Elisabetta Macrì
Recensione di
"Il lacchè e la puttana"
(Nina Berberova)
NUMERO 43 | MAG 2026
Il lacchè e la puttana (titolo originale russo Lakej i devka, 1937) si svolge nella Parigi degli emigrati russi, quella città-rifugio che per molti fuggiti dalla Rivoluzione bolscevica era diventata una patria precaria e dolente. Al centro del racconto c’è Tanja, una donna russa di estrazione borghese che ha perso con la fuga dall’Urss ogni certezza: lo status sociale, la stabilità economica, persino il senso di sé. Vedova di Aleksej Ivanič, uomo che lei stessa aveva sottratto alla sorella per pura vanità e che è morto in un ospedale psichiatrico parigino, Tanja galleggia in un presente senza ancoraggi, cercando negli uomini la garanzia di quel benessere materiale che non è più in grado di procurarsi da sola.
La sua esistenza passa, così, rincorrendo ciecamente l’illusione di poter realizzare una vita finalizzata a un unico scopo:
…perché vive la gente? Per il piacere. Si, è così. La gente vive per il piacere.
Sarà infatti in base a questa convinzione che Tanja fonderà la sua esistenza semplice e spietata: sedurre, ottenere, consumare. Non si tratta di prostituzione nel senso stretto del termine, ma di qualcosa di forse più cinico, una filosofia di vita che riduce ogni relazione a uno scambio, ogni sentimento a un calcolo.
È in questo contesto che entra in scena Bologovskij, ex ufficiale della cavalleria zarista oggi ridotto a fare il cameriere in un ristorante russo del quartiere. La sua figura è l’emblema vivente del crollo: un uomo che un tempo comandava e ora serve, che ha conservato la dignità del portamento ma non quella dell’anima, che piange con lacrime che Tanja descriverà come “metalliche”. Tra i due nasce una convivenza che non è amore né amicizia, ma qualcosa di più oscuro, una forma di dipendenza reciproca fondata sul risentimento, sulla solitudine e sulla mancanza di alternative.
Intorno a loro, la Parigi degli esuli appare come uno sfondo sfocato: ristoranti russi dove si mangia male e si parla di un Paese che non esiste più, pensioni economiche, lavori umilianti abbandonati quasi subito, reti di conoscenze fragili. Il passato in Russia è mitizzato come un paradiso perduto; il futuro, semplicemente, non esiste. Rimane soltanto un presente che si trascina, si consuma e alla fine si spezza.
Ciò che rende Il lacchè e la puttana un’opera straordinaria non è la trama in sé — che potrebbe sembrare una storia di degrado come tante, ma il modo in cui Berberova la racconta. Il racconto conta meno di cento pagine, eppure contiene una densità emotiva e morale che molti romanzi più lunghi non raggiungono. Lo stile è secco e chirurgico, non c’è spazio per la compassione esplicita né per la condanna moralistica: l’autrice osserva i suoi personaggi con freddezza, eppure, proprio in questa distanza, si annida un veleno sottile, un sarcasmo impudente che permea ogni riga senza mai diventare invettiva diretta. I personaggi emergono attraverso dettagli minimi: Tanja è descritta non attraverso lunghe analisi psicologiche, ma attraverso le sue scelte, le sue reazioni, i suoi silenzi. Il disgusto che prova per Bologovskij, per la sua povertà, per le sue lacrime, per il suo desiderio di normalità familiare, ci parla più della protagonista che del suo povero amante. Così allo stesso modo, la proposta di Bologovskij di avere un figlio, rifiutata da Tanja con orrore, rivela in poche righe tutto l’abisso che separa i due.
La Berberova fa uso di una metafora potente, che attraversa il testo come un filo rosso: la “sfera di cristallo” del piacere. Tanja, infatti, vive nell’illusione di poter costruire la propria esistenza su questa fragile bolla di godimento materiale, ozio, sazietà fisica, ammirazione altrui. Ma la sfera, per definizione, è destinata a infrangersi. E quando si frantuma, non rimane nulla, perché Tanja non ha mai costruito nient’altro.
Maggio 2026
