Sara Francesca
Liturgia del Morso
NUMERO 45 | LUG 2026
R
espirerete vive le tracce del mio tormento sparse per tutto il tragitto ROMA-NAPOLI; mi troverete intera e un po’ stordita in via dei Tribunali; palperete la mia ansia pulsante attorno a Porta Nolana; troverete il mio cuore lì, dove l’ho abbandonato: in un morso.
Ho lasciato il mio cuore nel morso caldo e profondo della mitica frittatina di Di Matteo.
Carissimi appassionati di emozioni e cucina, questa sarà una ricetta intensa.
Proprio come quella giornata. Quella notte. Quegli istanti. Quelle visioni.
Forse non saprò descriverle come meriterebbero, ma nel morso comprenderete bene il momento in cui ho vissuto la morte per acqua.
Inizio preparando un soffritto leggerissimo, con una manciatina di cipolla bianca tritata finissimamente, soltanto per profumare; due o tre gambi di basilico, uno spicchio d’aglio intero, e lascio soffriggere per qualche minuto in un generoso giro di olio extravergine.
Aggiungo il macinato misto e i piselli; aspetto che la carne si amalgami con gli odori che ho scelto.
Sfumo con mezzo bicchiere di vino bianco, e quando l’alcol sarà completamente evaporato, sporco tutto con qualche cucchiaiata di concentrato di pomodoro.
Intensissimo. Rosso.
Rossa anch’io, sempre, sfiorando quel ricordo: ne basta davvero una misera quantità per cambiare tutto, come in ogni cosa nella vita… e nella mia.
Così cambiò il mio mondo quando lo notai per la prima volta: un faro distrutto e poi riesumato, l’allegoria che non si può inventare, un meccanismo rotto e funzionale, una cosa semplice, ma difficilissima, obliqua, un’avversativa.
Nella pentola osservo la carne perdere la sua idratazione.
La capto in quei frame lenti in cui un po’ s’ammorbidisce.
Seccandosi.
Minuto dopo minuto mi ricorda quei momenti, quando da Roma corsi a Napoli e avevo in gola soltanto il mio cuore esplosivo: dovevo assolutamente trovare le frittatine più buone di Napoli, trasportarle a Montesarchio e poi a San Martino (Valle Caudina).
Ero così piena, viva, e poi, quando finalmente lo vidi lì, ad aspettarci, dentro ero carne senz’acqua.
Candido come la mia besciamella, e chiaramente oscuro come i chicchi di pepe e noce moscata che utilizzo per insaporirla, perché non c’è niente che io possa desiderare più delle sue pizzicanti ombre.
In una casseruola sciolgo 100 grammi di burro, due o tre cucchiai di farina: desidero una besciamella molto liquida, sarà lei a tenere tutto insieme, dovrà donare cremosità, avvolgere totalmente; anch’io mi sentii avvolta e travolta, quando capii che l’ambra potente del suo sguardo era il mio roux.
E poi ci sono anch’io, eccomi: latte caldo che si tuffa a capofitto nel tentativo disperato di addensarsi, di tramutarsi in altro.
Eravamo noi, bollenti in quella tremenda bugia.
Una bugia bianca la mia: dovetti inventare che quelle erano le MIE frittatine, elaborate con le mie mani.
Pur di incontrarlo, inventai di aver preparato questo piatto soltanto per lui, e invece io non feci nulla; mi limitai a spargere pezzi di una nuova me in una città che chiamava il mio passato e mi ricordava dolore ovunque.
Napoli adesso è quel giorno: il momento ed il luogo in cui decisi di non fare assolutamente nulla con le mie mani, se non lasciarle infinite ore fra le sue, tenute appese da una golosa menzogna.
“Allora? Quando me le porti queste fritattine?”
“Stasera.”
“Stai scendendo?”
“Sì.”
Porto a bollore dell’acqua poco salata.
Nel frattempo, aggiungo 100 gr di parmigiano all’interno della besciamella tiepida, insaporisco con abbondante pepe ed un pizzico di noce moscata, e aggiusto di sale: con l’aggiunta del formaggio diverrà densa al punto giusto e raggiungerà la consistenza che io desidero.
Dunque calo i bucatini, lascio cuocere per metà del tempo indicato sulla confezione e scolo.
Ci siamo.
Prima di imboccare via dei Tribunali, sostai velocemente per il Duomo di Napoli; mi inginocchiai come se stessi partendo per il mio primo cammino Santo, e poi via, dritta verso il mio vero tempio.
Eccolo.
Sentivo il profumo suo ovunque.
Corsi come una scellerata, un’impazzita totale, avvinghiata alla ricchissima vetrina di Di Matteo:
“PER FAVORE, 12 FRITTATINE DA PORTAREEEEE.”
