ELISABETTA MACRì
Recensione
"La dolcezza dell'acqua"
di Nathan Harris
NUMERO 45 | LUG 2026
Ci sono romanzi d’esordio che sembrano già opere di piena maturità, e La dolcezza dell’acqua di Nathan Harris è uno di questi. L’autore aveva solo ventinove anni ed era appena uscito dal programma di scrittura creativa dell’Università del Texas ad Austin, quando ha dato alle stampe questo libro capace di conquistare, quasi all’unanimità, critica e lettori. Harris è stato consacrato come una delle voci più interessanti della narrativa americana contemporanea, merito non da poco, se si pensa che stiamo parlando di un esordiente, anche grazie al riconoscimento della National Book Foundation nella categoria Under 35, insieme alla candidatura al Booker Prize.
Il romanzo è ambientato a Old Ox, cittadina immaginaria della Georgia, nei giorni immediatamente successivi alla fine della Guerra Civile americana. Il Sud è appena stato sconfitto, i soldati tornano a casa segnati nel corpo e nello spirito, e un’intera popolazione di uomini e donne appena affrancati dalla schiavitù si trova a fare i conti con una libertà tanto desiderata quanto priva di strumenti concreti per essere vissuta. È in questo scenario di macerie materiali e morali che Harris ambienta la sua storia, scegliendo di raccontare la Ricostruzione non attraverso i grandi eventi storici, ma attraverso le vite minute e private di chi quel passaggio d’epoca lo ha subito sulla propria pelle.
Il motore della vicenda è l’incontro tra George e Isabelle Walker, coppia di proprietari terrieri bianchi fuori dagli schemi della società sudista, e Prentiss e Landry, due fratelli neri appena usciti dalla schiavitù. Quando George decide di offrire ai due un lavoro retribuito nella sua piantagione di arachidi, compie un gesto che ai suoi vicini appare intollerabile: un atto di normalità che la comunità di Old Ox non è pronta ad accettare, e che innesca una spirale di risentimento, sospetto e violenza.
Dietro questa trama principale, Harris intreccia altre storie, altrettanto cariche di tensione. C’è quella di Caleb, il figlio dei Walker, disertore tornato clandestinamente a casa dopo essere stato dato per morto, e del suo legame segreto con August, un commilitone: un amore che nell’America del 1865 non ha alcuno spazio per esistere alla luce del sole, e che i due uomini sono costretti a nascondere anche a costo di sacrificare la propria felicità. C’è anche la parabola di Isabelle, che nella seconda parte del romanzo abbandona i panni della madre distrutta dal lutto per affermarsi come figura di forza, capace di tessere legami che ridisegnano gli equilibri del racconto.
Ciò che colpisce fin dalle prime pagine è la prosa del giovane scrittore americano: una scrittura definita da più parti “divina” per la sua capacità di evocare paesaggi, luce, umidità dei boschi georgiani con un’intensità quasi sensoriale. Harris dimostra abilità nel tenere insieme grazia formale e crudezza dei contenuti, senza che l’una attenui mai la forza dell’altra: la bellezza della lingua convive con episodi di autentico orrore, e proprio da questo contrasto nasce l’energia del romanzo. Alla fine della lettura resta l’impressione che Harris non abbia voluto scrivere semplicemente un romanzo storico sulla Ricostruzione, ma una riflessione più ampia su cosa significhi, per ciascuno, ricominciare a vivere dopo una ferita collettiva. La libertà, in queste pagine, non è mai un concetto astratto o uguale per tutti: cambia forma a seconda di chi la vive, diventa lavoro, ricongiungimento familiare, amore nascosto, o semplice possibilità di essere felici oltre che liberi. È proprio in questa pluralità di sguardi che La dolcezza dell’acqua trova la sua forza più autentica, e la ragione per cui merita un posto tra le letture di chi vuole capire, attraverso la finzione, una delle pagine più complesse della storia americana.
Luglio 2026
