Chiara Mazzavillani Vasi

Il peso dei peccati invernali

NUMERO 45 | LUG 2026

P

otrei seppellire questa sporca storia d’amore e d’odio tra madre e figlio ma non lo farò perché deve essere conosciuta quanto Dante Alighieri.

​Domenica era comandata dal disturbo borderline di personalità. Lei abitò per settant’ anni in un manicomio, fino al giorno della sua morte. Chiese di farsi rinchiudere lì per la sicurezza di tutti senza spiegare il perché. Il disturbo di personalità amava risucchiare la sua anima e adorava buttarla giù giorno dopo giorno sempre di più. I medici, quando la visitavano, non la amavano per nulla perché lei fissava per tutto il tempo della visita il vuoto. Lei giocava come una bambina ma niente poteva riempire il senso di colpa che aveva dentro il suo cuore. Tutti la odiavano perché sapevano che in fondo quella donna senza identità aveva un segreto nascosto. Domenica era sia il sole che la luna: una bomba atomica. Il suo mondo era tutto borderline. Lei possedeva una maschera e l’usava davanti a chiunque: non voleva che, a causa sua, delle creature innocenti si trasformassero in mostri come lei quel lontano giorno in cui aveva commesso l’errore più grande della sua vita. Lei amava guardare l’alba dalla finestra del manicomio. Domenica non aveva allucinazioni e nemmeno deliri ma il suo disturbo di personalità riuscì a stare nella sua mente fino alla morte, finché non diventò tutta ossa. Con lei morì anche il disturbo borderline.

​Domenica scrisse, nella lettera per noi, il grande macigno dei suoi peccati:

​

“​Non ero a conoscenza della mia pazzia: ero matta, sì questo lo sapevo bene, ma non potevo nemmeno immaginare cosa sarebbe successo il pomeriggio di un inverno, a causa della mia demenza. Avevo i capelli rossi, ero chiamata nella mia piccola città ‘la giovincella dagli occhi strani’. Ero molto silenziosa e bella, molto bella, di una bellezza unica. Mi sono innamorata solo una volta e quell’uomo non sa nemmeno come mi chiamo! Avevo perso la verginità, senza la fede al dito, con il pastore del paese grande accanto. Il pastore come la maggior parte degli uomini mi considerò ‘una poco di buono’ e, finito l’atto sessuale, mi buttò come un sacco della spazzatura, facendomi rimanere incinta. Mio figlio è nato dallo shock del mio stesso omicidio.

​Una mattina faceva molto freddo, forse fin troppo! Finito di prendere il latte corsi a fare colazione, quattro biscotti secchi e via nei campi, a lavorare la terra. Al mio ritorno delle ragazzine si avvicinarono al fiume, dove facevo ogni pomeriggio il bucato. Mi urlarono addosso, mi chiesero dove avevo messo le corna. Alberta, la più bulla, rise a squarciagola. Io piansi, dal nervoso corsi in casa, mentre lei continuava a sghignazzare e poi tornai per colpire, con il coltello più affilato che tenevo in casa, Alberta nel seno sinistro… Grida su grida: mi si ruppero le acque. Ero diventata ufficialmente una madre assassina. Piansi all’impazzata. La mia testa urlava: <<Panico, panico, panico, panico! Scappa!>>, così io la ascoltai e corsi via lasciando la mia vittima in mezzo a grida di aiuto. Nessuno vide più la mia faccia, nessuno seppe più nulla di me. Lasciai mio figlio senza un nome, sull’uscio della chiesa. Scrissi un biglietto per lui, Don Antonio mi promise di tener nascosto il mio messaggio finché mio figlio non sarebbe diventato sufficientemente maturo.

​’Amore mio,

​mi considererai una pessima madre o una fannullona ma io sono la donna che ti ha portato in grembo per nove lunghi mesi. Non sono un’assassina, sono tua madre. Ho fatto scelte nella vita che mi hanno reso agli occhi degli altri una pessima persona non degna di vivere ma io voglio vivere. La mia unica colpa è di averti lasciato in un posto dove nemmeno io mi sono mai trovata bene.

​Con amore,

​tua mamma Domenica.’

​Don Antonio mi scrisse che gli parlava della mia voce incantevole: <<Ha preso il carattere ribelle dai tuoi riccioli, il tuo figliuolo.>>.

​Il mio figliuolo, dai racconti del prete, aveva una personalità spiccata e una grande immaginazione. Era un poeta, un bambino poeta.

Un giorno il prete mi mandò una poesia stupenda:

 

 ‘Sembra impossibile continuare 

il viaggio della vita…

Vorrei recuperare la mia piccola tenda 

e nascondermi lì, 

ma oggi sto crescendo, 

e mi servono tante

bussole.’

 

​Qualcuno disse che io ero una prostituta di Bologna, altri dissero che ero una satanista o una strega, ma nessuno seppe mai nulla di me. Una cosa però è certa: io sono una donna, una madre con un grande dolore dentro e con un grande senso di colpa. Chiesi al prete quattro anni fa di dare fuoco al mio biglietto perché sono una codarda.

​Il peso che porto sulle spalle mi accompagnerà nella tomba. 

Sono stanca di queste orrende etichette che mi avete messo addosso da quando ero la ‘borderline’, quindi vi chiedo di vestirmi per bene al mio funerale. Il mio fiore preferito è la rosa rossa, lasciatemi sulla tomba una rosellina, per favore. Vorrei anche un ciondolo a forma di stella.

​Caro figlio mio tu sei stato la mia stella lontanissima che ha cercato il mio latte caldo, con un urlo ricco d’ansia.

Con affetto e con tristezza un caro saluto a tutti i lettori,

​Domenica.” 

​E così successe. Tutt’oggi, dopo quarant’anni, al cimitero ci sono ben due roselline rosse per lei e una stella ormai arrugginita, che è il simbolo della ricerca della vita, per il figlio della madre Domenica.

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Luglio 2026

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