MAttia Azzini

Maddalena

NUMERO 45 | LUG 2026

Ricordo le confezioni di farmaci disposte con zelo all’angolo del tavolo, formavano un tetris di scatoline bianche. Sembrava avessero nomi di lontani pianeti usciti da romanzi fantascientifici come: Vildagliptin o Arcoxia. Nell’altra metà la tavola era sempre apparecchiata nello stesso modo, a qualsiasi ora del giorno: la tovaglia a quadri grigia e bianca, su cui era disposta la fondina segnata dalle sbeccature, mezzo bicchiere di rosso e una forchetta e un cucchiaio avvolti nel tovagliolo sfilacciato. L’aria era inconfondibile, brodo di gallina misto a quell’odore peculiare che rilasciano i vecchi, dovuto ai loro mutamenti chimici cutanei. La luce di giorno era scarsa a causa delle veneziane basse, appesantite dal folto strato di polvere; era la lampada da terra, a fianco al tavolo, che concedeva una visibilità quantomeno decente. La radio – dalla lunga antenna pendente sulla cappa, per la precisione sul santino di San Giuseppe, che ormai aveva il volto imperscrutabile per via dei graffi procurati proprio dall’antenna – gracchiava tutto il giorno vecchie canzoni: New trolls, Bobby solo, Fred Buscaglione e Caterina caselli, erano gli artisti più gettonati su Radio Melancolia.

«Dicono non ci si possa gettare più di due volte nello stesso fiume, con il meglio degli anni ’50, ’60 e 70 vi potrete tuffare ad ogni ora in quel fiume», diceva una voce femminile, iniziando con un tono mesto e concludendo con uno più gioviale.

Alle 18 Radio Melancolia lasciava il posto alla messa, il volume si alzava tanto da diffondere la voce del parroco in tutto l’edificio, rendendo la predica udibile anche a quelli dell’ultimo piano. 

Vivevo lì in via Caporetto 3 da solo, da circa un mese. Il lavoro in acciaieria mi aveva permesso di emanciparmi dalla famiglia. Era un bilocale pieno di muffa, con una caldaia mezza rotta e con gli infissi traballanti, ma andava bene così. Trascorrevo, sveglio, solo un paio d’ore a casa e quel poco volevo passarlo in tranquillità. Dopo 8 ore in catena, a lavorare tubi e travi, non era nemmeno contemplata la possibilità che qualcuno potesse turbare la mia quiete post-lavorativa. Un venerdì mi svegliai con un coro salmodiato:

Io credo: risorgerò, 

questo mio corpo vedrà il Salvatore

 

 L’ondata di cortisolo da risveglio improvviso mi aveva reso facilmente irritabile. Piombai davanti alla porta della anziana dirimpettaia, che fino a quel momento potevo solo immaginare che aspetto avesse. Bussai con insistenza per un paio di minuti, finché uscì un’anziana bassa, con gli occhi cerchiati di scuro e la schiena curva, come avesse un invisibile tubo in acciaio sulle spalle; indossava delle pantofole invernali e un cardigan in pile nonostante la sera io e gli amici uscissimo ancora in camicia a maniche corte.

Non disse nulla per qualche secondo, strizzò gli occhi; si avvicinò e mi afferrò l’avambraccio per acquisire più stabilità.

«Vuoi un caffè?»

«No, abbasserebbe il volume? Stavo riposando», le dissi seccato e con la mente ancora intorpidita dal sonno.  

Stava ancora strizzando gli occhi, per capire, forse, che legame di parentela avessimo. Sussurrò con aria pensosa una sequela di nomi, mentre alzava l’indice, come se quel gesto la aiutasse a concentrarsi. 

«Abito qui davanti.»

Non credo che quella riposta fu sufficiente a dissipare i suoi dubbi, ma prima che riprendessi a lamentarmi, tornò in casa e lasciò aperta la porta. Estrasse un calendario da un cassetto sotto il tavolo; tornò davanti a me a passi lenti, sfogliandolo per qualche istante. Mi mostrò il mese di aprile – notai che il calendario era di due anni precedenti – puntando l’indice grinzoso sul 30: la casella era barrata con una X.

