Eva Moriconi

Al Topo Gigio

NUMERO 44 | GIU 2026

Tutti in paese conoscevano Beppe Galera. Era una di quelle persone che era meglio imparare subito a riconoscere se ti trovavi in un bar – sarebbe meglio dire, nel bar, poiché in paese era rimasto un solo bar aperto, quello di fianco al fiume: il Topo Gigio -. Tarchiato, col fisico asciutto da pugile, il mento spolverato di peli ispidi rossicci, lo trovavi ora appoggiato allo stipite della porta del Topo, ora barcollando lungo i vicoli acciottolati del paese, con una bottiglia di Ceres vuota stretta nella mano sinistra, estensione di un braccio fibroso, la cui forza era dimostrata dai due buchi scavati nella porta del bagno del bar, dove ai nuovi avventori venivano subito indicati con un bisbiglio: “Guardate, è stato Beppe Galera!” 

Nessuno sapeva con certezza se fosse davvero stato in galera. Anni addietro era scomparso per mesi, lo sguardo velato da un qualcosa che noi ci affrettammo a dichiarare ‘carcere’, ed è anche vero che aveva trascorso più di una notte in caserma, nella vana speranza dei nostri poliziotti di fargli passare quella sbornia che gli rimaneva incollata come la bottiglia e la smania di menar le mani al primo sguardo torvo. Come quel giorno in cui se la prese con l’occhio strabico di Kamal, l’unico musicista sopravvissuto alla solitudine degli inverni del paese di montanari, lui che deprecava la secolarità della valle dove la gente aveva smesso di credere all’anima e ai tarocchi. Cantava Kamal, in una lingua tutta sua, commistione di italiano, arabo e dialetto lombardo, sovrastava con la sua voce speziata lo sciabordio del fiume e i guaiti degli ubriachi, ubriachi innocui, che si ritrovavano ogni sera per combattere assieme la solitudine della notte. Kamal cantava, le carte dei tarocchi sporgevano dal taschino della giacca, non le abbandonava mai, nemmeno per dormire si diceva, ma i tarocchi li poteva leggere solo all’ombra del Cristo Rei, la statua d’oro che troneggiava su monte Gatto, e la gente ci scherzava, ma poi di nascosto lo implorava “Kamal, Kamal voglio sapere,” e all’ombra del Cristo Rei Kamal si trasformava in un mazziere di possibilità, e la gente ormai avida gridava “Dimmi di più Kamal, dimmi!”, ma Kamal lasciava le porte dell’interpretazione spalancate e se andava, con la chitarra in spalla e le carte nel taschino, ed eccolo lì che cantava di fronte al Topo Gigio, un occhio fisso nella musica e l’altro ballerino, e forse fu un guizzo di troppo ad attirare Beppe Galera, ma Kamal non se ne accorse e continuò a cantare, finchè un pugno di vetro gli frantumò l’incisivo sinistro e il setto nasale.

Fu Paride a sistemargli il dente, non il Paride famoso, quello bello, figlio di reali e cantato in versi, ma il nostro Paride, il tassidermista, grasso, storpio e calvo, con due occhi che parevano due ghiacciai in gennaio, grigi, enormi, terrificanti, quello che fin da bambino si divertiva a dissezionare e imbottire le creature dei boschi per conservarne l’involucro in un’apparenza di vita. 

Da un zanna di elefante indiano, contrabbandata anni addietro assieme alla pelliccia di un cucciolo di Langur dal muso nero, Paride ci ricavò un bell’incisivo, “Sembra proprio un dente vero!”, rassicuravamo Kamal che esitava a sorridere, ed era davvero un bel dente, un po’ giallognolo ma pur sempre un signor incisivo, non come quelli di Luca Gnè Gnè, ormai ridotti a moncherini aguzzi che frantumavano disordinatamente spongade e parole. Fu proprio Luca Gnè Gnè a coniare il soprannome, Kamal La Zanna, uno di quei soprannomi in bilico tra il ridicolo e l’ironia, che lasciano sfuggire un sorrisetto a coloro che lo pronunciano e una smorfia di fastidio a chi viene interpellato. “Ecco che arriva La Zanna!” biascicava Luca Gnè Gnè, lui che avrebbe volentieri scambiato tutti i suoi moncherini per un bell’incisivo d’elefante, e magari anche un paio di molari, si sarebbe accontentato di poco, per masticare spongade non c’era poi bisogno di una dentatura completa e ormai era avvezzo al suono zoppicante delle parole che si insinuavano tra i suoi mozziconi smaltati, ma con Paride il tassidermista non scorreva buon sangue, anzi, di sangue ne sarebbe sgorgato a fiotti in seguito agli eventi accaduti durante la festa del “Rogo della vecchia”, quando… 

