Caterina peluso

Il salto

NUMERO 43 | MAG 2026

Miiiiii che odore di fiiga!

Mi giro svelto svelto a guardare le tre pupe appena entrate nel bar, sono di quelle alte, con la gamba lunga come piacciono a me. Le ragazze hanno sempre quell’odore, che sanno di buono, che sembra abbiano il profumo anche quando escono dalla fabbrica.

“Pota, e queste qui da dove sono uscite né?”. Faccio per sistemarmi, mi passo una mano tra i capelli, mi stiro alla meglio la giacca in pelle nera che sulle tipe fa sempre un certo effetto, raddrizzo il piercing e sto per alzarmi quando una mano mi ricaccia nella sedia. “Oh, vecio, sta’ bono che le ho viste prima io”. È Vez. Vez con la sua capacità unica di arrivare sempre nel momento giusto per rompere i coglioni.

Così mi si pianta davanti, nel suo metro e sessanta che in punta di piedi mi arriva sì e no al mento. Questo devo riconoscerglielo a Vez, che pur essendo piccolo non c’ha mai paura di prenderle. Vero pure che attacca bottone sì, ma poi se le dà a gambe, come quella volta con quelli di Leno che si mise a attaccargli briga perché era un sabato sera e non c’era niente da fare, e poi come quelli cominciano a darle su si dilegua lasciandomi solo. Ne ho prese così tante quella volta che pota, per tre giorni non sono riuscito a mettermi la sigaretta in bocca. Ma me, mi chiamano il Generale per questo, perché per darle e prenderle non dico mai di no.

“Vecio, dove crei di andar? Le ho viste prima io né, levati dai maroni”, faccio a Vez. Quello non si smuove di un millimetro ma anzi punta i piedi, rizza quei tre ricciolini che ha per capelli come fosse un porcospino e inizia a guardarmi fisso negli occhi con quello sguardo da insidioso che c’ha lui.  
“Pota ma che due maroni, sempre a discutere sulla fregna voi due. Tò pijamoci na bira e lasciamole stare, tanto queste son di città, tre disgraziai di provincia come noi manco li guardano.” È il Panda, che ogni volta che sente che c’è una rottura di coglioni in arrivo si sveglia dal suo letargo e viene a dividerci. “Poi, stasera s’era detto di star tra di noi senza andare a caccia di figa tò”. Vez abbassa i ricciolini che si ritrova per cresta e smette di sputare fuoco dalle narici. Non mi dice nulla ma prende una sigaretta e me la mette fra i denti, che è un po’ il suo modo per dire ok siamo a posto.

Io sta cosa qua del Panda l’ho sempre amata. Che c’è casino, bordello, sul punto di fare a botte e lui arriva nel suo metro e ottanta che se attaccasse briga sarebbe quello che le dà senza prenderle e si mette a calmare tutti. È sempre stato così, da quando lo conosco che c’avevo ancora i denti da poppante e puppavo latte come fosse birra. E son stato io a chiamarlo per la prima volta Panda, quando l’anno dell’espulsione da scuola uscì in una nube di fumo dal bagno dell’istituto che figa c’aveva due occhiaie che arrivavano per terra. E da lì è stato il Panda per tutti, pure sua madre lo chiama così. Perché questo è quello che accade in provincia, un nomignolo ti si appiccica addosso e mica puoi levartelo di dosso.

Io Vez e il Panda ci sediamo al solito posto. Ci si ritrova qui tutti i sabati sera, al circolino sulla provinciale, che poi non si sa mai che succede, a volte si va a caccia per prendere due di picche, a volte si piglia la macchina e si va in città, a volte non accade proprio niente e si sta lì, ad aspettare non si sa nemmeno cosa.