«L’ultima volta che è venuto qualcuno a suonarmi», disse in tono mesto. La sua mano esile, attraversata da vistose vene viola e blu, mi afferrò di nuovo, trascinandomi dentro il suo appartamento. Tirò indietro una sedia dal tavolo della cucina. «Preparo il caffè.»

Rimasi là seduto, mentre l’anziana, con quell’irrefrenabile euforia che la faceva tentennare un po’ meno nei movimenti. Si mise a rassettare la stanza semibuia: spostò il quotidiano che era sul divano; piegò una coperta e mise via un pentolino. 

Le ripetei più volte di non darsi disturbo, ma era in preda a quella danza estatica che le imponeva di preparare il caffè e riordinare la camera, estraniandosi per qualche istante dalla sua deludente realtà quotidiana. Il mio sguardo si fermò su l’unico quadro appeso al muro, una fotografia in bianco e nero dai bordi color sabbia, troppo piccola per riempire la cornice, raffigurava un uomo dai lineamenti spigolosi e dagli occhi spiritati. Il quadro conteneva una medaglietta scolorita e un biglietto intonso sul quale c’era scritto: battaglioni LI – 15° Reggimento Bersaglieri. A fianco c’era una firma indecifrabile, il nome poteva essere Mauro o Mario.

Pensavo che un giorno mi sarebbe toccato anche a me, forse, uno spazio angusto come quello. Solo, dolorante e con il fetido alito della morte sul collo. Lo sguardo del soldato defunto mescolato alle ansie anticipatorie della senilità mi generarono un’angoscia che mi spronava ad abbandonare quell’appartamento nell’imminente. Cicerone non avrebbe scritto il De Senectute se fosse passato lì dentro per qualche minuto; Cioran, invece, avrebbe avuto la conferma inesorabile che «La vecchiaia è l’unico mezzo per smettere di avere paura della morte».

«Il mio povero Mario», disse. Posò la tazzina in porcellana sul tavolo, «è morto nel ’18. Era così devoto lui, al Signore.»

La sua mano tremolante si fermò sulla mia spalla, sentivo le dite ossute affondare nella carne. «A 22 anni», aggiunse. Bevvi il caffè, causandomi una leggera ustione, pur di non dover dir nulla. «68 anni fa. 68 anni, per cosa?» Ripeté quel numero diverse volte, finché mi alzai. 

«Devo proprio andare, mi dispiace di averle suonato. Ascolti pure la messa con il volume al massimo» le dissi, mentre mi avvicinavo alla porta.

Lei fece una risata sibilante alternata a colpi di tosse. «La messa? Ma io mica credo in Dio.»

Rimasi con la maniglia della porta in mano, mi girai guardandola con la fronte corrucciata. I colpi di tosse erano tornati a essere una risata, o un pianto. Si arrestò di colpo, tirò su con il naso qualche volta. «Lo faccio per attirare Giancarlo», mi disse, convinta di aver dissolto ogni mia perplessità. «Quell’uomo brizzolato che vive all’ultimo piano.» Accennò un sorriso luciferino. 

«Devo andare!»

«Torna anc-», stava dicendo, quando sbattei la porta, forse, con un po’ troppa irruenza.

Tornai nel mio appartamento. Mi sarei dovuto radere la barba, cenare e uscire: non lo feci. Ero intrappolato in quella spirale di immagini che ruotava senza sosta: le dita ossute, il soldato defunto e Giancarlo. Quell’uomo dalla timidezza patologica dell’ultimo piano, emaciato e pallido. Il suo saluto consisteva in un accenno di dita alzate, accompagnato da un ‘’salve’’ sussurrato. Non andammo mai oltre alle formalità. Quella sera, però, sentivo l’esigenza impellente di varcare quel limite. Non ricordo quanto rimasi sdraiato, ma il sole era tramontato. Mi alzai di scatto nella penombra e, senza prepararmi alcun discorso, percorsi le scale due gradini alla volta. Stava ascoltando la seconda sinfonia di Mahler se non sbaglio. Il dlin dlon fece cessare la musica. Aprì la porta, mi guardò con aria accigliata. «Sono il vicino, abito al primo piano.» Fece un flebile cenno del capo, in attesa che passassi al motivo per cui avevo osato interrompere Mahler. 