Una era per me.
Undici per lui.
Dispari, come le rose.
Morivo di fame.
Desideravo quel gusto opulento del “fritto bene”, unto ma non troppo.
Volevo percepire nuovamente la salivazione nella mia bocca, e infatti, io avevo l’acquolina: afferrai il mio Vello d’oro e lo morsi, famelica e feroce.
Io non avevo più freddo, non avevo più paura, lo volevo mio: io volevo quel morso, non desideravo altro che mangiare.
Volevo provare quello che avrebbe provato dopo lui, ma con l’esclusiva dritta nel mio stomaco.
Pensai a lui fino alla fine.
Nel cuore di Napoli io lasciavo il mio: caldo, croccante, irreversibile.
Lo aggredivo e lo accoglievo con i denti, con la lingua, con il naso, con gli occhi.
Come soltanto una vera bulimica sa fare.
A questo punto, in una bowl capiente capovolgo pasta, ragù e besciamella; aggiungo la provola affumicata tagliata a dadini (io utilizzo quella fresca, di Agerola. Lascio che perda tutto il suo siero per una notte, facendola riposare in frigo, già tagliata).
Stendo tutto su una placca di alluminio, copro con pellicola, lascio raffreddare per bene, e poi ripongo tutto in frigorifero per una notte.
Ora fisso quel miscuglio nella ciotola e rivedo tutte le mie emozioni: impazzirò.
Morirò.
Io voglio morire.
Ho sempre fame, ogni volta che mi emoziono.
Le emozioni sono così forti da farmi venire voglia di mangiarle tutte.
Questo è il centro nevralgico del mio sentire: divorare.
Le sue bugie, gli inganni, le stranezze… e poi, alla fine, quelle mani legatissime.
È mio, questo intreccio di sapori: è quello che ho in testa, è quello che ho in pancia.
Non lo accetto, non lo voglio, ma lo desidero.
È così che amo: in un misto d’orrido e desiderio, di disgusto e necessità.
Vomito tutto fuori, senza pietà.
Mi illudo di poter espellere da me ciò che mi rende fragile, ciò che mi spezza.
Ma dimentico sempre cosa stava accadendo dentro, mentre lo trattenevo.
Lascio che la notte scorra.
Rivivo ogni parola, ogni carezza lenta.
È una spada, ma ancora in guaina.
E mi chiedo: è finita, o sta solo cominciando?
— “Non te ne andare stanotte, ti prego… dormi qui.” —
Riprendo l’impasto delle frittatine.
È sodo, ma ha bisogno di essere rivitalizzato.
Coppo una ad una le forme, premendo con forza i palmi delle mani.
E rivedo le sue pressioni su di me.
Morii.
Tanto quei baci erano saturi.
Mi rivitalizzai, e vidi la morte per acqua.
Nella sua.
Nella mia.
Preparo una pastella semplicissima: acqua, farina, pepe e sale.
Immergo una ad una le mie frittatine nel candore vago che ho creato.
E allora mi immergo anch’io.
Dentro.
Rivivo le volte in cui ho affondato le dita nella mia gola.
Tutte.
Ogni volta che il dolore non trovava un altro varco per uscire.
È tecnica, sì.
Ma è anche brutalità.
È violenza pura.
È la resurrezione della mia nemesi nel chiarore isterico del mio pianto.
È il pianto di una vinta lucida.
Finalmente le friggo.
D’accordo, hai vinto tu, giaguaro.
È mattina, di già?
“Ecco dove ti avevo già vista… sull’Olimpo!
Ai festini di Apollo, eri tu Afrodite!
Sei bellissima.”
“Al massimo io sarei stata Psiche. Me lo fai un caffè?”
“Hai ragione! E mi ricordo che Afrodite mi mandò a rapirti dicendomi di farti innamorare dell’uomo più brutto del mondo perché era gelosa della tua bellezza… però, quando ti vidi, mi innamorai io di te… PSYCHO!
Te lo preparo subito.”
L’olio è rovente.
Friggo una frittatina alla volta.
Le sorveglio con la devozione di una sacerdotessa.
Devono dorare, brillare, cambiare pelle.
A Napoli sapevo che sarei morta.
Ma a San Martino ho sentito il morso. Il suo.
La spada era ormai fuori dalla guaina.
Pronta.
Precisa.
Letale.
“Come sono venute queste frittatine? Voto?”
“BUONISSIME! Voto? DIECI.”
Ora le guardo.
E questa è la verità nella mia bugia:
il foglio unto che trattiene ancora l’olio caldo — per non dimenticare mai quel fritto opulento che assomiglia alla mia guancia… di peccato.
Luglio 2026