Così siamo lì, e iniziamo a trincare giù il Negroni del circolino che se lo bevi d’un fiato torni a casa come il soldato Ryan, sui gomiti. Il campanellino della porta suona e ci giriamo tutti e tre di scatto, e chi salta fuori dalla nebbia della provinciale? È Il Drugo, che quando stacca dalla fabbrica nelle sere in cui non c’è la tipa passa di qui per tirar su serata, e pota se le sa tirar su le serate, l’ultima volta si era portato non so quali pasticche che ho visto i mostri per tre giorni. Il Drugo ci fa “Gnari ancora qua state? C’ho una cosa da proporvi per tirarvi su”. Io e Vez ci si avvicina subito perché figa se abbiamo voglia di star svegli stanotte, gli si pianta gli occhi speranzosi addosso e gli si chiede cosa c’è a giro. “Così disperati state?” e scoppia a ridere. Un po’ ci gode a vederci così perché in fondo lo sa che in sere come queste si aspetta solo lui che tiri su qualche idea. “Ci si trova tutti alla diga del Gleno. Son tutti lì stasera, ci son quelli di Leno”. Pota se non è la mia idea di serata andare a una diga abbandonata a guardarci gli uccelli a vicenda. Il Drugo fiuta la nostra delusione e ci fa “Mica si va lì a guardarci gli uccelli a vicenda eh. C’è quello di Leno, il Putti, che s’è messo in testa una sfida”. Io e il Vez drizziamo le antenne. “Sai dove la diga è crollata? Dice che nessuno riesce a saltare da una parte all’altra. Dice che solo lui ci è riuscito”. Il Putti è un imbecille del gruppo di Leno, che già non son dei geni, in più questo è il premio Nobel della stupidità, uno che c’ha così tanti soldi che li caga per strada a guardar noi poveri stronzi che ci si alza alle cinque per andare in fabbrica. Ogni tanto si mette in testa ste idee del cazzo perché non c’ha niente da fare, e uno a star senza niente da fare s’ammala di idiozia come diceva il mio vecio, e questo è un malato terminale di stupidità.

“Cento euro” continua il Drugo. “E…roba, ovviamente. Molta roba”.

Io e il Vez ci si guarda. Pure il Vez che in genere è quello che fa sto genere di cagate è perplesso, perché la diga la si conosce bene, ci si andava a fumare le canne nei giorni in cui si bigiava la scuola e si sa bene che solo un maestro di idiozia come il Putti potrebbe venir su con un’idea del genere.

Gli si sta per dire che forse è meglio passar la serata a bere Negroni perché coglioni sì ma scemi no quando da dietro arriva una voce “Vado io”. Ci giriamo, gli occhi sgranati. È il Panda, che nel frattempo s’è calato il secondo Negroni e sta lì a fissarci. “Vado io. Salterò io”.

 

Io il Panda a volte ho l’impressione di non averlo mai capito. Come l’altra volta. Era domenica, e a me la domenica mi prende sempre quel senso che sono solo e che c’ho bisogno di stare con gli amici per non sentirmi triste. Così chiamo il Panda e quello mi passa a prendere col suo vespino. Inizia a guidare per la provinciale, infilandosi nelle stradine tutte uguali tra un prato rasato e l’altro, e va veloce, così veloce che pure io che bestemmio ogni tre parole comincio a pregare. A un certo punto inchioda che figa volo quasi giù dal motorino. Scoppia a piangere, senza dire nulla. E io lo capisco. Lo capisco, perché pure a me a volte mi prende la smania di sta nebbia del cazzo che ti segue ovunque vai, che ti si appiccica addosso e non ti fa respirare, dei prefabbricati tutti uguali e di queste strade che sembra che ci giri e rigiri intorno per non arrivare mai da nessuna parte. E mi prende che non vorrei più essere il Generale che deve attaccar briga per forza sennò gli altri non lo riconoscono. Però gli vorrei dire che può guidare il vespino quanto vuole ma questa nebbia ormai ce l’abbiamo dentro, nei polmoni, come tutta l’erba che ci siamo fumati. E che alla fine può andare dove vuole, ma la vita sarà sempre questo, nebbia e prefabbricati, ovunque vada

Saliamo sulla macchina del Drugo, che sembra una farmacia ambulante, tra pasticche a giro e nascoste che quando ci sali sopra sembra una caccia al tesoro. Io sto davanti, accanto al Drugo, il Panda e il Vez si siedono dietro. Il Drugo è quasi divertito d’aver trovato uno scemo che partecipa a sta sfida del cazzo, che gli sembra d’aver trovato qualcosa da fare a tutti. Il Panda se ne sta in silenzio e dallo specchietto lo vedo che evita il mio sguardo e fissa fuori dal finestrino. La strada per la diga è lunga, se poi ci metti che il Drugo se n’è già calate due diventa infinita, che un cieco sordo e focomelico guiderebbe meglio. Per evitare di sboccare il terzo Negroni mi metto a guardare dal finestrino con tutta la testa che gira. A un certo punto la nebbia sparisce e dal nulla spuntano le montagne. Io c’ho sempre questa sensazione quando non c’è più nebbia e vedo le montagne che mi sembra di respirare meglio, come se c’ho sempre un peso sul petto che all’improvviso cade. Però guardo le montagne e mi fa paura, che mi sembra di non essere più a casa.

