Laura Ruetta
Numero 13
NUMERO 46 | AGO 2026
Una figura era inerme davanti all’uscio di una dimora. Era nascosta dentro un lungo e lucido nero mantello dal quale sbucavano i drappi del tessuto a balze della vaporosa e bianca gonna. In grembo teneva un cesto di paglia colmo di rose cremisi dalle venature corvine.
Dalla porta sbucò un guanto di pizzo. Teneva avvolto sul palmo un fazzoletto inamidato e una boccetta contente un liquido denso e rosso come il sangue. Lo andò a posare dentro il cesto. «Mi raccomando, torna a casa prima che calino le tenebre.»
«Va bene, madre.» La fanciulla acconsentì e si incamminò verso il sentiero fangoso del villaggio di Blestera.
Giunse davanti all’oscuro bosco.
Si levò il cappuccio dal capo. I capelli biondo ghiaccio le ricadevano lunghi e ondulati. Le mani affusolate e diafane stringevano in grembo il cestino. Deglutì a fatica, si morse le rosee e morbide labbra. Rivolse le iridi celestine verso la moltitudine di pini scheletrici cullati dal leggero e glaciale vento. Il cielo era plumbeo. Uno spiraglio di luna lattiginosa si rivelò tra le nuvole, il suo volto pallido e piangente si stava tingendo di un vivido e doloroso rosso sangue d’incolmabile sofferenza.
Il bosco era stato maledetto dalla vorace fame dei Vampiri di Vladeni.
Si stavano impadronendo in silenzio dei villaggi della Transilvanya, spezzando la vita di ogni essere umano, notte dopo notte. Doveva far ritorno prima dell’Ultima Eclissi di Sangue.
La fanciulla sospirò e lenta avanzò nell’oscurità della natura infetta.
Venne accolta dalla quiete delle ombre. Aleggiava un silenzio di morte. I pini imponenti scrutavano ogni suo passo incerto. Una coltre di bianca e umida nebbia si infiltrò nel suo corpo e l’avvolse in un manto freddo. Due corvi gracchiarono e volarono nel cielo scomparendo fra le fronde spoglie. Più si addentrava, più la vegetazione era sempre più fitta, come se il bosco volesse farla sua reclusa. Una carezza alla spalla la fece sussultare. Occhi ambrati comparvero dal nero delle tenebre. La fissarono, immobili. Affrettò il passo. Altri occhi comparvero tra gli alberi e tra i cespugli. Voleva fuggire via, ma non poteva tornare indietro. Era circondata da sguardi famelici. Cacciò un urlo disperato. Aveva il respiro affannoso. Si voltava e si rivoltava in un infinito girotondo. Piccoli fiocchi ghiacciati andarono lievi a posarsi tra le ciocche dei suoi capelli. Una folata di vento si insinuò tra i tronchi dei pini come un ululato di un animale lontano. Rabbrividii e si strinse le braccia attorno al petto. Dietro di lei incombeva un’insolita presenza. Una manciata di foglie secche turbinarono in circolo davanti ai suoi piedi.
«Lenora.» Le parve di udire una voce fievole.
«Lenora, vieni con noi.» Qualcuno stava sussurrando il suo nome.
Si voltò di scattò, con il cuore in gola e il viso pallido.
Una miriade di fantasmi la stavano fissando con occhi vitrei, sospesi in aria come tanti palloncini bianchi. «Lenora, Lenora, Lenora…» Sussurravano ancora il suo nome.
I suoi occhi si riempirono di lacrime. Urlò forte tanto che fece tremare il terreno e le chiome spoglie degli alberi. «Basta!»
Gli spiriti si riunirono in una macchia di vapore ed entrarono nella sua bocca. Soffocò e si accasciò a terra. Tossii forte, le mancava l’aria. Si rimise presto in piedi, cercando di riprendere fiato.