Ma il paese, ovvero noi, avevamo imposto un armistizio e, affinché i contatti tra i due litiganti fossero ridotti al minimo, avevamo suddiviso equamente le visite al Topo: a Paride i giorni pari e a Luca Gnè Gnè quelli dispari. Cosa facessero le notti lontano dal bar era un mistero a cui non ci interessavamo: donne in paese non ce n’erano più – l’ultima superstite era stata la moglie di Dante Merdaha, fuggita anni addietro a cavalcioni di una mucca -, i boschi erano freddi d’inverno e piovosi d’estate, e lungo il sentiero che costeggiava il fiume i ciottoli riflettevano ancora i bagliori di quel rogo, in seguito al quale…

Ma ciascuno aveva le proprie afflizioni a cui pensare e le sorti dei due litiganti non erano che fonti preziose di materiale di scherno per noi avidi di risate, “Paride, dovresti impagliarti una capretta per le lunghe notti solitarie!”, “Gnè Gnè! Se continui così dovremmo prepararti i frullati di spongada!” E mentre Luca Gnè Gnè si lagnava – lagne articolate, convincenti, di quelle che fin da piccolo gli avevano assicurato il soprannome – della propria sorte, della vita che lui si sarebbe meritato se quel giorno non fosse successo…, Paride si incupiva, le due fessure di ghiaccio infossate nel cranio che pareva uno dei suoi animali a cui gli occhi erano stati cavati per essere rimpiazzati con palline sintetiche, e si allontanava borbottando minacce da tassidermista, che prevedevano una mostra dei nostri corpi svuotati e riempiti di escrementi secchi dietro le vetrine del suo museo. 

A quel punto la prassi esigeva che venisse chiamato in causa Dante Merdaha  – Merdaccia, per i non avvezzi al dialetto -, “Ehi Merdaha, l’imbottitura per le nostre pellacce la porti tu?” e giù con una rinnovata scarica di risate, elettricità necessaria ad attivare le nostre menti rallentate dalla consuetudine e dall’alcool scadente. C’era Rommel con lui all’alpeggio quel giorno, un giorno come un altro, di quelli in cui il vento rincorre le nuvole che giocano a nascondersi dietro a i pizzi rocciosi, e  le mucche pascolavano, e i due amici con loro, brucavano aria tersa e spicchi di panorama, fin quando Dante si fermò, lì, in mezzo al sentiero, forse non si sente bene, pensò Rommel incrinando lo sguardo, ma Dante si sentiva benissimo, finalmente, era tutta la mattina che non riusciva, lui solitamente così regolare, ed ecco che il tappo saltava assieme ai calzoni, lui era abituato a farla di fronte alle mucche – era così poi così diverso Rommel da una mucca? – e, incrociando lo sguardo sempre più incrinato dell’amico, rilasciò un gemito di sollievo assieme ad un’enorme cagata.

La raccontavano assieme la storia, lui e Rommel, e ogni volta si aggiungeva qualche dettaglio, sulla consistenza della merda, sul colore, sulla vicinanza tra i due, e Dante rideva orgoglioso, rideva sempre Merdaha, solo quando si accennava alla moglie si incupiva, “Si è portata via la mia mucca preferita” sospirava, e Rommel giura di averlo visto piangere quel giorno, per la mucca s’intende, ma le lacrime non trovavano posto nelle nostre conversazioni, e tornavamo a parlare di pastori, e di tassidermisti, e di zanne, sempre con lo sguardo vigile in direzione di Beppe Galera, appostato contro lo stipite del Topo Gigio, con la bottiglia di Ceres vuota stretta tra le mani, non l’ha più lasciata da quel giorno alla festa del rogo della vecchia quando…, ma non appena indugiavano nel passato Rommel interveniva, “Lo sapete della volta in cui…”,  e Kamal ci avrebbe scritto una canzone sul racconto di Rommel, ma chi era poi Rommel?, nessuno si ricordava di lui bambino, nessuno conosceva il suo vero nome, Rommel Rommel, mah, forse era sempre stato lì, seduto sulla sedia di plastica rossa, avvolto da un giaccone scuro, lo sguardo beffardo come i suoi riccioli neri, una voce tra le montagne, un miraggio di ubriachi, proprio lui che quel giorno, al rogo della vecchia, aveva.

Giugno 2026

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