Daniela Piu

Florence

NUMERO 43 | MAG 2026

Entrò in una bottega di via Toscanella solo perché l’insegna era un delfino attorcigliato a un’àncora. Non le serviva niente di ciò che vedeva esposto, ma una volta all’interno si mise a girare tra gli scaffali con la sua andatura elegante. 

Tra tutte le cianfrusaglie polverose che non osava toccare con le sue mani fresche di manicure, Florence scorse un manoscritto che iniziava così: “Sapho Lesbia fu una donzella della città di Mitilene” 

Voltò alcune delle pagine incartapecorite. 

“Due anni giacque in un medesimo letto col marito prima ch’egli chiaramente si conoscesse impotente” 

Domandò in inglese al commerciante quanto volesse per quel relitto. Il pachistano non capì la parola wreck, ma le chiese cento euro. Florence se lo portò via per ottanta. 

MacNamara sarebbe stato affascinato da quel mucchio di fogli giallastri, pensò pregustando il momento in cui avrebbe donato il manoscritto al suo amante. 

Nicholas MacNamara era nato in una villa nelle campagne del Devonshire, nei pressi di Exeter. Si era laureato in Lettere a Cambridge con tesi su Giovanni Boccaccio e specializzato in montaggio cinematografico alla U.C.L.A. Era riuscito a unire le due passioni della sua vita – il cinema e la letteratura – trovando un posto alla N.Y.F.A. di Firenze. 

MacNamara era arrivato una sera alla presentazione di un volume sulle donne del Rinascimento edito da una filantropa americana, e si era seduto per caso accanto a una elegantissima donna con le dita cariche di anelli, tra i quali lui notò subito la fede. Le curatissime dita della signora stringevano il libro di cui si parlava, per cui MacNamara chiese alla donna di potergli dare un’occhiata. Lei, sentendo quell’italiano stentato con accento british, gli rispose nella sua lingua madre: “English!”

Lui si aprì in un sorriso. Florence disse di essere americana, di Chicago.

“Oh, the windy city” 

“Yes, full of windy bags” battuta che MacNamara non capì.

MacNamara rimase qualche secondo come incantato a fissarla. L’ovale del viso era perfetto, si intravedeva qualche segno del tempo ma era la copia esatta della Diana immortalata da un preraffaellita di nome Hughes. Lei gli porse il volume, lui arrossì mentre la ringraziava. 

Alla fine della presentazione, Florence si diresse verso la filantropa americana che la salutò con calore. MacNamara guardò tutta la scena e quando si accorse che le due lasciavano la sala insieme, si precipitò da Florence per restituirle il libro. 

Avvicinatosi con circospezione le si mise accanto e la guardò dal basso, lei lo superava di venti centimetri buoni. Florence gli sorrise benevola e infilò nel libro un biglietto da visita.

“Me lo restituirai quando l’avrai letto” 

MacNamara tornò verso il suo appartamento nel quartiere Isolotto profumato dai pini. Lesse il doppio cognome della signora sul biglietto azzurro, ma non gli richiamò niente alla memoria. 

Florence abitava in pieno centro storico. Digitando l’indirizzo su Google Maps veniva fuori un arco antico sormontato da uno stemma di pietra. All’interno dell’arco si intravedeva una brutta porta a vetri dipinta di rosa. La facciata era scrostata e imbrattata dallo spray delle bombolette. 

Lesse il libro quella sera stessa e l’indomani la chiamò. Florence fu molto contenta di sentirlo e lo invitò a passare da lei per un tè. 

MacNamara spinse la porta a vetri dipinta di rosa alle cinque meno un quarto. Lo accolse il portiere che chiamò subito la signora e lo accompagnò fino in fondo alla corte. Salì al primo piano del palazzo dove lo aspettava, in livrea, un maggiordomo. Seguì l’uomo attraverso due strabilianti stanze affrescate e arredate con un lusso sfarzoso. Nella terza, la più piccola ma non meno preziosa, stava Florence. 

Era seduta in un divanetto di seta giallo oro e parlava al telefono. Il maggiordomo scomparve chiudendosi la porta alle spalle e lo lasciò impietrito dalla ricchezza ostentata. Lei gli fece cenno di accomodarsi, congedò la persona al telefono e gli sorrise cercando di metterlo a proprio agio. 

“È tutto merito di mio marito, il proprietario di questo palazzo principesco”

Dopo quel primo tè ce ne fu un altro. Ogni volta lei gli regalava qualcosa che gli porgeva poco prima di congedarlo, alle 18 in punto. MacNamara non seppe mai il sapore di quel tè, dato che Florence non gli dava mai l’opportunità di berlo. Non faceva in tempo a raffreddarsi nelle tazze, che loro due erano già sul tappeto avvinghiati. Alle 19 rientrava il marito e Florence doveva farsi trovare pronta per la cena.  

