Pietro Pit Allevi
Natale con treno
NUMERO 44 | GIU 2026
È una storia confusa la mia, quella di un uomo qualunque per l’appunto, disteso lungo le scorciatoie dei binari mentre la stazione è quella di un inverno con il ghiaccio sottile sulle maniche del cappotto a coprire la banchina deserta senza manco un volto umano con il quale potersi sciogliere, e un treno in affanno arriverà prima o poi a portarmi via da qui senza troppi lambiccamenti, ora che lei non c’è più, se n’è andata dopo avermi avvolto nel suo mantello nero e avermi cercato la bocca dolcemente, con la grazia di chi tornerà sui propri passi per farlo più forte di prima, baciarmi ancora quando i tempi saranno giunti, quando sarà diventata una donna finita, e non la libertina di adesso, francobollata nel marmo benemerito di un egoismo impeccabile, sarà il futuro incendiato degli innamorati a liberarla dalla statua, il futuro nostro portatore di luce e fiamme amiche e sacrosanta Tenerezza, il futuro.
È una storia confusa poiché gli elementi sono tanti e si incastrano senza troppe moine l’uno nell’altro: per esempio, la confusione trova la propria origine in un incidente senza conseguenze di morte, una caduta verticalissima, ecco cos’è successo: il papà di una cara amica, madre santissima!, il Signor Aldo, è collassato verticalmente a peso morto battendo lo zigomo su di un marciapiede della notte, così è finito al pronto soccorso con un volto da aggiustare e ventiquattrore in osservazione sperando non ci fossero conseguenze capricciose, e così io il signor Aldo l’ho sognato stanotte nitido tuttintero, pulito e abbottonato nell’eleganza tipica dei vecchi signori nella domenica della festa, insomma l’ho sognato mentre ero abbracciato alla mia Principessadopolaguerraditroia ecco, mentre ero abbracciato e dormivo con lei nel bel mezzo dei miei sogni d’amore, il signor Aldo, novantaquattro anni, si trovava in un piccolo bar seduto accanto a me e ad una signora molto anziana e in gamba proprio come è in gambissima lui, il SignorAldonovantaquattroanni stava dalla parte opposta del tavolo, la signora si impicciava rigorosa e similsorridente a frullare il tempo tra le dita, lo faceva pizzicata da un dubbio sottile, mentre il nostro uomo, quando è uscito, pensavo andasse a casa strafatto di noia, e ci stava un freddo becco, io avevo deciso di rimanere nel bar al caldo con la signora vecchissima e bellissima, siamo stati al bar tre ore magari, a parlare dell’assoluto umano mortificato nella vacuità dei gesti quotidiani, dei dubbi di noi tutti, e dell’arte di stare soli quando fuori tutto brucia e la voce dell’animale morente chiede salvezza, e quando siamo usciti sotto una mitraglia di pioggia mai vista prima, c’era il signor Aldo infreddolito, statuario come un uomo di gesso teneva tra le braccia una pianta con dei fiori isolatamente gialli e ha detto Auguri!, tanti auguri Letizia cara, questa pianta è per te, sono camelie, o forse no?, avevo vergogna a portartela nel bar perché il bar non avrebbe capito mentre il resto del mondo accampato di fuori sì, allora, allora .. niente, te la do ora, e se tu fossi così gentile da concedermi di avvicinare la mia bocca stanca alla tua, mi riempirebbe il cuore di gioia lasciarti un bacio d’amore come ricordo delle nostre ore felici, ti ho aspettata così tanto, vita mia, e ti prego perdonami queste lacrime di ragazzo, cosa vuoi.
Quando mi sono svegliato sono rimasto impietrito a letto, non ho scosso un nervo, e con gli occhi dritti dritti al soffitto ho detto Amore, amore mio, sei sveglia piccola?, ah, senti qui, ho sognato di questo signore anziano disteso in piedi nel bel mezzo di un freddo raccapricciante a regalare dei fiori ad una donna e a baciarle la bocca, ma è come se fosse successo per davvero, lei, lamiaprincipessadopolaguerradiTroia, mi ha detto di aver provato un dolore perfetto al bacino proprio qui, dammi la mano, tocca, ma perché ho dormito tutta notte su di un fianco, mi fa male il bacino ha detto, e a me è venuto da ridere di una cosa stupida, certo, perché il bacino è già una bocca piccola smarrita nella tentazione prematura di essere grandiosa e magnifica prima del tempo, un seppur casto inizio, così un bacio ridotto ai termini minimi non può portarsi appresso un dolore perfetto, un bacio insignificante ma iniziato tuttalpiù può mettersi in coda e aspettare di crescere e diventare grande come stai diventando grande e donna tu, piccola mia, prima o poi, e quindi un bacino aspetta nel presente concreto dei baci in potenza la sua bocca dall’altra parte ogni volta più languida e adulta, la bocca, ma un dolore perfetto no, quello no, non è possibile nella terra dei baci piccoli infinitamente.
Così, prima di lasciarmi sulla banchina gelata deserta senza voci né il benché minimo anfratto umano, Lamiaprincipessadopolaguerraditroia, quando ancora era a letto, abbracciata dentro di me, mi ha consigliato di custodirlo nel profondo il sogno, perché è un sogno ostaggio di una Bellezza autentica e chilosà, premonitore magari, un sogno premonitore dedicato a me e a te che abbiamo deciso di amarci per sempre quando la vita arriverà coi suoi tocchi a tenderci la mano e a difenderci con scudo di fiori dalla morte sempre più in agguato, e i nostri cuori saranno un cuore solo per me e per te, per me e per te.