Come quella volta, qualche anno fa, che il mio vecio alla terza sospensione all’istituto si era messo in testa che dovevo andar via da lì, che mi stavo fottendo il cervello a forza di pasticche e serate al baretto e che era meglio per me se me ne andavo. Mi aveva spedito con un calcio su per il culo nel paese di mio cugino, che nel frattempo mi aveva già trovato un lavoro alla fabbrica dove stava lui. E per un secondo ci ho creduto, che potessi mettere la testa a posto, che tutta quella nebbia e i fumi mi avevano bruciato il cervello. Ma poi è arrivata quella sensazione. Che mi sentivo perso, che non ero più il Generale e che ero solo uno stronzo tra i tanti. Smontavo dalla fabbrica e mi trovavo davanti le montagne, che mi sembrava quasi mi crollassero addosso da un momento all’altro. Mi sentivo svuotato, perso. Così una sera smontato dalla fabbrica presi e mi presentai al circolino. “Gnari, sono tornato”. Non ricordo più quante me ne ha date il mio vecio il giorno dopo.

A un certo punto il Drugo inchioda la macchina che quasi batto la testa sul parabrezza, si gira mostrando i denti cariati e ci fa “Gnari, siamo arrivati”.
Quando scendiamo dalla macchina sembra di essere a una di quelle processioni che si vedono in televisione la domenica pomeriggio, tutti intorno a noi che ci guardano sghignazzando come a dire eccoli arrivati i coglioni. Io mi giro verso il Panda che gli vorrei dire che non serve fare sta menata stupida e idiota per dimostrare non si sa cosa, che ce ne possiamo tornare al baretto sulla statale e chiuderla qui questa serata senza aspettare più niente. Ma il Panda non mi guarda, sta con gli occhi bassi e barbotta col Putti, dandogli il pugno come a dire affare fatto. Il Putti fa cenno al Drugo che urla a squarcia gola “gnari, lo spettacolo coomincia”.

A quel punto tutti smettono di parlare, rimane solo qualche sghignazzo di sottofondo. Si mettono tutti in cerchio, tra il Panda e il ponte crollato. C’è qualche risatina. C’è qualche occhiata strana. C’è fumo. C’è odore di erba che punge il naso più della nebbia. Il Panda prende le misure. Si affaccia dove il pavimento è crollato e guarda giù. Lo vedo che per un momento le gambe gli tremano come se stesse per cadere, il coglione soffre pure di vertigini, che una volta quasi svenne a riparare un tetto con suo zio. Si ferma le gambe con le mani, e prende un respiro profondo. Si allontana e misura dieci passi larghi, ad occhi bassi. Si volta, adesso nel silenzio generale, tra bocche chiuse ed occhi spalancati.

Il Panda comincia a correre. Più si avvicina al ponte crollato più i passi sono veloci. Per la prima volta alza gli occhi verso il vuoto che gli sta davanti. Prende un respiro. Salta.

È un attimo.

Trattengo il fiato.

 Chiudo gli occhi fortissimo.

 

Nelle domeniche sera come questa mi piglia sempre la malinconia e allora vengo al baretto. È passato del tempo da quella notte alla diga. Di quella notte se n’è parlato qualche giorno, se ne parlava in fabbrica, se ne parlava al circolino, se ne parlava a casa la sera. Sembrava che fosse un punto di non ritorno, che qualcosa sarebbe cambiato. Poi, tutto è tornato come prima. Qui in provincia è così, accadono cose, alluvioni, morti, che sembra che tutto cambi e invece tutto resta uguale.  Adesso la domenica pomeriggio se mi gira prendo il vespino del Panda e inizio a guidare a manetta, fino a quando l’ultimo prefabbricato scompare, fino a quando la nebbia non se ne va. Guido e arrivo lì, nel punto in cui si vedono le montagne. Guido e arrivo lì, e cerco di respirare ancora. Arrivo lì, e spengo il motore. Arrivo lì, e scoppio a piangere.

Maggio 2026

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