Margot Guilhot Delsoldato
Espressionismo
NUMERO 43 | MAG 2026
Aveva due mani che sembravano uscite da un dipinto di Egon Schiele. Allungate e nodose, rosse dove iniziavano le nocche. Mi sono sempre chiesta se suonasse uno strumento o se facesse arrampicata nel tempo libero. Questa e tante altre cose, siccome di lui sapevo molto poco.
Sapevo che si chiamava Adam Egan. Lo conobbi ad una festa. Quando lo vidi entrare mi voltai verso Celia, che ci aveva invitati.
‘Quello chi è?’
‘Adam Egan’, disse lei.
Sul balcone dopo mi avvicinai ad Adam Egan. Gli chiesi un accendino. Non ce l’aveva.
‘Come ti chiami?’
‘Adam’, appurai, ‘E tu?’
Vedendolo da vicino potei inoltre confermare che aveva gli occhi verdi, chiari chiari, color salvia. I riccioli erano castani, la barba un po’ incolta. Aveva un buon profumo, sotto, l’odore ancora più buono della pelle.
Alla fine della festa diede una mano a ripulire la sala. Io rimasi un po’ per aiutare e un po’ per guardarlo. Lo vidi riporre le bottiglie di birra nel bidone del vetro, schiacciare tra i palmi Schieliani quelle di plastica, riavvitare i tappi e buttarle via. Imparai allora che Adam era una persona che faceva le cose con cura.
Al momento dei saluti, mi ritrovai dietro di lui nella fila per gli abbracci. Lo osservai mentre stringeva Jack e Celia nelle sue braccia forti, mentre stampava baci sulle loro guance rosse dal vino.
Anche nell’uscire fummo sincronizzati. Celia chiuse la porta dietro di noi.
‘Dove abiti? Lo vuoi un passaggio?’ Mi chiese.
‘A mezz’ora da qui. Ma come, hai la macchina?’
‘Bici.’
Mi sedetti sul sellino della bici di Adam, che iniziò a pedalare in piedi. Io ridevo, aggrappata alle sue spalle. Con indosso solo una giacchetta di cotone aveva la pelle d’oca. Era una di quelle giacche vintage da lavoro blu, ma non sapevo se la indossasse perché appunto lavorava o perché faceva figo.
Brilli nel vento, ci parlammo come se ci conoscessimo da sempre. Gli indicai che strade imboccare, quando attraversare il canale, poi la porta. Lo invitai dentro.
Dopo solo due ore da quanto l’avevo incontrato, mi sembrava di sapere già tanto di lui.
- Si chiamava Adam Egan.
- Si spostava in bici, probabilmente non fumava, e faceva pure la raccolta differenziata.
Se consideriamo questi fattori, il che mi sembra piuttosto ragionevole, come indicativi di un’accortezza nei confronti dell’ambiente, allora potremmo anche supporre che Adam fosse un ambientalista. Inoltre non mi pare inopportuno generalizzare che le persone ambientaliste sono, tendenzialmente, individui attenti e altruisti. Sarebbe quindi stato perfettamente comprensibile da parte mia concludere, con un bel sillogismo, che Adam era molto probabilmente un uomo sensibile, con una spiccata intelligenza emotiva, dimostrata se non altro dalla sua premurosità nei confronti di animali e generazioni future.
Mentre bevevamo un tè alla menta nella luce soffusa della mia cucina, scoprii che Adam a volte si intimidiva. Parlava a mitraglietta fissando il muro, evitando il mio sguardo. Ad un certo punto si schiarì la voce, si sfilò la giacca da lavoro, la piegò in due per il lungo e la appese allo schienale della sedia. Poi finalmente mi guardò negli occhi.
‘Posso darti un bacio?’
0. Sapevo quindi che al prospetto di baciare e forse di fare sesso con una ragazza che aveva appena conosciuto, Adam si emozionava.
0. Che aveva delle buone maniere.
‘Si.’