Davanti a lei comparve un essere sconosciuto. Aveva il corpo di un giovane uomo e le gambe di una bruna capra. Dalla fronte gli spuntavano un paio di spesse corna d’avorio ricurve. Aveva il volto pallido dai lineamenti spigolosi, le guance infossate coperte da una folta barba scura. I capelli castani gli scendevano lisci lungo la schiena e le braccia sciupate. Aveva le iridi cenerine, dai riflessi citrini, circondati da scure ombre. Era un fauno che risplendeva di un fievole bagliore dorato. Si avvicinò lentamente alla fanciulla «Chi c’è qui?» Fece un altro passo. «Una giovane fanciulla.»
Lenora era ipnotizzata dal suo aspetto tanto benevolo quanto maligno.
Compì un altro passo. «Che ci fai tutta sola in mezzo al bosco?»
La fanciulla indietreggiò, fremendo di paura. «Devo portare una medicina alla mia cara nonna.» Abbassò lo sguardo verso il terreno, triste. «Purtroppo è malata.»
«Mi dispiace tanto.» Affondò le sue iridi in quelle di lei.
Lenora stette con il fiato sospeso. Le sembrava quasi bello. La sua luce calda la stava confortando.
Il fauno le prese una mano e gliela accarezzò. «Dove abita la tua cara nonna?»
«Vicino al Lago di Velenombra.»
«Ti consiglio di prendere il sentiero per il Prato di Sylgìan, poi prosegui verso la Grotta di Tharuun e infine scendi adagio lungo la Radura Valgrith.»
«Perché dovrei ascoltarti? Io non parlo con gli sconosciuti.» Si ritrasse di scatto, la sua aurea luminosa le stava stregando l’anima scossa e intimorita.
«Fidati di me, è la strada più sicura. Nessuno ti recherà alcun fastidio.» Il suo sguardo cadde nel cesto. «Ti consiglio di raccogliere altre rose.» Le indica con un unghia ricurva e aguzza.
Lenora guardò il cesto. I fiori erano appassiti, stavano perdendo i petali. «Grazie per l’aiuto.»
«È stato un piacere conoscerti. Ci vediamo molto presto.» Nel volto del fauno comparve un sorriso perfido e perverso che rivelò i candidi denti affilati. Le sue iridi sfumarono nel colore del fuoco.
La fanciulla si ritrovò davanti a una casetta in legno dal tetto spiovente. Il camino fumava e dall’interno proveniva un chiarore fioco. Salì i tre gradini della veranda ed entrò. La porta emise un cigolio.
«Nonna cara, sono Lenora. Sono venuta a trovarti.» Era in un salottino caldo e accogliente. Il fuoco crepitava vivace dentro il camino. Andò a mettere altra legna sul fuoco. «Come stai oggi?» Da un angolo buio e remoto avvertì un rumorio di passi e un lamento sommesso. Si diresse nella camera da letto dell’anziana. «Ho portato l’antidoto, potrai guarire dal male-» La fanciulla si paralizzò sull’uscio della porta. Dalla sua bocca esplose un acuto grido. Si portò le mani al volto inorridita, gli occhi spalancati colmi di puro terrore.
Sul letto giaceva il corpo morto e putrefatto della povera nonna. Era avvinghiata al fauno che le stava succhiando il sangue dalle ferite sul collo.
Era arrivata troppo tardi. Dai suoi occhi sgorgarono fiumi di lacrime. La creatura si accorse della suo presenza e in una fragorosa risata mutò sembianze, trasformandosi in un Vampiro.
«Brava bambina. Ora vieni qui con me.» Allontanò il cadavere della nonna e la invitò nel letto. «Ma prima spogliati.» Le ordinò con voce dura e autoritaria. «Ti voglio nuda.» Le lanciò un’occhiataccia perfida.
Lenora non aveva altra scelta. Poteva scappare, ma era troppo sconvolta. Il Vampiro o qualcun’altra creatura della notte l’avrebbe presa e fatta sua preda.
Tremante, sudata, si sfilò il mantello e l’abito. Riluttante e in preda alla vergogna si distese al centro del letto. Il Demone si fece più vicino e la strinse a sé. Iniziò a baciarle e a leccarle il magro e nudo collo. Affondò i canini nella sua tenera e innocente carne, bevendo avido la sua linfa vitale.
Gli occhi di Lenora si chiusero, divenne sempre più debole. Sprofondò nel sonno eterno della morte.
Agosto 2026
