Thomas Lehn
Vestito da femmina
NUMERO 45 | LUG 2026
Marc aspettò che andasse via, trattenendo il respiro in apnea, quindi lentamente riportò lo sguardo di fronte a sé. Teneva entrambi i vestiti attaccati al petto, come uno scudo, indeciso. Uno era a fiori, con una cintura che stringeva in vita quel prato colorato. L’altro svolazzava libero come un fantasma marino, a strisce bianche e blu. Non li mosse, rimanendo con l’orecchio teso verso l’uscio, li immaginò soltanto mentre prendevano forma sul suo corpo, pesanti come etichette di piombo ottuso. Optò per il primo, a dispetto dei colori vivaci, dava un’impressione meno sciatta aderendo ai fianchi.
«Ci sono quaranta gradi all’ombra» si era lamentato il giovedì prima.
«Ma va, si sta benissimo» lo aveva preso in giro Antonio, che nel meridione aveva sviluppato un callo al posto del corpo.
«Sbrigati, si soffoca » aveva insistito Marc perché il pranzo sotto gli ombrelloni scuri del ristorante non si dilungasse oltre.
«Non che dentro sia meglio, la VMC è inutile» aveva osservato Yves socchiudendo gli occhi sotto le sopracciglia nordiche.
«Terry però muore di freddo.»
«È che le ragazze c’hanno il 15% di muscoli in meno.»
«Colpa loro» aveva ammiccato Antonio, «con quei vestitini leggeri…»
«Io in realtà le invidio» aveva confessato Marc con ironia. «Sembrano comodi, hai aria che ti entra dappertutto, niente di appiccicato alle gambe.»
«Sai che palle fresche, una liberazione!»
«Non è giusto che possano indossarli solo loro.»
«Cosa vi impedisce di farlo pure voi?» aveva chiesto candido Yves.
Marc e Antonio si erano messi a ridere.
«Ma va, noi non si fa» Antonio aveva subito scartato l’idea.
«Perché?»
«Sono vestiti da femmina» aveva spalancato le braccia Marc.
«E chi lo dice?»
Yves lo aveva chiesto sorridendo, ma una ruga di accusa curvava le labbra all’angolo della bocca. Antonio aveva continuato a ridere, mentre Marc non se la sentiva più. Aveva provato a sfidare lo sguardo del collega, ripiegando con stizza sui bordi rosicchiati di pizza lasciati nel piatto. Era contrariato, ma non capiva con chi.
«Facciamolo» aveva proposto, «veniamo in ufficio con un vestito.»
Antonio aveva fatto la faccia buffa di chi vuole liberarsi di una fesseria, mentre Yves frugava già nell’armadio di casa. Alla fine, buttandola sulla bravata, sul sostegno al femminismo, l’emancipazione dagli stereotipi, si erano messi d’accordo per la settimana seguente.
Le finestre erano sbarrate e le tapparelle chiuse, nel tentativo di respingere l’estate rovente. Solo la luce sul comodino illuminava la figura che si guardava allo specchio. Marc prese due lembi del vestito che aveva indossato e lo sollevò lentamente sopra le gambe lisce e bianche. Aveva sempre detestato che non fossero più pelose, come quelle dei suoi compagni al liceo. Ma in quel momento gli fece piacere, la stoffa vi scivolava senza attrito. Alzò ancora, fino a scoprirsi l’inguine rasato. Non aveva resistito alla tentazione e aveva comprato anche delle mutandine di cotone, con bordi a trama sottile.
Bussarono alla porta.
Marc d’istinto si gettò sul letto e spense l’abat-jour. Trattenne il respiro, aspettando che gli occhi si abituassero all’oscurità del monolocale. Lentamente, mentre il sole si infiltrava tra le spaccature della persiana, i passi sull’uscio si allontanarono, dando al cuore di Marc la possibilità di provare ad acquietarsi.
«Torna sempre» bisbigliò stringendo la gonna nei pugni serrati.
La tirò su per asciugarsi le lacrime, quindi completò il movimento e si tolse il vestito. Lo gettò a terra. Lo sentiva sui piedi, all’ombra del letto che lo nascondeva dalla poca luce distillata in stanza. Mosse le dita con cautela, fino a ottenere una presa e, quando l’ebbe assicurato tra le articolazioni del piede destro, rimase in ascolto, con l’orecchio verso l’uscio. Rassicurato dal silenzio, prese ad accarezzare il vestito, quasi massaggiandolo, un modo di chiedergli scusa. Si abbassò sulle ginocchia e lo accolse con entrambe le mani. Lo fece scivolare sul corpo nudo, fino a raggiungere le spalle. Mentre stava per affondarvi il naso sentì dei nuovi passi e si immobilizzò.
La striscia di luce che penetrava dall’interstizio della porta era spaccata a metà da un’ombra.
«È mio» soffiò Marc.
L’ombra si mosse e bussò alla porta.
Colpi secchi, costanti.
Marc smise di respirare.
Rimase in teso equilibrio sulle dita dei piedi. Sentì i bulbi degli occhi gonfiarsi e spingere. Li gettò nelle mani, tuffò il viso nei palmi colmi di stoffa. Aprì uno spiraglio tra le labbra. Afferrò un lembo e cominciò a suggerlo. Succhiò il vestito finché arrivò a toccargli l’ugola. Ebbe un conato di vomito. Strinse le palpebre con rabbia e continuò a ingoiare.
Luglio 2026