0. Baciava bene.
Nell’andare a letto con qualcuno, poi, si deducono tantissime cose su di loro. Se sono esperti o mica tanto (sapeva il fatto suo), se guardano i porno (pochi e innocui), se quando erano alle superiori hanno visto quel video su YouTube che ti spiega il consenso in tre minuti (di sicuro). (Ad un certo punto mi chiese se potesse sculacciarmi, cosa che denotava una possibile sessualizzazione, da parte sua, della violenza sulle donne; ma d’altra parte non l’avrebbe mai fatto senza il mio permesso, il che invece esprimeva rispetto per la mia autonomia e i miei desideri, quindi poteva andar bene). Se hanno ricevuto una corretta educazione sessuale e sentimentale (l’etichetta c’era), se sanno l’importanza dei preliminari, quella cosa del cuscino in missionario o di mantenere una duplice stimolazione, vaginale e clitoridea, durante un rapporto penetrativo per massimizzare la resa (si, si e si). Questi comportamenti, a loro volta, vanno a segnalare tutta una serie di probabili valori sociali, dai quali non è difficile tirare a indovinare su religione, stile di vita ed orientamento politico (cattolico non praticante, borghese di sinistra). A vent’anni, farci sesso mi sembrava l’unico metodo immediato ed infallibile per conoscere una persona, un po’ come quando i neonati devono mettersi tutto in bocca per familiarizzarsi con il mondo che li circonda.
Quando finimmo e mi fece quel sorriso stupido e felice che tutti facciamo post coitum, gli apparvero delle bellissime rughe attorno agli occhi. Sapere che quando aveva fatto l’amore a Adam venivano le rughe attorno agli occhi per me voleva dire sapere tutto di lui.
Iniziammo a vederci tutte le settimane. Ci incontravamo per una birra o un bicchiere di vino, qualche volta andavamo al cinema o magari cucinavamo insieme, poi, immancabilmente, dopo un’oretta di chiacchiere, mi metteva una mano sulla coscia or sotto all’orlo della gonna, e si correva in camera. Adam abitava in un appartamento moderno, arredato con gusto, in uno di quei complessi residenziali che hanno il parcheggio per le bici e un cortile interno ben curato. Dove, mi immaginai, tutti i condomini si salutavano la mattina e facevano a turni a portare fuori la spazzatura. Mi chiesi quanto fosse l’affitto, se glielo pagassero i genitori. Quando stavo da lui, la mattina mi faceva le uova strapazzate e mi versava il caffè dalla caffettiera a stantuffo. Sul tavolo della cucina c’era una pilea, quella piantina cinese con le foglie a forma di moneta, e in soggiorno una monstera enorme e lucida, che veniva senza dubbio annaffiata regolarmente. Spiai i titoli sulle sue mensole: Tolkien, Dostoevsky, Hesse, ma anche Le Guin, Woolf, Didion. Appesi alla parete, un poster di Eraserhead di David Lynch, foto di viaggi e amici. Aveva le lenzuola a righe, il Listerine, un detergente per il viso all’acido glicolico.
Ero convinta: Adam era l’uomo della mia vita.
Dopo due mesi di frequentazione, iniziai a farmi domande sulla natura del nostro rapporto – se fosse una cosa alla leggera, oppure i primi tempi di una relazione seria. Per come erano capitate le cose, Celia, che conosceva Adam da più tempo, era diventata il mio punto di riferimento. ‘Non ne avete ancora parlato?’, mi rimproverava lei al telefono. ‘Non mi sembra un buon segno. Direi che sarebbe ora’. Quando uscivo con le amiche, cercavamo di fare il punto della situazione.
‘Mi fa da cena, mi bacia la fronte, mi guarda negli occhi quando viene. Poi quando dorme sbava, che secondo me vuol dire che stiamo insieme, no?’