È una storia confusa la mia in quanto, dopo aver trattenuto il suo bacio d’amore, prima di vederla scomparire dietro alla sala d’aspetto di una stazione dimenticata nel giorno di Natale, in mezzo alle betulle in fila una di rincorsa all’altra, solo dopo, sia chiaro, sono andato a scavare nello zaino, ho resuscitato un libro di poesia e ho letto su quei fogli di un uomo in bilico tra il pensiero purissimo che guida ogni astrazione umana e una sorta di piccolissima nostalgia, un uomo giunto in età adulta in preda alla vaga reminiscenza di giovinezza, infatti lui, il poeta, scrive dei suoi vent’anni lontani, e se io fossi come te, dice il poeta, carino come te, ecco, io no, non sarei scrittore, sarei esattamente lì dove stai tu ora, tra gli stracci malandati e posticci di una ragazza con gli occhi grandi dell’avventura e l’egoismo sacrosanto di chi trascina il mondo per il naso, dice il poeta. Che poi. Gliel’ho scritto mentre ero sul treno, ho preso il telefono e le dico così… spetta spetta… Non lo so, questa poesia mi fa pensare a te Ogni volta che ti vedo mi batte forte il dolore , e adesso, solo a questo punto, la storia diventa confusa davvero perché mi divora una vera e propria ossessione da finestrino quando sono seduto sul treno, a qualsiasi ora del giorno, mai della notte perché nella notte la vita quella vera si capovolge e si vergogna e si accuccia nel nero dei condannati a morte, sempre e solo nella luce di qualsiasi giorno, dunque io mi metto lì e guardo fuori, nuoto immerso negli alberi fluttuanti, la pianura padana sensazionalmente verde e bucolico tutto quel cielo zitto immobile al suo posto, un cielo vuoto e pieno ogni volta, vuoto e pieno, vuoto e pieno, e io lì intirizzito nei miei sbadigli esistenziali, un pensatore rapace sottratto per uno scarto del tempo alla realtà delle cose intere, aggrappato ad ogni inconsistenza del finestrino purché il tempo, il nostro tempo, passi ancora e in fretta, e forse proprio perché fuori dal finestrino tutto quello che vedo ha la natura precaria e balbuziente delle cose belle, ho l’impressione dell’esistenza come di un dio breve al mio cospetto di innamorato, e infinita è la smania di onnipotenza di questo piccolo uomo ordinario che sono io, dietro agli occhi di un finestrino nei meandri solitari di un treno in corsa verso la mia casa, la corsa del treno.
Fino a quando. Fino a quando i pioppi incorniciati dal finestrino hanno cominciato a perdere consistenza e a scivolare poco alla volta, dileguarsi in colori indeterminati e acquosi, piano piano piano anche le parole del poeta scritte su fogli sempre meno fogli si sono accomodate scrupolosamente nella terra isolana dei colori in odore di estinzione e io non lo so se ho fatto bene, non lo so davvero, perché prima che tutto si mescolasse e si confondesse fuori e dentro il finestrino, ho avuto come un moto di lucidità fulminante e sono andato a scavare nella tasca, ho preso il telefono mentre tutto si faceva via via più liquido, i viaggiatori seduti nella mia stessa carrozza senza occhi da guardare e con le mani mescolate nelle poltrone come fossero una e una sola cosa, mani e poltrone insieme, poi poi, lo sfarfallio del treno sempre meno troneggiante, e mentre tutto cresce alla rovescia, certo, ho preso il telefono per una paura ingorda di vedere la dissoluzione di questo universucolo e ho scritto alla mia Principessadopolaguerraditroia parole senza tregua dettate dalla paura che nel frattempo si è fatta terrore, strazio, angoscia della disgregazione sempre più sfolgorante:
Sei la figlia illegittima del tempo nascosta nell’orologio del sole,
e anche se io sto qui, nella disfatta del mio volto che invecchia,
il tuo nome è un nome coniugato al presente,
ostinato, durato per sempre
e quindi nulla, ho schiacciato Invia e il messaggio è volato dalle sfumature di un mondo in evanescenza al suo telefono di ragazza, e prima di aspettare la risposta ho chiuso gli occhi finalmente, per vedere il niente nella sua forma più pura e atroce, e prima di svegliarmi solo, su di un materasso troppo grande con un pugno di niente come coinquilino, prima che la speranza svanisse nella storia confusa che è la mia, ho pensato che se il treno non mi avesse portato con sé trascinandomi lungo le scorciatoie dei binari, sì, in fondo sì, la mia storia sarebbe stata questa, quella di un uomo qualunque per l’appunto, e ti avrei aspettata per sempre, vita mia, mentre fuori tutto cresce io sarei rimasto lì ad aspettare la ragazza farsi donna, nel tempo degli innamorati anch’io le avrei regalato dei fiori gialli gialli in coda alla mia esistenza di vecchio, le avrei chiesto un’ultima cortesia, quella di essere gentile e concedermi di avvicinare la mia bocca alla tua, vieni qui ti prego, mi scoppia il cuore di noi, vorrei giusto lasciarti un bacio di anni nel ricordo delle nostre ore felici e soprattutto di quelle infelici, adesso che i nostri cuori sono diventati un cuore solo per me e per te, per me e per te. L’ho fatto prima di svegliarmi solo in un letto troppo grande, troppo anche per me che sono qui, solo e vivo quanto basta nel mio sogno d’amore, mentre tutto da quel treno di Natale in poi brucia e cresce, brucia e cresce.
Giugno 2026
