Elisabetta Macrì

Recensione di
"Le due del mattino a Little America"
(Ken Kalfus)

NUMERO 44 | GIU 2026

C‘è un esperimento che ogni americano, almeno una volta nella vita, dovrebbe compiere: immaginarsi dall’altra parte. Non il turista con il passaporto blu che apre quasi ogni porta, non il consumatore il cui gusto plasma l’immaginario planetario, ma lo straniero, lo sfollato, quello che in cerca di una patria.

Ken Kalfus, scrittore e giornalista newyorkese, compie questo esperimento con rigore e cattiveria chirurgica in 2 AM in Little America (pubblicato in Italia da Fandango con il titolo Le due del mattino a Little America, nella traduzione di Monica Capuani). Il risultato è un romanzo distopico che si legge come un thriller e che ha un certo sapore di satira politica, ma che sotto la superficie porta qualcosa di più inquietante: l’ipotesi che il collasso immaginato possa non essere davvero così lontano dalla realtà odierna.

Gli Stati Uniti sono implosi e una guerra civile, mai descritta con precisione, ha trasformato i cittadini americani in profughi. Il protagonista Ron Patterson vaga per un mondo, anch’esso mai nominato esplicitamente, cercando rifugio e anonimato, infatti, per evitare lo sguardo ostile della gente, dice di essere canadese. Essere americano è diventato uno stigma.

Così Kalfus costruisce questa inversione con grande abilità narrativa, evitando la  nostalgia compiaciuta o la punizione moralistica, ma attraverso l’osservazione fredda di come funziona il meccanismo della paura dello straniero, quel sentimento che in Occidente si associa sempre agli altri, mai a sé stessi.

Ron approda infine in una “Little America”, enclave della diaspora: una baraccopoli di esuli che ricostruiscono il proprio passato attorno a insegne di supermercati scomparsi e marchi di catene di fast food ormai inesistenti. Il consumismo ha lasciato solo oggetti che sembrano reliquie di un’identità ormai sparita.

Il precedente biografico di Kalfus è cruciale per capire il romanzo. L’autore ha vissuto in Jugoslavia tra il 1991 e il 1992, assistendo all’implosione di un paese che sembrava stabile. Da quell’esperienza ha tratto una lezione che Le due del mattino mette in scena con efficacia: i conflitti non nascono dall’irrazionalità bruta, ma dalla costruzione di narrative parallele e plausibili, ciascuna capace di giustificare sé stessa e di delegittimare l’altra.

Il conflitto era in realtà una competizione tra testi — dice un personaggio — ogni testo raccontava la storia del nostro paese in modo avvincente, e nessuno dei due era basato necessariamente su falsità.

È qui che il romanzo smette di essere fantascienza e diventa diagnosi. La “balcanizzazione dei media” e le camere d’eco: Kalfus non li cita come fenomeni nuovi, ma come la struttura profonda di ogni guerra civile moderna, compresa quella che potrebbe accadere oggi.

Kalfus riconosce esplicitamente il debito verso l’Italo Calvino de Le città invisibili e lo si sente nella costruzione del romanzo: una certa rarefazione dell’ambientazione, la preferenza per il simbolo sopra la cronaca, la scelta di non nominare i luoghi per renderli universali. Come Calvino, Kalfus usa la leggerezza non come evasione, ma come strumento di precisione: trattare i temi pesanti senza il peso di un’ideologia esplicita li rende più taglienti.

La prosopagnosia di Ron, l’incapacità di riconoscere i volti, in particolare quello di una donna misteriosa che attraversa il romanzo, è la metafora più riuscita di questo metodo: il disorientamento identitario non come patologia individuale, ma come condizione dello sradicamento. Non sai chi sei perché non sai dove sei. Non riconosci l’altro perché hai smesso di riconoscere te stesso.

Le due del mattino a Little America non è un libro sulla fine dell’America. È un libro sulla fine dell’innocenza di chi credeva che certe cose potessero accadere solo altrove, solo agli altri, solo nelle distopie. È un libro, in altri termini, che ogni lettore europeo farebbe bene a non leggere con troppa tranquillità.



Giugno 2026

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