‘Amo, palese è innamorato’
‘Però non mi scrive molto quando non ci vediamo’
‘Mah, sai come sono i maschi, non sviluppano mai la permanenza dell’oggetto. Devi farti sentire tu, così si ricorda. Non troppo però. Comunque vai tranquilla che mi sembra top’
Le settimane si impilavano, una sopra all’altra, ma la frequenza dei nostri appuntamenti rimaneva sempre la stessa. Adam e io ci vedevamo quasi sempre il giovedì sera. Ci organizzavamo all’inizio della settimana, poi il silenzio radio fino al giorno stesso. Io decisi di mostrarmi impassibile, sempre spensierata, sempre di buon umore. Si, sono impegnata anch’io, giovedì perfetto. A presto. Quando varcavo la soglia di casa sua, lo abbracciavo con nonchalance, chiacchieravo, non mi avvicinavo finché non lo faceva lui. Era tutto parte del gioco, perché poi ci saltavamo addosso, ci dicevamo delle cose sconce e sincere, ridevamo. Il giorno dopo si consumava nel languore della notte passata con lui, e crollavo nel mio letto serena, come se sotto sedativi.
Poi però la curiosità faceva presto a tornare, aspettando alle porte della mia coscienza con la testardaggine e la pazienza di un testimone di Geova in cerca di proseliti. Perché non ci vedevamo più spesso? Come mai Adam non mi scriveva più spontaneamente, anche banalmente la sera tardi, per chiedermi di venire da lui?
Mi rispetta troppo, pensai.
Col tempo, le ipotesi si fecero più sofisticate. Un giorno, su Instagram, vidi una foto di Adam al ballo di una società di beneficenza. Andai subito sul loro sito per studiarmi tutte le iniziative di volontariato. Mi immaginai un Adam sorridente che versa mestolate di zuppa in una mensa per i senzatetto, lui che legge ad alta voce ad un club del libro pomeridiano per bambini di zone svantaggiate della città, o consegnando borse di plastica con sacco a pelo, bottigliette d’acqua e un pasto agli eroinomani attorno alla stazione, fermandosi un minuto per scambiare qualche parola gentile.
Quando lo sapevo a casa dei suoi, in una città a poche ore di treno, lo pensavo a cena con tutta la famiglia. Nei film che mi facevo, sono tutti seduti ad un tavolo di legno grezzo, di quelli che conservano gli anelli dei bicchieri, ma sono belli per quello. Mangiano un arrosto, o comunque qualcosa di semplice e sostanzioso, preparato con amore. Hanno tutti dei bei capelli e dei sorrisi da spot televisivo. La mamma indossa una marinière a righe blu, il padre una spessa camicia di flanella a quadri, i colori un po’ sbiaditi dal tempo. Attorno alle gambe del tavolo si aggira il lagotto bianco e marrone che avevo visto in una delle foto in casa di Adam. La sera ci gioca in giardino, lanciandogli una palla mentre chiacchiera con la sorella adolescente, con cui ha un rapporto di affettuosa complicità. Il soggiorno ha un soffitto altissimo, e almeno una parete è interamente occupata dalla libreria, le cui mensole più alte sono accessibili solo grazie ad una scala scorrevole.
Per cambiare un po’, qualche volta invece mi immaginavo che Adam fosse segretamente una persona solitaria e tormentata, che si sentisse incompreso dai giri di persone che frequentava, e che i giorni che separavano i nostri incontri li passasse solo, a leggere e a filosofare. Uno di quegli uomini terribilmente affascinanti ma che non sanno farsi amare, che mi avrebbe eventualmente allontanata con l’aria di chi ti sta facendo un favore perché sa che meriti di più.
Ad un certo punto Adam smise di scrivermi. Iniziò con un paio di inviti mancati: arrivava il giovedì senza che si fosse fatto vivo. Poi verso sera arrivavano criptici messaggi di scuse, in cui mi diceva che gli sarebbe comunque piaciuto vedermi. Dalle serate con cena e film passammo ai drink veloci nel bar sotto casa, poi ai taxi delle undici di sera, poi al nulla. Io mi feci andar bene tutto, cercavo disperatamente di capire cosa fosse andato storto, dove avessi sbagliato.
