simone franzoni
Quattro Bianchi
NUMERO 44 | GIU 2026
In un angolo del locale, una sera noiosa e brilla, io e Riccardo a brindare con del Quattro bianchi alla vita, alle donne, alla prima cosa futile che ci viene in mente, e poi, ascoltare le lamentele di un montagnino ubriaco che se la prende con chi vive in città. Una serata vuota, il tizio continua a bestemmiare e inizia a incolpare le donne, e non gli basta fare la figura dell’ubriacone, vuole anche sfogare su di noi le sue frustrazioni sulla società. Venerdì sera, nella nostra valle se vuoi divertirti hai solo un’opzione: il Beverly, un ristorante per cerimonie che di tanto in tanto la notte si trasforma in discoteca, l’ingresso è gratuito.
Un sorso di Quattro bianchi, un deja vu, la musica ti annoia ma si fa ballare. Guardi i presenti nella sala, cerchi un volto familiare, un amico, una ragazza su cui fantasticare. Ma ci sono solo le facce che vedi nei sogni, volti già visti, uno con cui hai scambiato due parole anni prima, ti ricorda qualcosa ma non sai bene cosa, uno che potresti anche dimenticare e non ti perderesti nulla. Poi Riccardo ti riporta alla normalità con un tocco sulla spalla, e ti dice all’orecchio che ha voglia di ballare. Lo guardi, se non ci fosse stato lui te ne saresti rimasto a casa, sdraiato sul divano, la PlayStation accesa fino a notte tarda.
L’Ilaria ci passa davanti sculettando assieme a un’amica. Quando ci vede non trattiene un sorriso. Mi dà un bacio sulla guancia.
«Ehi, ciao»
«Ciao, ti sei tagliata i capelli?»
«Sì» Sorride, è contenta che l’ho notato «Ti piacciono?»
«Ma staresti bene pure da pelata, tu»
Ride, l’amica la tira per il braccio.
«Scusa devo andare, vieni a parlarmi dopo, eh? È un sacco che non ti vedo»
Mentre se ne va mi striscia il palmo della mano sul braccio. La seguo con lo sguardo mentre si muove verso il centro della pista. I capelli corti ondeggiano ad ogni passo, il bacino scoperto disegna cerchi lenti nell’aria. Il top le sta stretto e la stoffa sottile non nasconde un piercing.
L’avevo conosciuta anni fa ad una festa di paese che aveva appena fatto i diciotto. Cinque minuti dopo stavamo già discutendo, di politica, sesso, psicologia, che era il suo sogno fin da piccola. Non accettava di aver torto e combatteva, finché non gliela davi vinta. Finite le superiori il suo sogno di diventare una psicologa era rimasto tale, e si era ritrovata a fare la cassiera in una bottega di paese. Ero sicuro di piacerle. Lo vedevo dal modo in cui arrossiva quando parlavamo, da come cercava il mio sguardo anche quando eravamo in mezzo alla gente, ma io l’avevo sempre snobbata. Non la volevo, una ragazza così porta solo guai. Pure Riccardo me lo diceva che non andava bene, perchè aveva troppi amici maschi, troppi sguardi addosso, e poi a certe ragazze si sà, gli piace farsi guardare, anche se sono fidanzate. Una scopata sì, quello mi sarebbe anche piaciuto, ma l’Ilaria non era una da una botta e via, lei cercava il vero amore, con quell’innocenza che hanno solo le persone a cui non hanno ancora rotto il cuore, e di certo non sarei stato io a togliergli questa illusione.
Parte un’altra canzone noiosa e l’Ilaria salta, il suo culo rimbalza. Spunta un ragazzo in mezzo alla pista, avrà qualche anno in meno di me, occhi azzurri, un mullet invidiabile. Le mette le mani sui fianchi, ballano per un attimo, poi le caccia la lingua in bocca. Si limonano duro, in mezzo alla pista, gli sguardi tutti su di loro.
Butto giù l’ultimo sorso di Quattro bianchi e chiamo Riccardo.
«Andiamo via. Mi sono rotto il cazzo».