Una di quelle sere MacNamara pensò di trattenersi nelle vicinanze e spiare l’arrivo dell’uomo. Si appostò con la bicicletta dietro un SUV bianco e aspettò in sella, pronto a tagliare la corda. Verso le sette e quaranta arrivò un uomo sulla cinquantina, aitante, con un paio di Ray-Ban vintage. Conduceva piuttosto spericolatamente una bicicletta, incurante dell’abito Ferragamo misto seta che indossava. Quando l’uomo oltrepassò la porta rosa a cavallo della Brompton, MacNamara si sorprese seccato dalla sua prestanza.   

Venne l’estate e MacNamara contava i giorni. Non vedeva l’ora di tornare nella sua casa di Exeter. Quel luglio torrido sembrava non finire mai. Persino l’Inghilterra era sfiancata dalle temperature fuori controllo. Lui sapeva però che il boschetto di latifoglie e il fiume Exe proteggevano la sua casa dall’afa. 

Quando il padre l’acquistò, a metà del Novecento, fece restaurare le cantine dove apparvero dei mattoni di argilla del secondo secolo dopo Cristo e un piccolo affresco con un delfino attorcigliato a un’àncora. Il pozzo esterno risaliva ai tempi dei romani e conservava la bocca in piccoli mattoni rossi. 

Arrivò a casa di Florence madido di sudore, entrò nel fresco salotto giallo con un unico pensiero in testa: spogliarsi nudo il più in fretta possibile. Vedendo che si levava i vestiti in fretta e furia, Florence sorrise divertita. Si stava bene immersi nell’aria condizionata. 

L’ora concessagli finì e Florence gli raccontò che, vagabondando per il centro storico, era finita in una bottega piena di oggetti polverosi. 

Gli porse il manoscritto e lui ne lesse qualche parola: “Due anni giacque in un medesimo letto col marito prima ch’egli chiaramente si conoscesse impotente”

Florence si alzò di scatto dalla dormeuse come punta da una vespa. Si precipitò verso la porta e appoggiò l’orecchio per ascoltare, aveva il fiato corto.

“My husband!” 

Raccolse gli abiti di MacNamara e lo spinse con forza dietro il divano dorato.

Florence si rivestì in un lampo e fece per uscire dal salotto cercando di apparire tranquilla. Il marito e Florence si ritrovarono sull’uscio e si diedero un bacio sulla labbra.

“Sta arrivando un drink, cara, vogliamo prenderlo qui?” le indicò il divano.

L’uomo si sedette, spossato, si allentò la cravatta. Florence si accomodò sul tappeto e appoggiò la testa sulle sue gambe. Entrò il maggiordomo con due Bellini ghiacciati mentre le dita del marito si infilavano tra i capelli di lei.

“Sono scappato dall’ufficio, c’era un’aria insopportabile. Ercolano ha trovato la moglie a letto con un altro”

“What?” 

“Non si è parlato d’altro tutto il giorno. Lui è devastato, ti puoi immaginare” 

“Perché lo sanno tutti?” Florence bevve un sorso di Bellini.

“Stamattina è entrato in ufficio verde di rabbia e lo ha raccontato a tutti. Lui! Quella troia di qua, quella troia di là…”

“Be’, ora si separeranno”

Improvvisamente MacNamara starnutì, colpa dei suoi vestiti fradici di sudore che Florence gli aveva buttato sulla schiena. Lei ebbe un fremito contenuto, sbatté le ciglia e non si mosse. 

Il marito si voltò a guardare nella direzione da cui  era partito lo starnuto. Spostò la testa della moglie con delicatezza e si alzò per vedere chi ci fosse dietro il divano. Florence sospirò.

“Venga pure fuori di lì” disse gelido. 

MacNamara si infilò maldestramente i pantaloncini e rimase a fissare l’uomo con la camicia e i boxer in mano. L’altro si mise le mani sui fianchi e lo squadrò dalla testa ai piedi con un mezzo sorriso sulle labbra.

“Lei è il signor?” 

“MacNamara” 

“MacNamara, lei è un uomo fortunato, sa? Sono sempre andato d’accordo con mia moglie. Come dicono i saggi, ci piacciono a tutti e due le stesse cose” 

MacNamara rimase impietrito dov’era, Florence abbassò la testa.

“Venga con me, MacNamara”

I due uomini lasciarono la stanza in silenzio, Florence continuò a sorseggiare il suo Bellini ghiacciato. 

Quella sera MacNamara ebbe qualche difficoltà a montare sul sellino della bici. Un paio di settimane dopo, mentre passeggiava sotto le querce del Devonshire, si era già ristabilito dagli assalti del marito di Florence. 

Si chiese sospirando come si fosse svolta la cena di quella fatidica sera tra marito e moglie. MacNamara non aveva ricevuto più alcun invito da parte di Florence, era lontano dal sospettare che aveva fatto parte di un copione che i due coniugi recitavano da molti anni.

Maggio 2026

© 2026 "Florence" è una pubblicazione digitale della rivista letteraria Nido di Gazza.
Tutti i diritti correlati alla presente rivista sono riservati agli autori e collaboratori di Nido di Gazza.

Nido di Gazza | Rivista Letteraria - Nido di Gazza © Copyright 2025