«Lei è mai stato da …» Mi accorsi di non sapere il suo nome

«Maddalena?» disse. Si mise di fronte all’uscio e chiuse la porta.

«La signora che abita di fronte a me?»

Fece un profondo sospiro. «Sì, lei.» Abbassò lo sguardo, come fosse colpito da un fulgore insopportabile. «L’ultima volta sono stato da lei nella primavera di due anni fa. Mi ero trasferito da poco. Sentì che ascoltava la funzione liturgica, come fa ancora tutti i giorni, e pensai fosse carino presentarmi e portarle un santino di San Giuseppe»

«E perché non è più andato?» non riuscii a trattenere quella curiosità, consapevole che mi aveva già rivelato fin troppe informazioni. Quella domanda lo aveva fatto avvampare in viso e dalla smorfia che fece capii che mi ero preso una confidenza che non mi spettava.

«Io credo che vorrebbe che lei passasse di là» aggiunsi.

«Non ho alcuna intenzione di rimettere piede in quel tugurio» ribatté, in tono seccato, Avvampando ancor di più.

Avevo ottenuto la risposta che volevo. Ne ero certo che anche quell’uomo aveva provato la stessa angoscia che avevo provato io. 

«Quella donna non crede in Dio… Quale credente direbbe che ‘’non ci aspetta altro che un buio eterno’’.» Il suo sguardo era cambiato, pareva volesse scuoiarmi con gli occhi. 

«Non è che una sola, patetica, vecchia, malata in cerca di compagnia», aggiunse con veemenza, prima che potessi pronunciarmi. Mi salutò, poi, sbatté la porta e non ebbi più modo di confrontarmi con lui. 

Da Maddalena tornai solo un paio di volte, ma non riuscivo mai a trattenermi più di 10 minuti. Dopo un paio di mesi, inoltre, dovetti trasferirmi: la caldaia era rotta e il proprietario non era intenzionato a rimediare immediatamente al guasto. Così, una volta scaduto il contratto trimestrale non vidi mai più Giancarlo. Non sentii più parlare di Maddalena, almeno per i successivi 13 anni.

Un mercoledì mattina uscii dalla stazione della metro, stavo per recarmi in studio – in 13 anni la mia professione era inaspettatamente cambiata da operaio a architetto – e come al solito mi fermavo al bar sotto allo studio. Di solito prendevo un caffè lungo e mi appoggiavo a uno di quei tavolini con il ripiano alto. Quella mattina avevo dimenticato le Elegie Duinesi a casa, perciò mi misi a sfogliare il quotidiano che trovai lì sopra. Non pagai il caffè e uscii con il quotidiano in mano, alla quarta pagina ancora aperta.

ritrovato lo scheletro di un’anziana, ancora vestita, nella sua abitazione di via Caporetto 3. La porta era aperta, e a fare l’inquietante scoperta è stato un tecnico, che per installare dei cavi di rete, esternamente, al piano superiore, le avrebbe chiesto di aver accesso al suo balcone. Il 32enne ha trovato i resti ossei della donna al tavolo della cucina. Sembra che non fossero mai state allertate le forze dell’ordine poiché la donna viveva sola, non aveva parenti e da tempo non avevo alcun contatto con i vicini.

Ritagliai quell’articolo e lo conservai, fino ad oggi. A 33 anni di distanza lo custodisco ancora, a volte nel mio cassetto a fianco al letto. Altre volte lo espongo in un quadretto in sala, dipende dal momento.

Luglio 2026

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