Un paio di minuti dopo siamo nel parcheggio, il culo sul cofano della Panda. Mentre Riccardo cerca di rollare una sigaretta le sue mani tremano al vento.
«Mi spieghi perché continuiamo a venire in questo posto di merda?» mi chiede concentrato.
«Perchè è vicino, e gratis».
«Sì ma è sempre la stessa cosa, perchè non scendiamo in città? Andiamo in una discoteca seria».
«Se guidi tu, a me va bene»
«No dai, ormai ho bevuto troppo, guida tu»
«No»
Riccardo mi guarda un attimo, sembra che voglia dire qualcosa ma poi si ferma, lecca la cartina e chiude la sigaretta.
«Però lì ci divertiremmo, sai quanta figa»
«Va bene, domani guidi tu e ci andiamo»
«No dai, non ho voglia»
«Ah, nemmeno io»
«Organizziamo un pulmino. Così possiamo bere tutti, no?»
Mi passa la sigaretta e inizia a preparare quella dopo.
«No, costa troppo»
«Ascolta, capisco che ti stai rompendo le palle, però se non facciamo qualcosa di nuovo ci romperemo sempre le palle»
«Che peso che sei, dai passami il clipper»
Accendo la sigaretta, respiro. Quando alzo lo sguardo l’Ilaria è lì, viene verso di noi.
«Ciao ragazzi»
Mi bacia sulla guancia, le labbra sono umide, percepisco l’alone che lasciano sulla pelle.
«Ciao Ila»
Prende un pacchetto di Winston Blue e ne accende una. La fiamma disegna i lineamenti del volto.
«Ve ne andate di già? Non siete nemmeno venuti a salutarmi».
Dalle labbra esce una nuvola, un esalazione che si perde nella notte.
«Mi sembra che tu abbia già compagnia»
Sorride.
«Hai visto che bello?»
«Ho altri gusti»
Mi guarda per un attimo, poi distoglie lo sguardo.
«Oggi è un mese che stiamo insieme»
«Ah»
«Sì, è successo tutto così all’improvviso.» Fa una pausa per tirare dalla sigaretta e mi fissa «A volte è incredibile come desideri una cosa per così tanto tempo, e poi, quando smetti di crederci, ti succede così, a caso.»
«Bene, sono contento per te»
Forzo un sorriso e abbasso lo sguardo, le sue dita sottili stringono la sigaretta.
«E tu? Hai trovato una ragazza?» mi chiede.
«No. Ma sto bene anche così»
Mi guarda in modo strano.
«Io non capisco come faccia un bel ragazzo come te ad essere single»
«Se lo scopri fammelo sapere»
Lei ride piano. Me la ricordo quella risata, mi aveva sempre colpito, fin dalla prima volta.
«Dai vieni con me, ti presento una ragazza»
«Stavamo per andare via»
«Su, non fare il timido»
«Un altra volta dai»
Lei resta lì per un momento, poi annuisce.
«Va bene allora, torno dentro, che il mio bello mi starà cercando»
Un altro bacio sulla guancia. Le sue labbra sono fredde.
«Ciao».
«Ciao ciao».
I capelli fluttuano mentre si gira, il fianco ondeggia, la sua sagoma si allontana e si fa sempre più piccola. La sigaretta si è spenta.
«Allora? Andiamo?» mi chiede Riccardo.
Quando la sua sagoma svolta l’angolo e sparisce ti senti impotente. Vorresti poter riavvolgere il tempo per rivivere quell’istante, sapendo già come andrà a finire, solo per sperare che finisca in un modo diverso, un’altra volta, e un’altra volta ancora.
«Ci sei?»
«Si è fidanzata»
«Aspetta un altro anno prima di andare a provarci»
«Dici che avrei dovuto farlo?»
«Ma sei serio? Hai visto come ti parla?»
«Allora ci vado addesso»
Faccio per alzarmi ma Riccardo mi ferma.
«No, lascia perdere»
«Perchè?»
«Si è fidanzata»
«Sì però magari mi vuole ancora»
«Lascia stare, ormai è tardi»
«Già, mi sa che forse hai ragione»
Giugno 2026