Una sera alcuni amici vollero provare un nuovo bar che aveva appena aperto in un quartiere sempre più cool. Io, che non vedevo Adam da due settimane e avrei accettato qualsiasi tipo di distrazione, mi unii a loro. Il locale era grande, alla moda, e si diramava in salottini intimi e bui, con sedie in pelle e divani bassi. Jack, Celia, Noah, Tamar, l’amica di Tamar di cui non ricordo il nome. Ogni mezz’ora arrivavano altri amici a prendere il posto di quelli che si erano alzati per andare in bagno a pippare. Tornavano con le pupille dilatate e la mascella che si muoveva troppo. Nuovi gin tonic continuavano a materializzarsi davanti a me, alcuni offerti, altri pagati con un veloce gesto del cellulare verso il pos del bartender tatuato. Ad un certo punto Jack si girò verso di me con un sorriso da bimbo, mi sollevò il mento e mi appoggiò un dito piegato a forma di uncino contro la narice. Sentii un bruciore freddo, poi la leggerezza. Eravamo in dodici, quindici a questo punto, tra il salotto, chi stava alle casse, chi andava avanti e indietro. Mentre ballavo con Celia e Tamar, vidi Noah e Jack avvicinarsi all’ingresso per salutare qualcuno. Lo vidi con la coda dell’occhio.
Adam, con una maglietta bianca che in quel momento mi sembrò brillare, con i suoi occhi verdi algidi che caddero su di me e subito si spostarono. Continuai a ballare, facendo finta di niente. Girai da una persona all’altra, sopprimendo la voglia di guardarlo. Tornai al divano e fui intercettata da Celia.
‘C’è Adam, hai visto? Come va tra voi due? Avete chiuso?’
Ormai non capivo più niente. La testa mi pulsava, scardinata dal collo. Corsi su per le scale di ferro battuto verso il bagno, che sembrava un appartamento. Le pareti erano ricoperte di piastrelle rosa, gli specchi erano vintage, con cornici di ottone ossidate. Mi concentrai sugli interni della stanza per non farmi sopraffare dalla tachicardia. C’erano cestini di vimini ripieni di assorbenti e tampax, piante e lampadari con abat-jour. Il mio riflesso dagli occhi sbarrati. Il rimbombo smorzato della canzone soul che faceva vibrare la porta dalle casse di sotto. Poi quello molto più vicino di qualcuno che bussava.
Adam mi si avvicinò prima con l’accortezza di uno sconosciuto, forse di un conoscente con cui non si è in confidenza. Poi, davanti a me, guardandomi dall’alto e versando i suoi occhi nei miei, mi chiese semplicemente,
‘Va bene?’
Io non risposi, non distolsi lo sguardo, quando mi baciò ricambiai. Quando mi spinse in una delle cabine del bagno chiusi io il chiavistello. Fui io a slacciargli la cintura, ad alzarmi la gonna, a dirgli di si, di si, di si.
La lucidità mi ritrovò sola nel bagno rosa del nuovo bar di un quartiere sempre più cool, col sudore freddo sulla nuca e le tempie. Scesi le scale tenendo stretta la ringhiera. Giù si erano quasi tutti dileguati. Adam non pervenuto. Jack e l’amica di Tamar di cui non ricordo il nome erano stravaccati sul divano, andatissimi. Cercai la mia borsetta tra i loro corpi per qualche minuto prima di arrendermi. Tornai a casa in un taxi ordinato dal cellulare del bartender tatuato.
Adam non lo rividi più. Passarono giorni, settimane e poi mesi. Jack, Celia e il gruppo del bar li beccavo poco. I ricordi di quella serata non avevano mai attaccato. Il divano in pelle, la cocaina, le piastrelle rosa, il bagno. Appartenevano a qualcun altro, quei ricordi, o forse venivano da un film. Non dalla mia vita, che è andata avanti tranquilla. Adam lo incrociavo solo nei racconti degli altri, nello sfondo di qualche foto su Instagram, o passando per le sue zone in autobus. Un giorno sentii Noah dire ‘Adam e Celia’ come una cosa sola. Non feci una piega. Ero inscalfibile. Adam Egan. Quando usciva da labbra altrui, il nome di Adam mi ricordava solo le sue mani da dipinto di Egon Schiele, l’ambientalismo, le rughe attorno agli occhi, il volontariato, le lenzuola a righe. Adam Egan. Ancora oggi, la pilea, la marinière della mamma, la caffettiera, il lagotto, i baci in fronte. Adam Egan. Ogni volta mi strappa un sorriso.
Maggio 2026
