il malato. Per fortuna che quelle lenzuola erano robuste, le aveva tessute lei stessa, cinquant’anni che le usavano ed erano ancora buone.

Slacciò il pannolone sporco, ormai ci aveva fatto l’abitudine, non sentiva più nemmeno la puzza.

Dopo qualche mese di quella vita aveva chiesto alle figlie che trovassero una donna per darle una mano, giusto ogni tanto. Aveva tentato un compromesso, un aiuto almeno per le faccende di casa, ma quelle erano state irremovibili «noi tre ce la facciamo. Un po’ ciascuno, vedrai che la risolviamo. Le badanti, quelle, si fanno pagare e poi che ne sai che ti combinano qua a casa? E se ti mettono il sonnifero nell’acqua e ti rubano tutto? Poi che facciamo?»

Eh, già. Assuntina andava solo la domenica, quando Gabriele dormiva quieto grazie alle gocce che gli aveva ordinato il dottore, e Maria si faceva vedere tutti i pomeriggi per “far fare merenda a papà”, quando quello era già pulito e cambiato.

A fare la carcerata ci era rimasta lei sola che usciva una volta al mese per andare in paese dalla parrucchiera, perché la spesa, almeno quella, gliela portavano a casa.

Il borotalco, si era scordata il borotalco, “ma chi se ne frega? Tanto fra tre ore ricomincia la giostra” pensò. Accomodò Gabriele in posizione supina, per fortuna ora pesava poco più di cinquanta chili, sennò col cavolo che ce la faceva. Tornò al bagno, si lavò le mani e le braccia con l’alcol, si pettinò velocemente, aveva fatto una faccia gialla… se non moriva lui, era capace che al cimitero ci finiva prima lei. Quasi quasi valeva la pena di morire solo per vedere le facce dei figli e che fine faceva il marito ma non essendo sicura che avrebbe potuto togliersi questa soddisfazione, aveva deciso di resistere.

«Mamma, mamma sono io!»

Era arrivata Maria. Entrò portandosi appresso l’aria fresca che Dorinda avvertì sul viso e respirò avidamente.

«è pronto lo yogurt per papà? Così glielo faccio mangiare io» chiese.

«Ma quello non gli piace, non lo vuole. Non se l’è mangiato mai in vita sua».

Maria si tolse la giacca leggera e la buttò disordinatamente su una sedia «ma gli fa bene, fa bene all’intestino, specie a lui che non si muove. Vallo a prendere, va’. Lo hai tirato fuori prima? Non è che glielo diamo freddo?»

«No, non è freddo» fece stancamente Dorinda che andò in cucina, prese lo yogurt, un piattino, il cucchiaino pulito a specchio. Poi, senza far rumore, aprì lo stipetto e tirò fuori il barattolo del sale, ne aggiunse una punta alla bianca e viscida sostanza e mescolò. Raggiunse la figlia e le porse la merenda per Gabriele «ecco, adesso pensaci tu».

Tornò sui suoi passi, approfittando di quel momento di riposo. Aprì la finestra della cucina. Dalla casa di fronte, sicuramente, dietro le persiane qualcuno si stava facendo gli affari loro, salutò con la mano gli invisibili osservatori.

In camera, Maria rimproverava Gabriele con voce carezzevole «perché non vuoi lo yogurt, papà? Ti fa bene alla pancia, ti fa andare di corpo».

«Cattivo, cattivo» farfugliò lamentoso l’infermo e poi serrò la bocca in segno di totale rifiuto.

Aprile 2026

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